domenica 9 dicembre 2018
Parla Mauro Valeri, responsabile dell’Osservatorio che vigila sugli stadi italiani: «Il problema coinvolge ormai i campionati dilettantistici e giovanili. Ma federazione e dirigenti tacciono»
Il centocampista della Juve, Blaise Matuidi / LaPresse

Il centocampista della Juve, Blaise Matuidi / LaPresse - LaPresse

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Da qualche settimana Carlo Ancelotti, in versione “Masaniello”, minaccia l’interruzione della partita del suo Napoli in caso di cori discriminanti nei confronti della squadra e dei tifosi partenopei. «Si chiama “discriminazione territoriale”, ma è stata depenalizzata, anche perché una definizione precisa gli organi competenti non sono mai riusciti a darla. E poi purtroppo la discriminazione territoriale fa parte della cattiva cultura diffusa in tutto il nostro Paese. E nel mondo dello sport, non coinvolge solo il calcio ma anche altre federazioni», informa il sociologo Mauro Valeri, responsabile dell’Osservatorio sul razzismo e l’antirazzismo negli stadi italiani. Una piaga quella del razzismo nel calcio, che però stando al numero degli episodi registrati da inizio stagione fino ad oggi dall’Osservatorio si sarebbe clamorosamente rimarginata. Per lo meno nel calcio che conta: «Infatti in Serie A, a parte il caso del 2 ottobre scorso in cui il giudice ha punito per discriminazione razziale i tifosi della Juventus per i cori contro Koulibaly, dobbiamo ritornare al campionato 2017-2018 con l’unico caso che riguardava il colored francese Matuidi della Juventus, il quale subì gli “ululati” al Bentegodi con la società dell’Hellas Verona multata di 20mila euro e diffida della curva dei supporter gialloblù e a Cagliari, ma al Sant’Elia nessuno vide e tanto meno sentì.

Dalla Serie A alla Lega Pro, dove solitamente a questo punto della stagione si gridava all’«allarme razzismo» con decine di casi registrati (circa 60 di media, ogni anno) ora siamo alla calma piatta. Che la “tolleranza zero” sia entrata davvero in azione, azzerando anche il problema? «No, siamo piuttosto in una fase di “dibattito zero”. La scorsa estate quando il procuratore della Repubblica di Torino, Armando Spataro aveva denunciato “l’aumento del razzismo in Italia” non c’è stata nessuna reazione da parte degli organi sportivi e sappiamo benissimo, perché è provato, che il razzismo di tipo sociale si ripercuote soprattutto all’interno degli stadi di calcio. Eppure la Figc sull’argomento non ha detto nulla. Bocche cucite e giacche abbottonate». Mentre la Figc sa bene che le frange estreme delle tifoserie sono popolate da pericolosi soggetti violenti e razzisti. Il gruppo ultrà juventino dei “Bravi ragazzi” (mai nome fu più dissonante per fortuna poi si è disciolto) diede alle fiamme un campo rom di Torino. «E quello è uno dei tanti casi di “complicità” delle frange estreme della Curva che delinquono fuori e poi si appropriano, anche indebitamente, di porzioni dello stadio, gestendolo a piacimento con il club che spesso tace e quindi acconsente».

