venerdì 9 ottobre 2020
Nel bel romanzo “Le Canaglie” di Angelo Carotenuto il racconto del folle spogliatoio biancazzurro, diviso in due clan. Con Maestrelli, dalla serie B alla conquista del primo storico scudetto del ’74
La Lazio de “Le canaglie”, stagione 1972-’73, da sinistra: Re Cecconi, Chinaglia, l’allenatore Maestrelli, Oddi e Facco

La Lazio de “Le canaglie”, stagione 1972-’73, da sinistra: Re Cecconi, Chinaglia, l’allenatore Maestrelli, Oddi e Facco

COMMENTA E CONDIVIDI

Pensavamo di sapere più o meno tutto sulla Lazio geniale e ribelle degli anni ’70, e invece, una mattina di questo ottobre caldo – di calcio liquido e virtuale – ti arriva sulla scrivania Le canaglie. Romanzo dell’eclettico Angelo Carotenuto, in cui leggendo scavi ancora in un passato che fa ridere e piangere, pur rimanendo ancorati alla stessa pagina. Per sapere tanto, se non tutto, su quella Lazio delle simpatiche canaglie che, dalla serie B (stagione 1971’72) in un biennio appena andò a vincere il primo scudetto della sua storia (campionato 1973-’74) bastava leggere Pistole e palloni (Limina) di Guy Chiappaventi: palpitante cuore laziale, inviato di guerra de La 7 ed esperto di “strategie della tensione”, a cominciare da quelle innescate nello spogliatoio più bellico che si ricordi negli Almanacchi Panini.

Un gruppo quello laziale, riflesso della Roma plumbea di allora, in cui volavano ad altezza d’uomo i proiettili sparati dai veri protagonisti del vero Romanzo criminale. Per entrare nelle pieghe di quella maglie della “sporca dozzina” che compì l’impresa tricolore, bisogna aver pianto, e aver provato rabbia per la banalità della fine toccata a Luciano Re Cecconi (morto sparato da un gioielliere). L’anima bionda e pura della Lazio di Maestrelli, tratteggiata con poesia da Carlo D’Amicis in Ho visto un Re. Luciano Re Cecconi, l’eroe biancoazzurro che giocava alla morte (Limina).

Storie di discese ardite e di risalite esistenziali che, i laziali, si tramandano ancora, di padre in figlio. Così, Simone Manservisi, a suo padre Pier Paolo, uno dei piccoli eroi dimenticati dei campioni d’Italia del ’74, ha appena dedicato L’alba dello scudetto: Storia di Pier Paolo Manservisi e di una Lazio che divenne leggenda (Ultra Sport). Ma a chiudere il cerchio di questa educazione sentimentale che lo scrivente, “laziale e non fascista” chiama Nostalgia Chinaglia c’ha pensato magistralmente Carotenuto con Le canaglie. Un libro definitivo sulla saga della Lazio dei pistoleri per gioco e per amore, ma anche su un decennio in cui il calcio e la storia di questo Paese convergono fino all’ultimo stadio, per poi risorgere.

«Uniti risorgeremo », lo slogan curvarolo di allora e di sempre, con pioggia di pietre scagliate ai giocatori sulla pista dell’Olimpico o i bidoni dell’immondizia di Terni con su i nomi dei laziali immortalati da Marcello. Tutto inizia e finisce con lo scatto (anche della copertina) del protagonista “involontario” del romanzo popolare di Carotenuto, il fotografo Marcello Traseticcio, al secolo scorso, Marcello Geppetti. Uno degli epigoni reali della leggenda aurea dei “Paparazzi” della Dolce vita felliniana. Professione fotoreporter, “Lello”, il 3 ottobre 1971 si ritrovò dallo sciopero di piazza degli operai a quello della Lazio inscenato da Chinaglia, prima della trasferta contro la Ternana.

Tribuno irremovibile dinanzi al presidente Umberto Lenzini, «er Papà», che non aveva saldato i premi alla squadra. Sotto lo zoom di Marcello sviluppa in camera oscura quella mitica “squadra spaccata” per volontà dello stesso “Long John”. Chinaglia, il figlio dell’anarchia carrarese emigrata a Cardiff era tornato a casa, sgrammaticato ma con un pensiero chiaro in testa: diventare un campione. Sbarcato a Napoli (ingaggiato dall’Internapoli, anonimo club del Vomero, serie C) per approdare a Roma, su quella sponda laziale del Tevere che lo incoronò subito ottavo re. «Giorgio Chinaglia, è il grido di battaglia! », urlavano le aquile annidiate in Curva Nord, perennemente in modalità rivoluzione da febbre a ’90.

La bandiera Giorgione, che come Gigi Riva rifiutò la Juve («se mi vendete smetto di giocare», disse furioso), e il presidente Lenzini che per rinunciare a «1 miliardo» dell’Avvocato, si lasciò chiudere in bagno da Maestrelli nell’ultima ora del calciomercato. Cronaca di un amore per niente annunciato è stato il rapporto viscerale tra Chinaglia e Maestrelli. Un duro scontro iniziale e poi l’idillio, con la promessa simbolica delle «undici ghiande». In Mister Tom, Giorgione trovò il padre e il focolare che andava disperatamente cercando. Geloso di Re Cecconi (dai tempi di Foggia aveva fatto breccia nei gemelli Massimo e Maurizio Maestrelli, le mascotte della Lazio) come un bambino chiese all’allenatore: «Perché non mi ha mai invitato a casa sua?».

