giovedì 14 giugno 2018
Nel 1998 entrava nella letteratura italiana un personaggio utile alla nostra anima indebolita e rassegnata
Una scena del film “Harry Potter e i doni della morte 1” (2010) (Jaap Buitendijk/Ap/Warner Bros)

Una scena del film “Harry Potter e i doni della morte 1” (2010) (Jaap Buitendijk/Ap/Warner Bros)

Vent’anni fa appariva nelle librerie italiane Harry Potter, il personaggio inventato da J.K. Rowling, scoperto e pubblicato da Luigi Spagnol per Salani e immediatamente affermatosi nel mondo con le sue avventure che nutrono tanti libri felici, coniugando alto valore letterario e presa sul pubblico, seguite da versioni cinematografiche a volte eccellenti, come quella che inaugura il ciclo, Harry Potter e la pietra filosofale. Vent’anni fa nasceva Harry Potter sulla pagina in lingua italiana, ma il maghetto inglese non vive una vita fuori dal tempo, come spesso accade in narrazioni del genere, dove il bambino si sveglia dal sogno e dalle sue avventure per ritrovarsi nello spazio e nel tempo quotidiano. I personaggi di questa saga, al pari del loro eroe, non vivono la magia uscendo dal tempo, per ritornarvi, come in un risveglio. No, crescono come i mortali che essi sono; ogni anno dei sette di studi all’università di Hogwarts vede cresciuti Harry e i suoi amici, gli inseparabili Ron Weasley e la deliziosa Hermione Granger, e il suo nemico, il perfido Draco Malfoy, e tutti, cresciuti fino all’adolescenza, alla gioventù. Alcuni si sposeranno, alcuni avranno figli, diverranno vecchi, se sopravvissuti ai rischi e pericoli non proprio lievi della vita da maghi. Questo elemento è fondamentale per comprendere l’importanza della saga di Harry Potter che, pur essendo nel nostro paese la seconda per vendite editoriali dopo quella di Maigret, coniuga la vasta popo-larità (universale nelle versioni cinematografiche), con l’alta qualità letteraria e conoscenza del mondo magico nella sua tradizione, dal- l’antichità orientale ai nodi storici cruciali, alle ricerche alchemiche e simboliche. Il tutto ambientato negli anni in cui le storie sono scritte, dall’ultimo decennio del secolo scorso al primo del nostro.

Non la magia da Signore degli anelli, da Excalibur, infantile evasione fantastica, wagnerismo da centro commerciale, ma al contrario la magia nel presente, nel quotidiano. Harry Potter non appartiene alla tradizione superomistica della magia rappresentata esemplarmente dal Dottor Faustusdi Marlowe poi dal Faust di Goethe: il febbrile onnisciente travolto da superbia, che si dedica alla negromanzia per superare i limiti, nascita e morte, concessi da Dio all’uomo. Faust a Dio si contrappone, dannandosi alla rovina. Accanto a questa tradizione negromantica nasce, nel XVI secolo, una nuova figura di mago. Prende forma in un capolavoro di Shakespeare, La tempesta. Prospero, duca di Milano esiliato nell’isola caraibica popolata di spiriti, non vive al di fuori del tempo, poiché al momento in cui appare in scena è già invecchiato, ha una moglie morta giovane, una figlia appena giovinetta, Miranda, ha una vita alle spalle e davanti. La sua magia, i suoi incantesimi, vanno oltre il tempo, lo dilatano, ma non lo cancellano. Prospero ha i poteri per operare il male (come li avrà Harry Potter, che capisce il serpentese, la lingua dei rettili), ma scopre che la magia deve essere al servizio del bene, dell’armonia. Di un superiore disegno divino. Al termine, operati i prodigi, ricreata l’armonia dove regnava il caos, riportata l’unione attraverso il miracolo del perdono, spezza la bacchetta magica e la tuffa in mare. La restituisce.

La magia ci è data in prestito, come la poesia. Harry Potter discende da questo archetipo (Shakespeare non crea prototipi, come un qualunque grande genio, scopre e svela archetipi), vive profondamente nella realtà. Ne ha una conoscenza non concessa ai comuni mortali, ma vi abita. Harry Potter è più umano che mai, lo incontriamo bambino orfano, maltrattato dagli zii e dal cugino. Suo padre e sua madre sono morti, in quanto mortali, a causa di un lampo terribile e un’esplosione causati dal nemico del bene, il mago cattivo Voldemort. Il bambino si è salvato, per dono magico, portando come inconscia memoria di quell’esplosione una cicatrice sulla fronte, Certo, dirà il gigantesco Hagrid che lo andrà a prelevare dalla sua misera vita per condurlo a Hogwarts, è un mago, anzi, un predestinato. Ha poteri non comuni. Dell’esplosione solo una cicatrice, ma è sopravvissuto. Anche il poeta, l’artista ha facoltà diverse dal comune essere umano. Harry Potter, come Stevenson e Roger Waters, possiede un dono negato alla maggior parte dei mortali. Ma, come loro, Stevenson e Roger Waters, non è e non si sente un superuomo. Il mitico Pink Floyd ha un padre sepolto ad Anzio, dove morì combattendo con l’esercito americano per la nostra libertà. Harry, il mago, due genitori da piangere.

Nella prima delle sue avventure nel castello di di Hogwarts, lo vediamo fermarsi di colpo davanti a uno specchio dove gli appaiono di colpo, sorridenti, giovani; tocca il vetro, vanamente come le ombre abbracciate da Omero, Ovidio e Dante, sente alle spalle la voce del buon professor Albus Silente, accanto a lui, invisibile: «Non puoi, loro non sono qui, questo è lo Specchio delle Brame». Alla fine di quella prima, meravigliosa avventura, e del bambino che si inizia alla magia e alla vita, quando con i suoi amici trionfa sul mostro e compie l’impresa, ringrazia la bella bambina Hermione, che ha risolto con formule magiche latine al momento decisivo. «Merito tuo, Hermione, dei tuoi sortilegi». «No – risponde Hermione –. Tu sei il mago migliore. Io memoria, e intelligenza. Tu coraggio, e amicizia». Sì, vent’anni fa entrava nella letteratura italiana un grande autore, con libri che ridestavano la meraviglia della vita, e nasceva un personaggio che Stevenson avrebbe sognato come amico. Utile alla nostra anima indebolita e rassegnata: in Harry Potter Magia fa rima con Poesia.

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