Ammesso il secondo quesito. Cosa può cambiare per il referendum

Per la Cassazione la nuova formula deve sostituire la prima. C'è il tempo per farlo, ma i proponenti potrebbero ricorrere alla Consulta per posticipare il voto rispetto al 22-23 marzo
February 6, 2026
Ammesso il secondo quesito. Cosa può cambiare per il referendum
La premier Giorgia Meloni ha fatto visita ai carabinieri e ai militari dell'Esercito in servizio alla stazione di Rogoredo, a Milano/ ANSA
Le polemiche sono ancora roventi sul “pacchetto sicurezza” appena varato e già si apre un nuovo focus sull’altro fronte sempre bollente, quello del referendum sulla giustizia e la separazione delle carriere dei magistrati. La data fissata per la consultazione - il 22 e 23 marzo - non dovrebbe cambiare, ma un margine di potenziale incertezza si è creato e la partita potrebbe riaprirsi. La novità è trapelata nel pomeriggio: la Cassazione ha ammesso anche il secondo quesito, quello depositato da 15 giuristi orientati per il No e sui cui sono state raccolte le 500mila firme necessarie (il primo quesito, quello finora “riconosciuto”, fu presentato invece dai parlamentari del centrodestra per confermare la riforma approvata dal Parlamento senza i due terzi dei voti previsti dalla Costituzione).
Di per sé potrebbe sembrare un dettaglio, ma nel campo del diritto i dettagli possono fare la differenza. E quindi si è aperto il valzer delle ipotesi. Il punto dirimente era stato già oggetto delle “attenzioni” del Quirinale: questo secondo quesito è leggermente diverso (perché fa riferimento esplicito agli articoli modificati della Costituzione) rispetto al primo e, secondo l’ordinanza di ieri della Cassazione, in sostanza dovrebbe “prevalere” su quello presentato dai parlamentari schierati per il Sì. Da quanto si apprende, la valvola di sicurezza è che - a 43 giorni dalle urne - le schede che riportano il quesito non sarebbero state ancora stampate e, quindi, ancora si farebbe in tempo ad andare in tipografia con la nuova formulazione. Come spiega però il costituzionalista Stefano Ceccanti, «la questione potrebbe protrarsi qualora i promotori ritengano di chiedere di cambiare comunque la data ricorrendo alla Consulta per conflitto di attribuzione. Anche in quel caso - aggiunge l’ex parlamentare Pd - penso che però il ricorso non verrebbe ammesso».
In attesa che si sciolga questo rebus, dopo il via libera venerdì in Consiglio dei ministri il decreto sicurezza (accompagnato anche da un ddl) è atteso ora al Quirinale. A ventiquattro ore dal varo il provvedimento, su cui nei giorni scorsi il Quirinale aveva chiesto alcune modifiche, non è ancora stato inviato da Palazzo Chigi. Segno che si stanno facendo le ultimissime limature. L'esame, dunque, potrebbe slittare anche a lunedì. Il pacchetto contiene una serie di norme che spaziano dal fermo preventivo per tenere lontano dalle piazze i presunti violenti alla non iscrizione automatica nel registro degli indagati per reati legati alla legittima difesa, dalla stretta su
baby gang e coltelli tra i giovani (con multe per i genitori) alle “zone rosse” permanenti. Nel disegno di legge, invece, ci sono misure come lo sgombero immediato anche per le seconde case occupate e per potenziare sul piano operativo le forze di polizia. A tal proposito la premier Giorgia Meloni, nel far visita ai militari di guardia alla stazione di Milano Rogoredo, ha sottolineato che nel decreto ci sono «diverse norme per velocizzare l’assunzione di migliaia di nuovi agenti» e che il ministro della Difesa, Crosetto, sta lavorando «per rafforzare il presidio su strada con circa 12mila carabinieri ausiliari» (si tratta della figura scomparsa con la fine della leva obbligatoria nel 2005). Le misure sono state oggetto di una nuova esposizione nell’incontro che Carlo Nordio ha avuto con i penalisti italiani che, pur essendo una platea di fondo “amica”, gli ha riservato anche qualche brusio. Il ministro della Giustizia ha sostenuto che le violenze di Torino, sabato scorso, hanno «accelerato o forse anche determinato le nuove norme» e ha ribadito che così si «cerca di evitare il ritorno agli anni di piombo».
Ma l’attesa è anche per il terzo provvedimento, che dovrebbe arrivare al Cdm della settimana prossima e riguarderà esclusivamente il capitolo immigrazione. Con una serie di norme stralciate dal ddl sulla sicurezza, tra cui il cosiddetto blocco navale e il ritorno del “sistema Albania” tramite “accordi con Paesi terzi sicuri”. Tra le misure previste, la possibilità di un’interdizione non superiore a 30 giorni, prorogabile di altri 30 fino a un massimo di 6 mesi, dell’attraversamento delle acque territoriali “nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale”, ma anche di “pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini”. In questi casi i migranti potrebbero essere “condotti anche in Paesi terzi diversi da quello di appartenenza o provenienza con i quali l’Italia ha stipulato appositi accordi”. A valutare l’interdizione sarà il Consiglio dei ministri e, ha detto ancora Piantedosi, dovrà essere certificata la particolare pressione migratoria». Non è chiaro, invece, se entrerà anche la norma cosiddetta “salva Almasri” contenuta nelle prime bozze e che prevedeva “la consegna allo Stato di appartenenza di persona pericolosa per la sicurezza nazionale o per la compromissione delle relazioni internazionali”.
Sulle norme già varate, in ogni caso, le opposizioni proseguono il fuoco di fila. Giuseppe Conte, il presidente del M5s, ha sostenuto che il decreto è «una grande truffa per i cittadini» dopo aver «buttato un miliardo di euro nei centri in Albania». Mentre secondo Nicola Fratoianni, di Avs, non ha nulla «a che vedere con la sicurezza dei cittadini».

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