domenica 26 febbraio 2017
Dagli archivi di Walter Ronchi emerge un testo che lo scrittore 19enne aveva inviato nel '43 alla rivista fascista “Pattuglia”. Scalfari, suo compagno al liceo, cercò di aiutarlo a pubblicarla.
Italo Calvino (penultimo a destra) con alcuni amici liceali a Sanremo; il primo a sinistra è Eugenio Scalfari.

Italo Calvino (penultimo a destra) con alcuni amici liceali a Sanremo; il primo a sinistra è Eugenio Scalfari.

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Appare sull’ultimo numero del bimestrale 'd’illustrazione romagnola' «La piê» l’articolo di Giovanni Tassani «Italo Calvino inedito a Forlì», di cui diamo ampi stralci in questa pagina. Tassani vi narra del rinvenimento di un prezioso inedito calviniano negli archivi di redazione della rivista fascista «Pattuglia», che aveva sede appunto nella cittadina romagnola; al suo caporedattore Walter Ronchi il 19 aprile 1943 il futuro romanziere inviava lo scritto con una lettera di accompagnamento in cui specificava: «È un lavoro pieno di difetti che, ora, quasi un anno dopo la sua ideazione, mi appaiono chiaramente. Ma siccome qualcosa di buono mi sembra che ci sia ancora, l’ho riletta, corretta, ho tagliato tutto un atto, e ho deciso di mandartela. Vedi tu. Scusa se ti ho dato del tu: ho intenzione, se non con questa con qualcosa d’altro, di diventare tuo collaboratore». Al testo teatrale, finora perduto, fanno riferimento anche alcune lettere intercorse tra lo stesso Calvino e l’amico di gioventù Eugenio Scalfari.

Il mensile Pattuglia, del Gruppo universitario fascista (Guf) di Forlì, è stato tra 1942 e luglio ’43 – quando, poco prima del 25 luglio, fu fatto chiudere d’autorità da Mussolini – un sicuro riferimento e una meta ambita per tanti giovani italiani che, nonostante i difficili tempi bellici, ambivano esprimersi liberamente in campo critico, letterario e artistico. Il merito di questo indubbio successo in campo nazionale va attribuito alla decisa conduzione della rivista da parte del suo redattorecapo: Walter Ronchi. Altra testata sempre a diffusione nazionale e palestra di tanti futuri scrittori, artisti e politici (come Testori, Grassi, Strehler, Ghirotti, Patroni Griffi, Napolitano, Ghirelli, Aristarco…) fu Spettacolo, che continuava Via Consolare, sorta sul finire del 1939 per impulso del responsabile culturale del Guf forlivese Armando Ravaglioli. Vorrei soffermarmi su un episodio di esordio di un autore che, se non ebbe a quei tempi uno sbocco editoriale, e forse proprio per questo, va indagato per la sua preziosa singolarità: la vicenda della commedia, a tutt’oggi inedita, di Italo Calvino, inviata dal diciannovenne sanremese al forlivese Ronchi presso la redazione di Pattugliail 19 aprile 1943. E che capitò proprio a chi scrive rinvenire, il 24 settembre 2002, tra le carte dell’archivio di Walter Ronchi, a sessant’anni dalla sua originaria stesura. Tra bozze e copioni inediti di vari autori, ecco La commedia della gente, tre atti di Italo Calvino, dattiloscritto di 16 pagine datato Sanremo, luglio-agosto 1942, firmato dall’autore e con l’indicazione «Segnalata al concorso del Teatro Nazionale dei Guf – Firenze – Anno XX». Qualche giorno dopo emersero anche due lettere di Calvino a Ronchi.

La lettera del 19 aprile 1943 a Walter Ronchi che accompagnava il testo teatrale del giovane Calvino.

La lettera del 19 aprile 1943 a Walter Ronchi che accompagnava il testo teatrale del giovane Calvino.


Alla prima lettera (qui sopra nell’originale manoscritto fotografato, ndr) Calvino aveva allegato la Commedia della gente, mentre alla seconda aveva unito alcune liriche, «Acqueforti di Liguria», che non sono state però reperite tra le carte dell’archivio Ronchi. Calvino le invia avendo letto che «uno dei prossimi numeri di Pattuglia sarà dedicato alla letteratura ligure. Se sono ancora in tempo e se il numero non è accaparrato da una 'lista chiusa' di autori, sarei molto contento di parteciparvi... Anche se mi dici che sono delle boiate, io non mi offendo. Confesso di non sentirmi maturo per la lirica, ma convinto che senza una lirica non si può costruire una drammatica vado cercando il mio stile nella poesia e nella narrativa (dove credo di esser già più vicino alla meta)...». Nel Meridiano delle Lettere 1940-1985 di Calvino (uscito nel 2000) ci sono anche quelle al suo compagno di liceo sanremese Eugenio Scalfari, che svelano la genesi ed i tentativi messi in atto dal diciannovenne Calvino per far rappresentare e pubblicare La commedia della gente tra il 1942 e il ’43. I giovani, poco più che adolescenti, Italo Calvino ed Eugenio Scalfari provano sé stessi, cercando la loro via, come tanti altri della loro generazione. Scalfari giunge a Roma a fine ’41 e si iscrive a Giurisprudenza, Calvino opta per Agraria di Torino con scarsa convinzione; il primo, avvantaggiato dalle possibilità offerte dalla capitale e dal carattere deciso, entra subito a contatto con un «vivaio giovanile» che rivela anche un suo côté cattolico.