Da quella stessa sera divenne il «quinto figlio», quello adottato, il più difficile, il più fragile di casa Maestrelli, per il quale, Tommaso il giusto chiudeva anche tutti e due gli occhi. Come poteva non difendere il trascinatore indomito della sua creatura? Il bomber Chinaglia (24 gol, capocannoniere del ’74) che, già vestito e gli scarpini ai piedi, schiacciava sempre un pisolino sulla panca dello spogliatoio prima di ogni partita. «Passatemi la palla e io faccio gò!» il mantra del “9” della Lazio, idolo delle folle, specie di quella borgata baraccata di “Roma ’70”. «Mica come i giocatori di adesso, noi vivevamo a contatto con la gente e la città. I tifosi ci parlavano, ci confidavano i loro problemi e se si poteva dare una mano, a un amico come a uno sconosciuto, non la negavamo mai a nessuno», ricorda Vincenzo D’Amico.

Vincenzino il “Golden”, il pupillo di Chinaglia, il talento gettato nella mischia da Mister Tom per la cavalcata dello scudetto, in cui il ragazzo di Latina, che con la spavalderia del ventenne disse a un giornalista «io non sono inferiore a Pelè», mise il suo sigillo personale: 27 presenze e 2 gol, «uno nel derby. Scusate se è poco...». Ma il clima da derby si respirava anche negli allenamenti settimanali, dove i tifosi accorrevano in massa a Tor di Quinto per assistere a partitelle epiche, per niente amichevoli. Duelli western tra i due clan, quello di Chinaglia-Wilson contrapposto alla fazione Martini-Re Cecconi, che proseguivano poi nel torneo clandestino di tiro a bersaglio nel retro dell’Hotel Americana. Ritiri scoppiettanti, tra raffiche di Colt e il Winchester di Chinaglia, e tutto questo Carotenuto lo sa e lo racconta in stile pirotecnico, affidandosi a una prosa di pancia e sapienza muriana.

Colpisce soprattutto la lingua de Le canaglie che rimanda al dialetto romano delle periferie, l’idioma carnale e di strada dei Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini. La Lazio di Maestrelli, nasce e cresce proprio durante l’ultima sfida alla vita e alle perenni mafie di Stato, vergata al Petrolio e con il sangue versato dal Poeta di Casarsa, assassinato il 2 novembre del 1975. «L’hanno ammazzato i fascisti», il coro alzato dalla pubblica ottusità che da mezzo secolo in qua ha fatto passare anche quella Lazio come l’espressione univoca della «squadraccia fascista», capeggiata da ras armati fino ai denti e imparentati con il Freddo e Renatino della diabolica Banda della Magliana.

«Ma la storia siamo noi» canta il romanista De Gregori e «la storia non è questa – sottolineava D’Amico ad Avvenire. Noi sì è vero, eravamo un gruppo di ragazzi vivaci, ma fatto di persone assolutamente per bene. Martini è diventato deputato. Di Re Cecconi si è sempre parlato, e a sproposito, della “finta rapina” (mai entrato in quella gioielleria gridando “mani in alto!”, in merito leggere il libro dossier di Maurizio Martucci Non scherzo. Re Cecconi 1977, la verità calpestata – Edizioni Eraclea – ) in cui è rimasto ucciso e mai abbastanza del fatto che fosse un campione e un ragazzo d’oro». Il «Saggio» lo aveva ribattezzato il francescano Antonio Lisandrini, il padre spirituale della Lazio che prima della “chiamata” di Maestrelli non aveva mai assistito a una partita di calcio allo stadio. Re Cecconi, sempre presente alla Santa Messa celebrata da padre Lisandrini, andava fiero di quel nomignolo: «Se lo dice lui, che parla sette lingue e che “predicava” a papa Pacelli...».

Quella Lazio smise di battere come un cuore in inverno: accadde tra i il 2 dicembre del 1976, con la morte di Maestrelli e il 21 gennaio del 1977 con la fine assurda toccata in sorte a Re Cecconi. C’è una Spoon River laziale che parte dal cimitero della piccola Nerviano, il paese natio in cui è sepolto Re Cecconi, e finisce a Prima Porta, nella cappella della famiglia Maestrelli dove riposano Tommaso e sua moglie Lina, la loro figlia Patrizia, il gemello Maurizio e «il quinto figlio», Giorgio Chinaglia. Il suo Giorgio, al quale prima di volare via Maestrelli affidò i gemelli, con la promessa che si sarebbero laureati. «Il giorno della laurea, in Economia, io e Maurizio, come sempre dopo ogni esame, siamo saliti di corsa alla tomba di babbo – ricorda Massimo – . Era il nostro secondo scudetto: tesi discussa con il professor Troina, un romanista che ai laziali li bocciava tutti». Chinaglia si è spento il 1° aprile del 2012, ironia della sorte a Naples, la “Napoli” della Florida, ma è tornato accanto a Maestrelli con in tasca quelle «11 ghiande» da restituire per sempre al popolo laziale.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: