giovedì 20 agosto 2015
​Sono sempre più numerosi anche nel nostro Paese gli autori che nei loro libri ripercorrono a piedi i sentieri adoperati dai pellegrini medievali.
Il libro è dedicato a nonna Nadina, quella che quando l’autore era piccolo e ne sparava una grossa lo metteva al suo posto dicendogli: «Ma cammina!». Sono dovuti passare un po’ di anni, ma alla fine Alcide Pierantozzi ha preso il suggerimento alla lettera e ha percorso a piedi un bel tratto della via Francigena, da Lodi alla Puglia, in compagnia di qualche amico scelto e, più che altro, del suo modo eccentrico e paradossale di guardare al mondo. Il risultato non è esattamente un pellegrinaggio, d’accordo, eppure Tutte le strade portano a noi  (Laterza, pagine 198, euro 13,00) è un volume che merita di entrare nella biblioteca, sempre più affollata, degli scrittori-camminatori. Due attività, il camminare e lo scrivere, accomunate dal bisogno di procedere un passo alla volta, con la dovuta lentezza e accortezza. Altrimenti l’acido lattico si accumula nelle gambe, le frasi si ingarbugliano e ci si ritrova immobilizzati su una sedia, magari alle prese con il crampo della pagina bianca.  Chi sono, quanti sono gli scrittori con lo zaino in spalla? Un censimento completo è impossibile, ma qualche nome imprescindibile si può comunque individuare. Come quello del sociologo francese David Le Breton, che l’11 settembre sarà al Festivaletteratura di Mantova per dialogare con Davide Longo sulle virtù dell’andare a piedi. E alla “viandanza”, com’è noto, è addirittura dedicato un festival, che si svolgerà per la quarta volta a Monteriggioni, in provincia di Siena, dal 9 all’11 ottobre (per informazioni www.viandanzafestival. it). Ma torniamo ai nomi o, meglio, alle famiglie. Quella dei transalpini prende a modello il poeta Charles Péguy, che tra il 1912 e il 1913 volle raggiungere Chartres alla maniera dei pellegrini medievali, quasi in preparazione all’“ultima marcia” che lo vide cadere sul fronte della Marna nel settembre del 1914 (L’ultima marcia del tenente Péguy è infatti il titolo del poemetto di Roberto Gabellini edito lo scorso anno da Ares). Gli anglosassoni, invece, hanno il loro punto di riferimento in Bruce Chatwin e nel suo maestro Patrick Leigh Fermor. Un’alternativa laica, o almeno così sembrerebbe, alla tradizione cattolica testimoniata da Péguy. A rimettere in discussione la mappa provvede però  La via del sentiero (pagine 144 + cd, euro 17,50), il testo che ha di recente segnato il debutto delle Edizioni dei Cammini, sigla interamente dedicata ai temi della viandanza. La collana “Wanderer” (nella quale figura anche un libro del già ricordato Le Breton: Camminare, pagine 192, euro 16,00) è legata all’esperienza di Luca Gianotti, fondatore della Compagnia dei Cammini e direttore del Festival del Camminare di Bolzano. Nella fattispecie, la riscoperta della Via del sentiero, originariamente apparso a Londra nel 1911, si deve a Wu Ming 2, al secolo Giovanni Cattabriga, che ha individuato in Hilaire Belloc il curatore di questo florilegio di pagine firmate da Charles Dickens e Walter Scott, da William Wordsworth e Robert Louis Stevenson. Sì, proprio il cattolicissimo Belloc, amico fraterno e pressoché inseparabile di Gilbert Keith Chesterton. Contiguo alla scrittura, l’atto di camminare sconfina volentieri nei territori della mistica e della spiritualità. A piedi si spostavano Gesù e gli apostoli, e sul “cavallo di san Francesco” non è il caso di dilungarsi. Da una decina d’anni a questa parte, la dimensione religiosa della viandanza ha assunto una connotazione centrale nell’opera di Enrico Brizzi, in un andirivieni tra autobiografia e invenzione ben documentata da libri come Nessuno lo saprà (2005) e Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro  (2007). Di valore più dichiaratamente politico è invece il progetto “Stella d’Italia”, che negli anni scorsi ha impegnato il fotografo Giovanni Giovannetti – insieme con Antonio Moresco e altri scrittori legati alla rivista “Il primo amore” – in un percorso di riappropriazione civile del territorio nazionale. Una bella sgambata, del resto, può anche essere una forma di protesta. Perché, come sosteneva già Belloc nella prefazione alla Via del sentiero, «dei molti modi di camminare, ce n’è uno che è il più sommo di tutti, ed è camminare via».
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