mercoledì 27 dicembre 2017
La speculazione nel Seicento sui tulipani e, oggi, quella sulle monete virtuali hanno in comune una “follia” che può essere capita rileggendo l'umanista, ma dicono anche dello spirito di una nazione
Un tulipano Semper Augustus in un acquarello tratto da un antico libro di botanica

Un tulipano Semper Augustus in un acquarello tratto da un antico libro di botanica

«La gente mi dice: “Sei pazzo”. Io rispondo: tra cinque anni vi accorgerete della bontà della mia scelta». Didi Tahiuttu ha trentanove anni e ha venduto tutto quello che possedeva, automobile, motocicletta, bicicletta, giocattoli delle figlie, vestiti, scarpe e naturalmente la casa in cui abitava e oggi vive con la famiglia in un campeggio a Venlo, cittadina sulla Mosa a nord di Maastricht. Ma a indurlo a svendere tutti i suoi averi non è stata una crisi mistica né un messianico ritorno allo stato di natura: Tahiuttu ha semplicemente usato il ricavato, circa 300 mila euro, per acquistare criptovalute e bitcoin, convinto che i loro prezzi sarebbero saliti alle stelle. In parte ha avuto ragione. In parte no. È diventato famoso, ma non certo ricco, le sue monete virtuali promettono eternamente grandi guadagni, ma ora che i prezzi unitari sono praticamente irraggiungibili – 20 mila euro per un bitcoin – venderle è diventato il vero problema. Ma lui continua a sognare.

Che cos’è la follia? Da sempre gli olandesi le danzano attorno tributandole un torvo e rispettoso amore. Nella sua Stultitiae Laus – “Elogio della follia” – edita nel 1509 Erasmo da Rotterdam la dice figlia di Pluto, il dio della ricchezza e di Neotete, la ninfa della giovinezza, ma il primo latte glielo diedero Mete, ninfa dell’ubriachezza, e Apedia, figlia di Pan e ninfa dell’ignoranza. L’elenco continua, ma ci basta per capire. Perché a dispetto del suo berretto a sonagli e l’aspetto da giullare – così la pazzia era raffigurata fin dal Medioevo e così (come ci ricorda un altro grande olandese, Johan Huizinga) divenne popolare nelle stampe e nei tarocchi – la follia nella sua insinuante leggerezza (pensiamo solo ai mondi sovrumani e visionari di Hieronymus Bosch) è contagiosa. E, come conferma la storia di Didi, puntuale nel ripresentarsi a cospetto della credulità umana.

Cento anni dopo la satira corrosiva di Erasmo, le Province Unite primeggiavano nel commercio mondiale: nel Seicento Amsterdam e la sua Borsa (il nome si deve alla famiglia di banchieri fiamminghi Van der Bourse) erano l’equivalente della City londinese di oggi, e il demone dell’azzardo, della speculazione, del rischio finanziario era patrimonio condiviso in una società fiorente, opulenta e soprattutto convinta che la ricchezza fosse sinonimo di virtù. Una società che al tempo stesso vietava la musica d’organo nelle chiese ritenendola fatua e non consona alla sacralità del luogo e che nella sua bigotta contraddittorietà reputava sconveniente ostentare il proprio benessere.

Se da un lato dunque l’Olanda di Rembrandt e Vermeer poteva gloriarsi della propria modernità di pensiero, della propria tolleranza nei confronti delle altre religioni, dell’efficacia dei propri traguardi scientifici, dall’altra, come riconosce lo storico Simon Schama nel suo indimenticabile saggio The Embarassment of Riches (in Italia: “Il disagio dell’abbondanza”), vi era nell’anima olandese la parallela inclinazione a mortificare l’overvloed, ovvero l’eccesso, la hybris, fino ritornare alla casella di partenza, in una sorta di Monopoli metastorico. Come se cadere, dopo aver volato fino al cielo più alto, fosse un partecipato dovere civico.

La follia dei tulipani – del tutto identica a quella dei bitcoin di oggi – puntualmente ce lo conferma. Il capostipite di questi fiori bulbosi venuti dalla Turchia di Solimano approdò in Europa nel 1559 ad Augusta, in Baviera, ma la sua seduzione si diffuse lentamente, un facile vento che progressivamente infiammò menti e cuori, ambizioni ed egoismi nascosti sotto la cenere della società che sessant’anni più tardi sarebbe stata la meglio predisposta ad accoglierla, quella olandese.

