lunedì 6 giugno 2016
​Per il filosofo Roberto Mordacci «la vera modernità comporta il riconoscimento del valore morale insito in ciascuna forma di sapere».

​Andate al cinema, se volete capire il pensiero contemporaneo. Roberto Mordacci, preside della facoltà di Filosofia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, lo ripete da tempo. Sul tema ha anche scritto un libro (Al cinema con il filosofo, Mondadori, 2015) e a citare un film o due non rinuncia neppure in questa conversazione, che nasce dal forum ospitato domenica scorsa da Avvenire nell’ambito del dibattito promosso dal nostro quotidiano sulle sfide – e i rischi – del presente. Una riflessione che ha preso le mosse dal contributo che le diverse tradizioni politiche sono chiamate a dare nel contesto attuale (dalla sinistra, forum del 10 aprile, al pensiero liberale, 24 aprile, fino a quello delle donne, 15 maggio) e che si è poi spostata nel territorio di confine tra filosofia e teologia: una settimana fa, il 29 maggio, a discutere di vertigine della possibilità e necessità del limite sono stati Carlo Sini, Silvano Petrosino, Massimo Reichlin e monsignor Pierangelo Sequeri.

Si pongono in continuità con questo confronto le osservazioni di Mordacci, che al tema della “nuova modernità” – da non confondere con l’ormai abusato post-moderno – ha dedicato numerosi contributi, compreso il recente L'etica è per le persone (San Paolo, pagine 208, euro 14,50). «La mia impressione – esordisce – è che in questo momento la richiesta di valori sia molto forte e vada nella direzione di una riscoperta dell’etica che è anche, anzitutto, recupero e ripensamento di un profilo pienamente umanistico». La conferma, neanche a dirlo, viene dal grande schermo. «Mi colpisce – dice Mordacci – uno schema ricorrente nei film che stanno cercando di raccontare e spiegare la crisi finanziaria da cui siamo stati travolti negli ultimi anni. In Money Monster di Jodie Foster, come già in La grande scommessa di Adam McCay, la sceneggiatura insiste molto sul fatto che il sistema economico non è in sé fatalmente responsabile dei fallimenti di banche e società di investimento. Al contrario, a provocare il tracollo sono decisioni moralmente discutibili, che contraddicono alla radice i princìpi su cui il sistema stesso dovrebbe fondarsi. La modernità, da questo punto di vista, sta tornando alle sue origini».Un passo indietro, a questo punto, è necessario. Ecco come Mordacci sintetizza le premesse storiche da cui la situazione attuale discende: «La modernità si può descrivere come un processo che conferisce autonomia alle diverse “sfere” che compongono la società. La sfera politica si rende autonoma da quella religiosa, la scientifica dalla filosofica, l’economica dall’etica, la giuridica da quella politica e morale. La laicità dei saperi è il grande portato della modernità, eppure l’atto di separazione che la determina, se portato all’estremo, finisce per mostrarsi insostenibile. Un conto, infatti, è rivendicare autonomia rispetto a un’istanza morale esterna, un altro è negare l’esistenza di qualsiasi istanza morale. Se così fosse, se davvero cioè le varie discipline fossero di per sé indifferenti alla dimensione etica, verrebbe a reintrodursi la necessità di applicare, e ancora una volta dall’esterno, una qualche forma di limitazione. Questa, purtroppo, è l’immagine che prevale nella mentalità corrente, ormai abituata a pensare che l’economia si risolva nel profitto, che la politica non sia altro che l’esercizio del potere e che il diritto si estingua nella formulazione delle norme legislative. Quanto alla scienza, basti pensare alla vicenda della bioetica, che si afferma proprio come necessità di introdurre un elemento di valutazione morale in un contesto (quello scientifico, appunto) che ne parrebbe altrimenti privo. Ora come ora, l’etica è ancora percepita come qualcosa che arriva dal di fuori e che tenta di bilanciare il funzionamento “amorale” di ciascuna disciplina».

In ogni sapere, però, agisce un’etica nascosta, che occorre riscoprire. «Prendiamo l’economia – suggerisce Mordacci –, per quanto lo stesso discorso valga, con le debite precisazioni, anche per le altre forme di sapere. Non è più sufficiente affermare che l’attività di un’azienda si compone di due elementi, il prodotto e il profitto. Esiste una terza dimensione, che potremmo definire lo “stile”, che ha la capacità di conferire valore morale anche all’azienda nel suo insieme, profitto compreso. Meglio ancora, i tre fattori sono strettamente correlati l’uno all’altro in senso etico: il prodotto è un bene, così come lo è il profitto. Lo stile contiene questi beni preesistenti e ne genera uno ancora maggiore. Nel modo in cui produco e faccio profitto c’è un valore che è essenzialmente valore morale. Già Adam Smith ne era persuaso: la mano invisibile del mercato perde efficacia nel momento in cui i mercanti si comportano in modo disonesto».La nuova modernità, dunque, riprende un filo interrotto: «Per tutto il Seicento e per gran parte del Settecento – ricorda Mordacci – il profilo etico delle scienze è rimasto un dato indiscutibile. Certo, le sfere si sono affrancate dal controllo esterno e così facendo hanno reso evidente il proprio funzionamento, ma non per questo hanno rinunciato a coltivare una profonda consapevolezza morale. La frattura si consuma più tardi, nell’Ottocento, ed è assunta come ineluttabile nel corso del XX secolo. Questo è, in fondo, il progetto incompiuto della modernità sottolineato da Jürgen Habermas. Un crinale delicatissimo, su cui occorre vigilare per non ricadere nell’errore di un’etica imposta dall’esterno. Denunciare la mercificazione dei corpi, per esempio, è legittimo, purché non ci si accontenti di fissare un limite oltre il quale la mercificazione non sarebbe più tollerabile. La vera domanda riguarda semmai il bene che la medicina è chiamata a custodire ed esprimere. L’etica sta dentro la cura, non deriva dal rispetto formale di un protocollo».

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