sabato 20 aprile 2019
Considerato un prodigio della sei corde negli anni ’80, dal 1990 lotta contro il Morbo. Non ha mai smesso di comporre musica e il suo ultimo album “Triumphant hearts” è un inno alla vita
Jason Becker con la madre Pat e il padre Gary (da jasonbecker.com)

Jason Becker con la madre Pat e il padre Gary (da jasonbecker.com)

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«Signore e signori, questo è Jason Becker, l’uomo più sexy vivente». A dirlo di fronte alla telecamera è lui, Jason, immobile su una sedia a rotelle, mentre abbozza un sorriso. Detta le parole, lettera per lettera, indirizzando gli occhi su una tavola alfabetica che il padre decifra. È una scena del docufilm Not dead yet (non ancora morto) uscito negli Stati Uniti nel 2015, ma che potrebbe essere stato girato ieri: le condizioni del protagonista, affetto da sclerosi laterale amiotrofica, sono rimaste pressoché identiche. Mentre la sua parabola continua, sorprendente dal punto di vista clinico, umano e artistico.


Jason Becker è stato un prodigio della chitarra elettrica nella seconda metà degli anni ’80. È nato Richmond (California) nel luglio del 1969, figlio di una coppia passata per la stagione dei figli dei fiori, con un padre pittore. A cinque anni gli viene messa in mano una chitarra ma la reazione non è gran che. A otto, imparando gli accordi di As I went out one morning di Bob Dylan, diventa invece tutt’uno con la sei corde. A 12 si esibisce in pubblico, a 15 è un guitar hero della contea. È il periodo d’oro della chitarra elettrica, quando una serie di caposcuola – Van Halen, Malmsteen, Satriani, Vai – allargano i confini tecnici di uno strumento tutto sommato ancora giovane. È il boom dei virtuosi, di solisti estremi che infiammano gli appassionati e piacciono pure al mercato, ricercati dalle band di maggior successo come i bomber dalle squadre di calcio. Un giovane produttore, Mike Varney, si dedica a fare il talent scout di Paganini in erba e resta colpito dalla musicassetta che gli invia un sedicenne di Richmond. Allestisce un duo, i Cacophony, Jason Becker più un altro chitarrista di sette anni più grande, Marty Friedman, che lasciano il segno. Si moltiplicano i concerti in Europa e Giappone e arrivano i riconoscimenti. A 19 anni Jason Becker, che ha macinato insieme al rock di ogni segno anche Bach, Stravinskij e Segovia, pubblica un suo lavoro, Perpetual burn, che resta una pietra miliare del genere. Nel 1989 arriva il grande salto commerciale: David Lee Roth, già cantante dei Van Halen allora al vertice della carriera, lo chiama come strumentista per il suo nuovo album e relativo tour mondiale. La Warner Bros gli anticipa 75mila dollari più la promessa dei diritti sulle vendite. «Siamo ricchi!» ricorda di aver esultato il padre Gary con le braccia al cielo. Ma qui la storia prende un tornante drammatico. Jason arriva in sala prove per le registrazioni claudicante, con uno strano un dolore a una gamba. Poco dopo a indebolirsi è la mano sinistra. Gli viene diagnosticata la Sla. È il 1990 e ha solo 21 anni. In breve tempo perde la capacità di camminare, l’uso degli arti, poi la parola e la capacità di respirare autonomamente.

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È il dispiegarsi di un incubo, che lascia tutti con una domanda: che senso ha che una persona che ha ricevuto un talento così raro non faccia neanche in tempo a metterlo a frutto e gli venga tolto tutto, per sempre? La vita familiare viene sconvolta, come accade con un malato da seguire 24 ore su 24. «Per un anno e mezzo non ho passato un giorno senza piangere» ha raccontato la madre Pat. La situazione economica si incrina, dalle prospettive di ricchezza si passa all’ipoteca sulla casa e alla lotta quotidiana per far quadrare i conti, con le spese mediche che schizzano. Però qui inizia anche un lato, appunto, sorprendente della storia. «Sono passato per la rabbia e la disperazione, ma amo la vita» ha detto Jason ricordando quel passaggio e ciò che lo ha portato a trovare una serenità per molti impensabile. Ad accettare una dimensione che atterrisce l’uomo sano. E a chi gli ha chiesto negli anni il motivo, la risposta è sempre stata formulata con due concetti: vita e amore. Vita irrorata dall’amore, amore che è vita.

In una società come quella californiana dove le famiglie si sfaldano come neve al sole, di fronte alla prova la sua di famiglie resta unita. Una sua ex fidanzata diventa la sua infermiera. I fan vengono discretamente a omaggiarlo. Circondato da questo affetto Jason trova la forza di continuare a fare la cosa per lui più importante: comporre musica. Lo fa in una stanza piena di chitarre appese al muro come trofei, prima controllando con il movimento del mento un computer, poi, quando perde il controllo anche del mento, guidando con gli occhi la mano del padre, nota dopo nota. Componendo assoli, basi ritmiche, parti per archi. Con la capacità di chi la musica l’ha nella mente, come un piccolo Beethoven sordo. Anche il jet set della chitarra elettrica non lo dimentica, Eddie Van Halen lo aiuta a pubblicare il primo album da malato di Sla, Perspective, nel 1996, a cui ne seguono altri, fatti di materiale d’archivio e composizioni nuove affidate all’esecuzione di artisti scelti. Vengono organizzati concerti di beneficenza, per aiutare la famiglia, un piccolo popolo risponde alle campagne di raccolta fondi, come quella che ha permesso la realizzazione del docufilm prima citato e dell’ultima prova in studio.

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Triumphant hearts, cuori trionfanti, è l’album uscito lo scorso dicembre, con alcune cover e altri brani inediti suonati da una serie di strumentisti di vaglia che sarebbe lungo elencare, ma di cui va segnalata la felice presenza di due italiani, il violinista Glauco Bertagni e il chitarrista Daniele Gottardo. Non ha fatto rumore, se ne sta su Spotify per i cercatori di perle nascoste. Musica eterea e appassionata, che trasmette un senso di innocenza e di misteriosa giovinezza. Hold on to love è il brano centrale, il cui testo nella sua semplicità racchiude tutto: «Quando ero giovane e pieno di stupore, l’universo era tenero / Ogni sogno che avevo si avverava, la musica era il mio mondo / I cuori cadevano ai miei piedi, ogni respiro era così dolce, la vita era completa / Ora il passato è finito, sono stato abbattuto troppo presto / Non posso parlare, non posso suonare, ma questa carne ha molto da dire / Saluto le altezze di ieri, la vita ha altri piani / Amore e confusione, pace e distruzione / Qual è il punto di tutto questo, perché dobbiamo sentirci così piccoli? / I nostri cuori non sono giocattoli, noi vogliamo una gioia vera, la vita è un sogno / Mi fai questa domanda, per il mio destino sfortunato: come fai ad andare avanti senza provare odio? / L’amore porta luce nell’oscurità interiore / L’amore è la voce che canta: tieni duro / Aggràppati all’amore». Nel 1990 i medici prevedevano 4 o 5 anni di vita per Jason Becker. Ne sono passati 29.

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