giovedì 12 novembre 2015
«Sul doping mio fratello Ferruccio aveva ragione, le cose sono vere: negli ultimi anni hanno abbiamo avuto un conflitto, ma alla fine, alla sua fine, ci siamo ritrovati. Io ad un certo punto cominciai ad avere, in campo, dei fortissimi giramenti di testa. Andai dal medico che mi fece fare tutte le analisi e mi disse che dovevo fermarmi, che avevo problemi grossi. Mi disse che dovevo stare fuori almeno sei mesi. Ma questo Herrera non lo voleva. Da dove nascevano quei valori sballati? Non lo so. Ma so che, prima della partita, ci davano sempre un caffè. Non so cosa ci fosse dentro. Ricordo che un mio compagno, Szymaniak, mi chiese se prendevo la simpamina. Io non sapevo cosa fosse ma qualcosa che non andava, qualcosa di strano, c’era». Se Ferruccio Mazzola fosse qui – è morto nel 2013, a 68 anni – sorriderebbe di gioia e abbraccerebbe suo fratello Sandro, che finalmente è passato dalla sua parte. «Quella della verità», sottolinea Riccardo Mazzola 47 anni, direttore sportivo e figlio di Ferruccio, che appresa la notizia delle rivelazioni dello zio – rilasciate a Walter Veltroni per il “Corriere dello Sport” – gli ha subito telefonato per ringraziarlo e in qualche maniera perdonargli il grande equivoco che portò alla momentanea rottura tra i due ex pargoli del grande Valentino Mazzola. «Mio zio mi ha tenuto a battesimo, sono da sempre molto legato a lui e l’ho sempre ammirato non solo come campione sul campo ma come uomo. Tutto quello che ha confermato Sandro, mio padre aveva avuto il coraggio di dirlo in tv nel 2004 a Domenica in  [davanti a un interista scioccato, Paolo Bonolis, ndr] e di pubblicarlo in un libro autobiografico, Il terzo incomodo (Bradipolibri) per il quale poi dovette subire un processo civile da parte dell’Inter». La richiesta dell’accusa era di un milione di euro di risarcimento, poi il Tribunale di Roma emise la sentenza di assoluzione per Ferruccio in quanto aveva detto la verità, nient’altro che la verità. Pertanto il giudice invitava l’Inter a pagare le relative spese processuali al signor Feruccio Mazzola. «Ora dovrei essere io a chiedere degli indennizzi – dice Riccardo –, ma nel frattempo lo stile di una società gloriosa vorrebbe che arrivassero almeno le scuse... Personalmente non posso rimproverare a mio padre di aver agito per il bene della verità, ma allo stesso tempo mi ha danneggiato nella mia professione di dirigente calcistico. Molte porte si sono chiuse e per due anni ho dovuto interrompere la mia attività». Ferruccio Mazzola sul fronte doping aveva attaccato l’Inter dei Moratti, e descritto a grandi linee il marcio che sarebbe poi esploso successivamente nello “scandalo Moggi”. «Io sono da sempre tifoso dell’Inter ci sono nato e cresciuto calcisticamente, ma quanto descritto da mio padre non aveva lo scopo di danneggiare la società di Moratti, né di sminuire i successi di una squadra di campioni straordinari che avrebbe dominato la scena comunque... Dopo quello che ha detto Sandro Mazzola non possono rimanere nell’ombra a fare finta di niente. Tutti sapevano e hanno preferito l’omertoso silenzio». Ma sapevano cosa? «Herrera si faceva arrivare dalla Spagna quei farmaci e quelle sostanze di cui i calciatori non conoscevano gli effetti altamente nocivi». Ferruccio Mazzola parlò di notti insonni, di corpi spiritati con adrenalina a mille. «Herrera sperimentava prima sui giovani quelle sostanze prima di darle ai giocatori della prima squadra. I più vecchi la sputavano. A quel punto Herrera la infilava nel caffè. A volte ci fu chi ne prese due, tipo quella “riserva” che il giorno prima ne aveva ingoiata una per scendere in campo con la De Martino e il giorno dopo un’altra poiché convocato anche con la prima squadra. Mio padre ricordava che quel ragazzo era stato dimenticato in albergo e si mise a rincorrere il pullman con Herrera che ridendo diceva: “È meglio che corre, così smaltisce”».I detrattori dissero che Ferruccio Mazzola aveva “inventato” la storia del doping all’Inter, in quanto scartato dal 1967. «Altra falsità. In quel precampionato l’Inter fece una tournée in Sudamerica e mio padre risultò uno dei migliori, tant’è che alla prima di campionato – contro il Vicenza a San Siro – venne schierato da titolare ed Herrera gli disse, per caricarlo: “Sandro ormai è sazio di vittorie, tu Ferruccio sei il futuro”. Ma subì un infortunio ed Allodi lo diede in prestito al Lecco, prima di vendere metà del suo cartellino alla Lazio». Poi Ferruccio dalla Lazio andò anche in quella Fiorentina dei primi anni ’70, quella del “Giallo Viola” e delle morti misteriose come quella di Bruno Beatrice. «Mio padre in quegli anni mi disse che aveva visto girare farmaci, flebo e siringhe un po’ in tutte le società».Prima di Sandro Mazzola anche un’altra bandiera dell’Inter, Beppe Bergomi, aveva detto alla tv svizzera: «A volte sono preoccupato per i farmaci che ho preso o che mi hanno dato». «Pure Bergomi è un pazzo? – si chiede Riccardo –. Anche a me nelle giovanili avendo un fisico gracilino i medici somministravano ricostituenti. Credo fosse Dobetin in fiale e assumevo Carnetina prima dei pasti, ma proprio per i racconti di mio padre stavo ben attento a cosa prendevo e non ho mai avuto nessuna ripercussione psicofisica. Certe cose succedono anche adesso certo, solo che seguono una “medicalizzazione” più aggiornata e complessa, ma chi ha il coraggio di dirlo? Questo è un Paese che discrimina chi segue la strada della verità, vedi Zdenek Zeman, Carlo Petrini, ma soprattutto Ferruccio Mazzola». Petrini era convinto che la sua malattia – è morto nel 2012, a 64 anni, di tumore al cervello – fosse la diretta conseguenza di tutti «i veleni presi in carriera». Pertanto, anche quella di Ferruccio Mazzola è una morte da collegare al calcio? «Clinicamente mio padre è morto di tumore al polmone, ma il medico che lo aveva in cura precedentemente a quella diagnosi letale aveva riscontrato 19 micro-ictus causati da fattori esterni e quindi riconducibili a tutto ciò che aveva sempre denunciato». Ora i Mazzola tornano a “viaggiare” virtualmente in tandem anche nella lotta al doping nel calcio. «La testimonianza di un grande campione come mio zio Sandro dà sicuramente un peso maggiore a quanto già descritto da mio padre e quindi potrà essere ancora più utile ad una lotta proficua contro il doping a tutela dello sport e dei giovani».
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