Questo aspetto, di possibile 'cattolicizzazione' dell’amico Eugenio viene affrontato in tono un po’ canzonatorio da Italo, poiché tra i due, in una sorta di dubbio radicale anticipante il pensiero debole, si era convenuto di relativizzare l’impegnativo concetto di Dio, chiamandolo Filippo. Filippo e l’universo sarà, qualche tempo dopo, il titolo del secondo tentativo di commedia giovanile di Calvino, mai giunta a termine; ma anche lui vivrà un periodo di ricerca interiore quando dichiarerà che la Apologia dell’ateismo di Rensi, nella collanina Formiggini, non l’aveva entusiasmato, specie dopo una lettura completa di Rilke. Nella rivista di studio della Gioventù cattolica (Giac) Gioventù Italica Scalfari pubblica nel marzo-aprile 1942 un suo scritto, «L’elemento 'tragedia' nell’animo umano», che invierà a Calvino, in cui si apre alla luce del religioso ed evoca il crocifisso, con temi e modalità ricorrenti oggi nel suo dialogo con papa Francesco. Da Calvino, che ha ricevuto un no da Giulio Einaudi alla pubblicazione di un libro di sue novelle, l’estate 1942 è in gran parte dedicata alla stesura della Commedia della gente, annunciata a Scalfari come un lavoro tra Thornton Wilder, Milan Begovic e il Peer Gynt. Il contenuto, aggiunge, «agiterà gli eterni problemi dell’individuo e della massa».

Una copia consegnata a Scalfari ai primi di settembre viene da lui inviata, su invito di Calvino, al Teatro nazionale dei Guf di Firenze per il concorso teatrale che ha sostituito, in tempo di guerra, i «Littoriali del Teatro». Scalfari si troverà però poi a dover comunicare a fine mese all’amico che il suo lavoro non è stato giudicato positivamente: il vincitore è invece risultato Turi Vasile con Arsura. Quanto a 'stravaganza' La commedia della gentenon è, felicemente, da meno. Essa narra nel primo tempo di due sposini, Geo e Isabella, lui attratto come inventore dall’idea di 'immagazzinare la luce del sole', che giungono in una città ove vige la mediocrità ideale e gl’individui divengono pupazzi dipinti sui muri, ritoccati nel tempo e infine cancellati. Il secondo atto vede Geo, considerato dai vicini «mezzo matto», dibattersi a lungo con due levatrici, perdendo infine sia moglie che figlio. In un intermezzo Geo, a sipario chiuso, si rifiuta di proseguire lui solo da protagonista il dramma. Quasi come risposta, dopo un accalcarsi degli spettatori attorno alla scaletta e l’apertura del palcoscenico, ciascuno di questi si avvicenda a dire il proprio dramma in una battuta. Geo si chiede il perché di tutto ciò , ricevendo dalla maschera del teatro la risposta che non ci sono perché: c’è un suggeritore che legge le parole e basta ripeterle. Geo rovescia con un calcio la botola: è vuota! Resta dapprima atterrito, poi, con una risata folle esclama: «Adesso si recita a soggetto… giù il sipario!».

Il terzo e ultimo atto vede Geo, trasandato e invecchiato, bussare ripetutamente a un cancello. Un uomo seduto nel buio l’avverte che sta bussando alla casa dei morti e che se non gli si apre vuol dire che non è ancora giunta la sua ora. Da una parte del cancello, in discesa, è un fiume, ove si annega, dall’altra è un sentiero in ripida salita, verso una grande montagna, cui mirano molti che portano fardelli anche pesanti. Geo vuol salire alla vetta e lasciare là il fagotto. Si avvia ma un uomo con una vanga gli sbarra la strada. Di fronte a sé c’è una fossa; Geo tenta di saltarla ma vi cade dentro e vi sprofonda lentamente... Scalfari prosegue la sua opera a favore dell’amico promettendo d’insistere con Vasile per la rappresentazione al Teatro Guf di Roma. Eugenio è diventato redattore di Roma fascista, organo settimanale del Guf dell’Urbe, trovando spazio sul terreno, a lui più proprio, di economia, istituzioni e corporativismo. Ed è così che Calvino può annunciare a Scalfari tra maggio e giugno 1943 del suo realizzato contatto epistolare con Ronchi: «La mia commedia è molto interessante ma ha tutti i numeri impegnati fino a ottobre». Ma, come si è detto, Mussolini ordina ai gerarchi forlivesi l’immediata soppressione di Pattuglia dopo averne visto l’ultimo numero, ideato da Giovanni Testori con Mario De Micheli, sulle tendenze della pittura italiana. Calvino resterà inedito. E ancora lo è.


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