venerdì 24 novembre 2017
Un anno fa la sciagura aerea che ha decimato il club brasiliano. Oggi i tre giocatori superstiti di nuovo in campo: «Dio ci ha preso tra le braccia e ci ha concesso una seconda opportunità»
Follmann e i sopravvissuti indomiti della Chapecoense

C’è una partita più grande da vincere, anche quando la vita sembra aver già emesso un triplice fischio beffardo e tragico. È passato un anno dalla disgrazia che straziò il mondo del calcio e non solo. Da allora non passa giorno in cui i sopravvissuti della Chapecoense non ci costringano a riflettere sul mistero che ci vede coinvolti su questa Terra. Era il 28 novembre del 2016 quando la squadra brasiliana, che si apprestava a giocare una storica finale di Coppa Sudamericana contro i colombiani dell’Atlético Nacional, rimase coinvolta nel terribile disastro aereo nei pressi di Medellín. Soltanto tre i giocatori sopravvissuti: Neto, Jackson Follmann e Alan Ruschel. Nessuno di loro si è mai dato per vinto.

Nemmeno l’ex portiere Follmann che ha subìto l’amputazione della parte inferiore della gamba destra. Grazie a una protesi ha ripreso a camminare e si è sentito felice come un bambino ai suoi primi passi. Ha riscoperto il piacere dei piccoli grandi gesti quotidiani che scorrono nelle nostre vite senza la percezione di aver ricevuto un dono inestimabile. Nei giorni scorsi è ritornato perfino tra i pali, come dimostra un video che sta sorprendendo il web. «So di aver ricevuto un miracolo, Dio ha preso tra le braccia me, Neto e Ruschel, e ci ha concesso una seconda opportunità. Ora ho un pensiero fisso: partecipare ai Giochi Paralimpici come nuotatore». Per questo si sta allenando duramente: «È ancora presto. Ho subito un intervento chirurgico solo pochi mesi fa. Ma non posso abituarmi all’idea di essere un ex sportivo». Quel maledetto giorno è sempre più lontano anche se certo è impossibile dimenticare: «Non ho perso il gusto di vivere, non ho dimenticato come si sorride. Soltanto una cosa non voglio scordare: i miei amici, coloro che ci hanno lasciato. Loro sono degli eroi».

È stato Follmann a salvare involontariamente Ruschel chiedendogli di cambiare posto mezz’ora prima della catastrofe. Anche lui è ritornato in campo esibendo con orgoglio la fascia da capitano: «Non voglio pietà, non voglio giocare per grazia ricevuta, solo perché sono uno dei sopravvissuti. Voglio giocare come sapevo e tornare a quei livelli». La stessa tenacia, la stessa volontà di non arrendersi che ha per tutti la stessa origine: una grande fede. Quando la vita ti pone di fronte a domande di cui è difficile dare risposte, non è vero che la risposta non c’è. È forse sbagliata la domanda. Piuttosto che piangersi addosso e chiedersi perché sia avvenuto, hanno proiettato la loro angoscia su un campo più grande di un rettangolo verde. «Nel momento in cui l’aereo si è schiantato - ha spiegato Ruschel - Dio mi ha preso in braccio e mi ha detto che io ho una missione qui sulla Terra. Ecco perché non mi ha portato via».

Credere già adesso di essere protagonisti di una partita eterna cambia tutto. Mettere al mondo un bimbo sapendo che non finirà nel nulla è una prospettiva che ti riempie l’esistenza. Ed è la ragione per cui Gisele, moglie di Tiago, giocatore della “Chape” scomparso nella strage non ha mai avuto dubbi sul portare a termine la gravidanza. Avevano scoperto di diventare genitori solo una settimana prima del disastro. Ad agosto prendendo in braccio il piccolo neonato ha detto: «È bello sentire un po’ di tuo padre con me. Si è avverato il sogno del tuo papà che adesso dal cielo potrà prendersi cura di noi per sempre. Grazie Signore per questo bel regalo».

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