lunedì 25 marzo 2013
​«La poesia la si può esprimere con qualunque mezzo, musica, arte, teatro e anche comicità. Basta averne voglia, perché la gente ha bisogno di sognare». Parola di Arturo Brachetti, che non è solo un grande trasformista (suo il record di 80 personaggi in un solo spettacolo), ma anche visionario regista teatrale che ha lavorato con Gaber, Tognazzi, Branduardi e, dal 1995, con Aldo, Giovanni e Giacomo. Con il trio comico sta registrando il tutto esaurito grazie al nuovo spettacolo Ammutta Muddica che martedì chiude un mese di spettacoli agli Arcimboldi di Milano, per proseguire in tour dal 10 aprile a Catania e dal 16 aprile a Roma.Brachetti, come è nato il rapporto con Aldo, Giovanni e Giacomo?Nacque circa 20 anni fa. Io non li conoscevo. Loro chiesero al regista Paolo Guerra che li aveva scoperti di contattarmi e nel ’95 nacquero <+corsivo>I corti<+tondo>, uno spettacolo che è rimasto un classico della comicità italiana. La demenzialità stava nel partire dallo sketch più lungo sino ad arrivare all’ultimo di soli 30 secondi. Ci siamo divertiti un mondo, perché osavamo di più. Ora siamo diventati più quadrati.Vuol dire che il successo può cambiare?È il sistema che è cambiato. Allora nessuno pensava alle riprese televisive, alla scenografia più adatta alla tv (Ammutta muddicca invece andrà in onda su Canale 5 l’anno prossimo). Quando uno spettacolo diventa per famiglie, si ha un po’ paura di sperimentare trovate un po’ più folli e surreali che forse non verrebbero capite. Certo, il pubblico familiare ben venga, anzi. Aldo, Giovanni e Giacomo hanno una comicità pulita e, non a caso, hanno deciso di vendere biglietti a prezzi popolari (dai 35 euro ai 15 euro), una scelta onesta rispetto ad altre star televisive. Il bello di Aldo, Giovanni e Giacomo è che se li prendi singolarmente sono tre cinquantenni tranquilli, molto attaccati alle loro famiglie e alla loro routine. Messi insieme, l’età scende a 13-15 anni. Il bambino che c’è ancora dentro di loro si sveglia.E a lei, come regista, tocca quella del prof?Un po’ sì, anche se io ho una conclamata sindrome di Peter Pan, che è anche la mia fortuna. Abbinata, però, a un grande rigore scenico. Il pubblico ha bisogno di leggerezza, ma anche di qualità. Purtroppo l’italiano medio ha un po’ dimenticato negli ultimi 30 anni di avere dentro di sé il gene dell’arte, di essere portato verso l’artigianato, la tradizione di famiglia e, quindi, verso l’eccellenza. Mi fa una rabbia quando facciamo finta di non avere questo gene e ci gettiamo in cose che non  ci appartengono, chessò, l’alta tecnologia. Lasciamola ai coreani e ai cinesi. Torniamo al nostro estro. Anche la politica dovrebbe tenerne conto.Lei, come nostro nostro ambasciatore, all’estero è molto apprezzato.Guardi, mi hanno dato anche troppi riconoscimenti, quasi fossi morto. Però vado molto fiero della Legion d’Onore francese, del premio Molière, del Lawrence Olivier. In più il Circolo Magico Inglese mi ha inserito fra i 300 maghi più importanti della storia, compresi Houdini e David Copperfield per avere recuperato l’arte del trasformismo. In realtà quando ho cominciato nel 1979 mi sono accorto che non ero il più bravo al mondo, ero l’unico trasformista dopo Fregoli, ovvero dal 1936. Poi mi hanno copiato e stracopiato, ma va bene così. Il segreto per essere unici?Io sono sempre in anticipo, non mi sono mai fermato sui personaggi già fatti, ma ho puntato su una ragione poetica e visiva sempre in evoluzione, mescolando anche l’arte, come ho fatto con Magritte, per trasmettere emozioni.Quali sono stati, invece, i suoi maestri di regia? Ho imparato moltissimo da Gaber, con cui ho lavorato ne In principio Arturo. Mi diceva sempre: «Ricordati che la spina dorsale di uno spettacolo non è la storia o la scenografia, ma sei tu. La gente qualsiasi cosa gli racconti va bene basta che sia veritiera rispetto a te tesso». E poi mi ha formato il seminario, dove sono stato sei anni. Ti crea una mentalità più forte, che è il senso della missione. Lasciando il seminario il Mago Sales, che mi aveva insegnato l’arte della prestidigitazione, mi disse: «Non è importante che tu abbia una vocazione religiosa, l’importante è che tu abbia una vocazione». Lo dico pensando ai miei nipoti adolescenti, avvolti dal grigio totale e senza speranze.Che rapporto ha con i giovani?Bellissimo, io esco spessissimo coi miei nipoti, nonostante i miei 55 anni mi mantengo giovane grazie a loro, mi nutro della musica e degli stimoli della modernità. In cambio, gli passo un po’ della mia cultura e delle mie esperienze in giro per il mondo. Ci sono tantissimi giovani di talento in Italia, che con pochissimo creano cose meravigliose nel campo dell’arte, della musica e del teatro. Il nostro è un paese troppo vecchio, che spreca tutto questo.Pensando al futuro, quali i suoi prossimi progetti?Il 28 e 29 maggio sarò all’Auditorium di Torino con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai con Allegro un po’ troppo, spettacolo in cui interpreterò anche Pierino e il lupo. Quest’estate poi debutterò in Canada con una nuovo grande varietà prodotto da Gilbert Rozon sulla magia, con me e tanti illusionisti mentre spero di portare il mio spettacolo sul cinema Ciak si gira finalmente a Broadway. Sarebbe come vincere le Olimpiadi.
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