Referendum giustizia, le date non cambiano. Ma è scontro FdI-Cassazione

Il Consiglio dei ministri adotta il nuovo quesito sulla base dell'ordinanza della Corte. Mattarella firma il decreto e chiede rispetto per i giudici
February 7, 2026
Il primo presidente della Corte di Cassazione Pasquale D'Ascola durante la cerimonia dell'inaugurazione dell'anno giudiziario
Il primo presidente della Corte di Cassazione Pasquale D'Ascola durante la cerimonia dell'inaugurazione dell'anno giudiziario / FOTOGRAMMA
Sergio Mattarella prova a frenare lo scontro istituzionale sulla data del referendum per la separazione delle carriere. Ma il clima è tesissimo e ogni occasione - non ultimi gli scontri di Torino e le loro conseguenze - sono da giorni utili a maggioranza, opposizioni e anche pezzi rilevanti della magistratura, per gridare le rispettive ragioni sulla riforma Nordio. La consultazione popolare si allontana dalle ragioni di merito e si trasforma in uno confronto senza esclusione di colpi, in cui il richiamo del presidente della Repubblica stenta a fare presa.
Riavvolgendo il nastro dell’ennesima giornata cupa per la democrazia italiana, i primi fuochi si accendono in mattinata, in attesa del Consiglio dei ministri chiamato a recepire l’ordinanza della Cassazione, che venerdì aveva accolto il nuovo quesito per il referendum nella versione formulata dai 15 giuristi promotori della raccolta di firme di 500 mila cittadini. A Palazzo Chigi il Governo deve sciogliere il nodo se la riformulazione del testo (rispetto a quello su cui si è già aperta la campagna referendaria) possa essere sufficiente o se occorrerà anche modificare la data, già fissata per il 22 e 23 marzo.
«Questo dibattito sulla data mi sembra surreale, sono mesi che discutiamo di questo argomento, gli italiani che si vogliono informare hanno avuto e avranno tutta la possibilità di farlo», commenta a Sky Tg24 Alberto Balboni, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato di FdI. «Mi sembra evidente che l'obiettivo di questi continui ricorsi è quello di impedire il rinnovo del Csm con le nuove regole» per lasciare «l’organo di autogoverno dei magistrati in mano allo strapotere delle correnti con tutte le degenerazioni che ben conosciamo», rincara.
E sempre dal partito della premier, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami rialza: dopo la decisione dell’Alta Corte non ci sono più dubbi sulla necessità della riforma Nordio, dice. «Basta dare uno sguardo ai giudici della Corte di Cassazione che hanno deciso la riformulazione del quesito. Tra questi - cita - , Alfredo Guardiano, che modererà un convegno sulle ragioni del No, e Donatella Ferranti, ex deputata Pd e presidente della commissione Giustizia fino al 2018». Può bastare, argomenta, «per rendersi conto che non si può più attendere per ridare terzietà alla magistratura, rendendola indipendente dalla politica e dalle correnti». Segue l’invito a votare Sì.
Il Cdm intanto ha decretato: la data non slitta, ma il quesito viene riformulato. La premier sente il capo dello Stato, che nel giro di qualche ora firma il decreto. Già Mattarella aveva convinto a non far stampare le schede con il quesito, in attesa della decisione della Cassazione. E ieri con la notizia della firma, fonti del Quirinale rendono noto che per il presidente il decreto è «giuridicamente ineccepibile», avendo semplicemente integrato il quesito referendario uguale per tutti i proponenti. Le stesse fonti, però, fanno sapere che il presidente invita tutti «a rispettare la Cassazione e le sue decisioni».
Come Bignami, Enrico Costa di FI attacca Guardiano, che considera di parte. Chiamato in causa, il giudice della Cassazione replica alle accuse: «Non mi nascondo, sono per il No al referendum. Ma il tema dell'ordinanza affrontato dal mio ufficio non ha alcuna incidenza sul merito della riforma, né sul risultato del referendum e nemmeno sulla data del suo svolgimento. Non siamo minimamente entrati in questo ambito. Qualsiasi affermazione che sospetti di parzialità me o questa ordinanza è palesemente priva di fondamento e quindi molto grave».
La bagarre è totale, esplodono le reazioni politiche. Nel caos, arriva la nota della Giunta esecutiva sezionale Anm della Cassazione: le dichiarazioni «di alcuni soggetti politici in merito all'ordinanza del 6 febbraio 2026» sono «inaccettabili perché lesive della immagine e del ruolo della Corte di cassazione».
Segue la nota del primo presidente della Cassazione Pasquale D'Ascola. «Le decisioni degli organi giudiziari possono essere sempre criticate sul piano tecnico con argomenti giuridici - scandisce - . Per contro, non sono tollerabili illazioni sul piano personale nei confronti dei giudici, che si risolvono in una delegittimazione della funzione giurisdizionale». Ma, incalza, «ciò è ancora più grave nei confronti del collegio dell’Ufficio centrale per il referendum, la cui composizione è predeterminata direttamente ed esclusivamente dalla legge».

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