Siamo di fronte a un altro aspetto molto italiano: l’omertosa deresponsabilizzazione del mondo del calcio. «In Inghilterra il patron del Chelsea Abramovich al primo episodio di razzismo antisemita da parte dei suoi tifosi ha varato una tolleranza zero applicata con lo strappo della tessera dei soggetti incriminati. Un gesto che farà “giurisprudenza” d’ora in poi all’interno del club londinese. Da noi la Roma è l’unica società che in estate ha inserito un codice interno analogo al Chelsea: se il tifoso viene segnalato come razzista gli verrà tolta la tes- sera d’accesso allo stadio Olimpico. Ma il resto del sistema è assente e tacciono in maniera preoccupante tutte e tre le componenti: federazione, dirigenti di club e tesserati. Nessuno è disposto a metterci la faccia dinanzi al razzismo da stadio». La dimostrazione è che da quando si sono spenti i fari sul grande calcio ormai si parla di episodi di razzismo circoscritti alle categorie inferiori. «Per un fatto molto semplice – continua Valeri – in Serie A tranne Keane non abbiamo più dei G2 - calciatori di colore di seconda generazione - . Finita l’ondata positiva degli azzurri i “black italians” Balotelli (vittima tra l’altro nel maggio scorso di quello striscione “Il mio capitano è di sangue italiano” durante Arabia Saudita- Italia), Ogbonna e Okaka, ora la maggior parte dei G2 militano nei settori giovanili o nelle formazioni dei campionati dilettanti». Infatti, il calcio dilettantistico e giovanile ogni settimana fa registrare casi davvero allarmanti che riguardano partite di ragazzini di 10-12 anni. «E in una partita di queste, ciò che chiede Ancelotti, la sospensione da parte dell’arbitro, c’è stata e credo sia un fatto unico», informa Valeri. È il caso di una partita del campionato esordienti del Veneto, Pegolotte- Cartura, del 10 novembre scorso, sospesa prima del terzo tempo per i reiterati insulti razzisti da parte dei genitori degli ospiti contro un ragazzino del Pegolotte. Il Cartura ha vinto sul campo ma il giudice sportivo ha tenuto conto della sospensione dell’arbitro (un dirigente del club di casa, come accade in queste categorie) e ha decretato il 3-0 a tavolino ai danni degli ospiti più una multa di 50 euro. Una punizione quasi trascurabile rispetto alla gravità del fatto in sé.

Ma le giovani “vittime” degli attacchi razzisti a volte vanno loro stesse incontro a sanzioni. «Il ragazzino di colore continuamente vessato prima o poi è normale che sbotti e abbia una reazione, magari anche scomposta ». È accaduto, sempre nel mese di novembre, durante una gara del campionato Allievi toscano: Bibbiena-Arezzo Football Academy. Un 15enne di origini senegalesi del Bibbiena dopo una serie di entratacce e insulti a sfondo razzista si è “fatto giustizia da solo” e alla fine si è beccato 5 giornate di squalifica. Una brutta pagina che per fortuna si è chiusa con le scuse sincere da parte dei giovani dell’Arezzo che si sono presentati nello spogliatoio del Bibbiena accompagnati dal loro allenatore, che poi, durante la settimana ha mostrato ai suoi ragazzi film e documentari sul tema del razzismo. «Un ottimo educatore fa questo, ma è raro che nel nostro calcio, tutto proiettato al business fin dalle categorie giovanili, ci si fermi a riflettere con questa profondità e attenzione sugli aspetti morali – sottolinea Valeri – . Così molti ragazzi di colore, delusi dal sistema abbandonano presto il calcio e magari passano a praticare altri sport. Non è un caso che nell’atletica o negli sport individuali ci sia un aumento di tesserati tra i figli di stranieri».

Sono aumentati anche gli arbitri di calcio figli di stranieri e con la loro presenza in campo inevitabilmente crescono anche gli episodi di razzismo verso queste “giacchette nere”. Ultimo della serie: il giovane direttore di gara della sezione di Roma 1, Nirintsalama Andriambelo: ad Ardea, durante la gara di Eccellenza laziale tra il Team Nuova Florida e il Ronciglione United dopo aver espulso un giocatore dello United dagli spalti veniva ricoperto di insulti da parte di un tifoso - non identificato - del Ronciglione. Anche in questo caso il buon senso alla fine è prevalso: il club del Ronciglione ha stigmatizzato l’accaduto e sta pensando a future iniziative di sensibilizzazione contro il razzismo. «Però anche qui, l’Aia (Associazione italiana arbitri) mi pare si comporti come la Figc, non prende una posizione ufficiale e di conseguenza è poco presente al fianco dei propri tesserati che vanno in questi campi di periferia dove non solo vengono insultati ma il più delle volte mettono a rischio anche la propria incolumità fisica».

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