Con i suoi bagliori rosso sangue, con quelle fiamme vividamente striate su fondo bianco che dal centro si impennano insolenti lungo i petali carnosi quasi volessero liberarsi delle catene della natura e immolarsi in una vampa gloriosa, il Semper Augustus ritratto nel bellissimo acquarello di Pieter Holsteyn il Giovane sembra guardarti con aria di sfida. Eppure quel cultivar, un tulipano ibrido generato da un bulbo che pesava un terzo di oncia, era di per sé una perfetta allegoria della follia stessa che aveva scatenato: la sua era una bellezza malata, quei colori impossibili erano frutto di un virus, destinato a indebolire e financo a marchiare di impossibili sfumature (il “mal della stria”) il fiore che ne sarebbe nato. Ma ciò poco importava. Per la classe mercantile dei Paesi Bassi che nel diciassettesimo secolo assaporava l’apice della propria fortuna, possedere un bulbo di tale rarità non aveva prezzo.

Nel 1637 un Semper Augustus (se ne contavano pochissimi, e questo ne accresceva a dismisura il valore, a differenza delle comuni varietà di Rosen, i Violetten, i Byzarden) arrivò a costare a un’asta di Alkmaar 5.200 fiorini e 10 mila – tanto quanto una dimora signorile affacciata su uno dei più bei canali della città ( La ronda di notte, il più remunerato dei capolavori di Rembrandt gli venne pagato “solo” 1.600 fiorini) – vennero offerti per un bulbo a Amsterdam, prima che tutto precipitasse. Prima cioè che tutti, borghesi piccoli piccoli e ricchi commercianti, nobili e contadini, vanitosi rentier e aspiranti aristocratici senza blasone, tutti quanti risucchiati come una torma di dannati – l’Homo Bulla di La Mettrie, di fatto – dal folle possesso di bulbi che nessuno voleva più comperare e per i quali avevano alienato proprietà, contratto debiti impossibili da onorare, svenduto beni e dignità abbagliati dalla cieca promessa racchiusa dentro a un bulbo di tulipano.

Ed è proprio in questa caduta che si racchiude lo spirito olandese affrancatosi dal gioco imperiale degli Asburgo. Azzardo e rovina, rischio e naufragio, dioscuri invisibili che sembrano regolare l’orologio segreto di questo popolo e che la letteratura del Seicento affollava di narrazioni di fortune catastroficamente perdute, di vascelli svaniti nella tempesta (tema prediletto nella pittura di genere) e parimenti di un’epica fondata sull’eroismo e sull’audacia, vaga metafora della sua inquieta coscienza cristiana.

Didi Tahiuttu non sfugge a simile destino. Con lui centinaia, forse migliaia di compatrioti, gli stessi che dodici anni or sono affossarono insieme ai francesi il progetto di una Costituzione europea, gli stessi che per anni hanno fatto da gendarmi al rigore di bilancio dell’Unione Europea e che al tempo stesso hanno incoraggiato il gioco d’azzardo rifiutandosi di regolamentarlo in alcun modo ora sono fra i più solerti compratori di bitcoin. E dire che nel secolo d’oro del loro fulgore gli olandesi avevano accortamente separato la banca dalla Borsa, come due emisferi etici l’uno contrapposto all’altro: la prima era solida quanto la seconda era considerata la sua antitesi morale. In banca si depositavano i guadagni e li si metteva al sicuro, in Borsa si scatenavano passioni sfrenate e entusiasmi inopportuni, nella banca si stivavano certezze, fra le grida della Borsa impazzava il windhandel, il “commercio del fumo” e insieme a esso il senso di colpa per il vizio dell’avidità.

Poco è cambiato, come si vede. «Sperano, sognano, comprano – dice l’analista finanziario Robert Schuckink Kool – e continuano a comprare. Qualcuno ci ha guadagnato, ma tutte le bolle finanziarie all’inizio fanno guadagnare. È alla fine, però che si fanno i conti. E la maggior parte della gente che ha investito nelle criptovalute finirà per perderci. Ma cosa possiamo fare di fronte alla follia umana?». Sul frontone del Tribunale fallimentare di Amsterdam è raffigurato il tragico volo di Icaro. Presunzione e caduta. L’immutabile anima olandese.

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