lunedì 29 ottobre 2012

​«C’era una volta, un’Italia bella che usciva dalla guerra e che aveva tanta fame, come me e mio fratello Ferruccio. In Porta Ticinese, da ragazzini vendevamo le sigarette di contrabbando per tirare su qualche lira… C’era una volta, un popolo che si divertiva a mettere contro Coppi e Bartali e poi ha fatto lo stesso con me e Rivera... Questo oggi non può più accadere, per una ragione molto semplice, perché questo Paese, forse, è meno bello di ieri, ma soprattutto non ha più personaggi. O vogliamo mettere Balotelli contro Cassano?».

Comincia così, nella sua casa monzese (a Vedano al Lambro) che guarda al giardino della Villa Reale, il viaggio alla ricerca del tempo vissuto dal “principe” interista Sandro Mazzola. Un viaggio lungo 70 anni (li compie l’8 novembre) che non può che iniziare nel “nome del padre”, il mito del Grande Torino e del calcio italiano, Valentino Mazzola. Un padre perso troppo presto, a 7 anni, nella sciagura aerea di Superga, il 4 maggio 1949. «Dopo una perdita del genere impari a non piangere più... Spesso papà l’ho ritrovato nei sogni, che faccio ancora, ad occhi aperti. Rivedo di quando palleggiavamo assieme in allenamento o mentre ci cambiavamo felici nello spogliatoio del Torino: avevo il mio stipetto di fianco al suo, ci tenevo la maglia granata e i calzoncini bianchi.

A volte ho risentito il calore della sua mano sulla mia testa, per me bambino era come la mano di Dio che mi proteggeva e mi diceva: “Sandrino, non ti può succedere niente di male”. E invece…». Invece, un destino crudele era in agguato. E il giorno della morte del padre, il piccolo Sandro era con la “dama bianca” e accadde un fatto molto strano. «La compagna di mio padre mi mise su un’auto e partimmo da Torino, non so per dove. Ricordo solo che mi tenne nascosto in un mulino... Crescendo ho capito che, in pratica, quel giorno ero stato rapito. Mia madre, che viveva a Cassano d’Adda, aveva allertato carabinieri e tifosi. Mi vennero a cercare e quando mi trovarono accadde un fatto ancor più strano: nessuno che mi abbia detto, “sai, il tuo papà è morto”… Quel giorno ho scoperto di avere un fratello più piccolo, Ferruccio».

Due ragazzini cresciuti assieme a Milano e finiti all’Inter sotto l’ala protettiva di Benito Lorenzi, detto “Veleno”. «Benito era perfido in campo, quanto un pezzo di pane nella vita. Secondo la sua religione se avesse fatto del bene, allora Dio l’avrebbe ricompensato. Fece di me e Ferruccio le mascotte dell’Inter, così dal cielo gli arrivarono due scudetti di fila...». Sorride Mazzola che, invece, si rabbuia quando ripensa alla prima volta che tornò a Torino, allo stadio Filadelfia con i ragazzi dell’Inter. «Nessun dirigente del Torino mi venne a salutare. Neanche il presidente Novo si scomodò. Eppure papà aveva chiamato mio fratello Ferruccio in omaggio a lui. Solo il magazziniere Zoso si era ricordato, venne con le sue figlie a farmi festa e mi disse: “Sandrino vieni a vedere nello spogliatoio...”. Aveva conservato il mio stipetto. Poi giocai la peggior partita della mia vita. Alla fine il mio allenatore, il grande Giuseppe Meazza, mi accompagnò nello spogliatoio dicendomi: “Ho capito tutto Sandro, ma lassa stà”». Le parole tenere del maestro di vita. «Avevo 15 anni, giochiamo al Bramante, io ala con il numero 7 che non mi è mai piaciuto e la mezzala era il Galli che sento ancora, lavora in ospedale. Insomma, io gli passavo la palla in velocità, ma il Galli, un ragazzone grosso e macchinoso, non chiudeva un triangolo che fosse uno.

Così lo prendo a mal parole. Non lo avessi mai fatto… Meazza mi chiama a bordo campo e mi fa uno shampoo in dialetto milanese: “Tì pastina, io ho vinto due campionati del mondo e non mi sono mai rivolto così a un compagno di squadra”. Una lezione che mi sono portato dietro fino all’ultimo giorno che ho giocato». Eppure dicevano che Mazzola fosse un “padrino”. Oreste del Buono lo scrisse anche: fa quello che vuole nello spogliatoio dell’Inter e della Nazionale. «La storia del “padrino” nasce da una battuta di Aldo Biscardi che durante un ritiro della Nazionale mi incontra e mi saluta nel suo dialetto dicendomi, “ueh Pandrì”. Da lì in poi ci hanno giocato in tanti. Io in campo per carità, ho sempre messo tutta la grinta possibile e quel pizzico di cattiveria agonistica che non guasta. La verità è che all’epoca dava fastidio il calciatore parlante e per di più fondatore di un sindacato». Il sindacato calciatori, messo in piedi con il grande antagonista sull’altra sponda del Naviglio, Gianni Rivera. Il Gianni della “staffetta” in Nazionale, quella tra l’abatino rossonero e il “baffo” nerazzurro. «Brera non dava dell’abatino solo a Rivera, ma anche a me e a Giacomo Bulgarelli.

Di quel nostro dualismo a pagare è stato proprio Giacomo: gran giocatore, più completo anche di Gianni e del sottoscritto. Io e Rivera, comunque, mai stati contro, anzi ci divertivamo a leggere e sentire che eravamo nemici... – si ferma e sorride –. Un giorno, dopo una riunione del sindacato usciamo assieme dalla Stazione Centrale e i tifosi dell’Inter mi urlano: “Sandro vieni via, cosa cammini con quel milanista lì?”. Un minuto dopo, dei milanisti rimproverarono Gianni allo stesso modo. La staffetta di Valcareggi poi, mah… Poteva succedere solo in Italia, perché calcisticamente eravamo ancora antichi e catenacciari nell’anima. Però se andiamo a guardare una quarantina di partite assieme io e Rivera le abbiamo comunque giocate». Nereo Rocco la staffetta non l’avrebbe mai concepita, il Paròn infatti sognava un Milan con Rivera e Mazzola in tandem fisso. Ma all’Inter era arrivato il “Mago” Helenio Herrera che con il patron, Angelo Moratti, stravedeva per Mazzola. «Segnai il gol della bandiera in quel 9-1 (10 giugno 1961) contro la Juve di Sivori e Charles in cui il presidente Moratti per protesta fece giocare noi ragazzi.

Ma il mio debutto vero fu a Palermo, l’anno dopo. Faccio l’assist dell’1-1 e a fine gara il Mago mi mette una mano sulla spalla e davanti a tutti proclama: “Tu d’ora in poi sei un jogator dell’Internazionale e io farò de te una grande prima punta”. Aveva ragione. Mi faceva giocare come Crujff all’Ajax, ma in anticipo di dieci anni. Del resto il più grande degli allenatori in circolazione, José Mourinho, si ispira a lui e ancora oggi il 50% di quello che si insegna a Coverciano è il sunto delle lezioni di Herrera». Lezioni che a Mazzola sono servite per diventare un fuoriclasse. La bandiera dell’Inter, quella di Picchi «che destino crudele anche il povero Armando», Corso «che mancino ragazzi», Facchetti «un galantuomo, mai stati nemici... Altra diceria», Suarez «il mio modello, mi ha insegnato a vivere».

Campione d’Europa e del mondo con la maglia nerazzurra, a 21 anni: «Sottolineo, capocannoniere, con 7 gol, della Coppa Campioni del ’64... Neanche Messi è arrivato a tanto a quell’età. Eppure a me il Pallone d’Oro non me l’hanno mica dato». Uno dei due rimpianti di una carriera stellare, l’altro, «il Mondiale perso a Messico ’70. Venivamo da Italia-Germania 4-3, ma con 24 ore di riposo avremmo battuto anche il Brasile di Pelè». Il grande Pelè, ma il suo idolo era e rimane Alfredo Di Stefano. «Inarrivabile. Quando l’ho battuto nella finale di Coppa dei Campioni stavo per andare a chiedergli la maglia, ma in mezzo al campo mi ferma Puskas e mi fa: “Bravo ragazzo, ho giocato contro tuo padre, sei il degno figlio. Scambiamoci la camiseta”. Così la maglia di Di Stefano me la sono giocata per sempre». Anche il posto da dirigente all’Inter di Massimo Moratti se lo giocò per sempre, in un altro triste 4 maggio. «Mi invitano in tv e Giorgio Tosatti attacca il presidente. Penso che la cosa migliore sia non raccogliere e cambiare discorso... Moratti il giorno dopo mi telefona amareggiato, mi dice che non l’avevo difeso a dovere. A fine stagione non mi rinnova il contratto. Oggi penso che aveva ragione... E a distanza di tempo ho capito tante altre cose: come quel rigore negato a Ronaldo contro la Juve... Calciopoli era già cominciata».

Un interismo degno dell’avvocato Prisco. «Grande Peppino, quanto manca un personaggio così. Eravamo a un funerale quando a un certo punto passa un tizio che gli grida: “Prisco ci dovresti essere tu dentro quella bara…” e lui pronto gli ribatte: “Dall’intelligenza che mostri nella circostanza sei sicuramente un milanista”». L’Inter una fede, «il club a cui devo tutto», ma quella vera, parte dall’oratorio della Basilica di San Lorenzo alle colonne e arriva fino a San Giovanni Rotondo. «Eravamo in ritiro a Foggia e il giorno prima della partita, all’alba, io e Picchi saliamo da Padre Pio. Mi confessa nella sua cella e gli dico: Padre io credo di aver peccato. Fin da piccolo ho sempre chiesto a Dio che mi facesse diventare un campione, poi potevo anche morire giovane, come mio padre.

Lui mi sorrise, mi diede la benedizione e sulla porta mi salutò dicendomi: “Prega sempre figlio mio, prega…”. Oggi prega sempre che l’Inter vinca. «Stramaccioni? È presto, ma è sulla strada giusta. Può diventare un altro “Mago”», Ma soprattutto Mazzola prega per la sua famiglia, la moglie e compagna di una vita, Graziella, «siamo sposati dal ’64», per i 4 figli e i sette nipoti. E per uno di loro ha una premonizione, simile a quella paterna. «In una lettera che ho ritrovato, a un suo tifoso di Palermo papà scrisse: “Sento che un giorno il mio Sandrino farà strada nel calcio, lo vedo da come calcia il pallone”. Potrei dire lo stesso di mio nipote che ha cinque anni…». Come si chiama? «Secondo lei? – gli occhi adesso diventano lucidi –: Valentino…».

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