venerdì 27 ottobre 2017
Ha 24 anni ed è il primo arbitro donna dell’ovale maschile, unica italiana a Rio 2016. Neppure una violenta aggressione subita in campo l’ha frenata, ma ora denuncia: «Stop al sessismo nello sport»
L'arbitro del rugby Maria Beatrice Benvenuti

L'arbitro del rugby Maria Beatrice Benvenuti

Se esistesse un Dante del rugby non potrebbe che cantare la sua unica Beatrice. Maria Beatrice Benvenuti, romana di Trastevere, classe 1993. Una creatura pacifica, quasi angelica, catapultata a ridosso della barbara mischia: è la prima donna arbitro della palla ovale italiana. Secondo tradizione: «Uno sport bestiale giocato da gentiluomini». Profilo che rispecchia a pieno i suoi fratelli, Pietro e Leone, «che a forza di vederli giocare dalla tribuna decisi che mi sarebbe piaciuto entrare in campo». Il fisico esile «nemmeno 50 chili per 165 centimetri» la sconsigliavano di darsi al rugby agonistico ma non certo all’arbitraggio. «Infatti nel settembre 2009, a soli sedici anni, mi feci accompagnare al Palazzo del Coni per seguire il mio primo corso federale per diventare arbitro». Esame superato ed esordio eclatante. «Il debutto? Lo ricordo ancora come se fosse ieri, in pieno stile rugbistico, sotto la pioggia e in mezzo al fango... Bellissimo».

A 20 anni, «era il 7 aprile 2013, una data indelebile nella mia memoria », l’esordio in Serie A Femminile: Benetton Treviso-Asd Rugby Monza. La ragazza con il fischietto ci sa fare e ottiene il massimo rispetto in campo. «Così il 31 maggio 2014 divento la più giovane arbitro a livello nazionale a dirigere la finale del campionato di Serie A femminile: la sfida scudetto tra Amatori Rugby Monza e Sitam Riviera del Brenta». Rapida l’ascesa nell’Eccellenza maschile, con risultati ottimi e il plauso della Federazione che non può non vantarsi di questa splendida stella della propria rosa arbitrale. Ma una gelida domenica di dicembre dello scorso anno, a Padova, all’improvviso si scopre che quel motto epico dello «sport bestiale giocato da gentiluomini» non vale per tutto l’universo ovale. A fare eccezione è un folle, l’oriundo argentino Bruno Andrés Doglioli. Il 35enne capitano del Vicenza mentre si disputa la gara contro il Valsugana, in preda a un raptus, si rende protagonista di un episodio che si fa fatica solo ad immaginare. Il video su Youtube che, a quasi un anno di distanza rivediamo con Maria Beatrice, è allucinante e sfidiamo i lettori ad andarlo a guardare in Rete. In quei frammenti, riproposti anche alla moviola, si assiste a un placcaggio “assassino” ai danni della leggiadra Benvenuti.

«Mi ha caricato come un toro quando vede la mantiglia rossa... Eppure io ero quella in giallo », racconta a fatica la giovane arbitro mentre con il sorriso dolce e rassicurante stacca la connessione e ripone lo smartphone nella borsa sotto gli occhi lucidi di papà Alessandro e di mamma Paola. Una ferita ancora aperta anche per loro, quella causata da un “tir umano” impazzito al quale poi non è stato fatto neanche il test antidoping. Un impatto tremendo su Maria Beatrice che poteva avere delle conseguenze fisiche letali. «Nonostante i dolori su tutto il corpo e la nausea sono riuscita a portare a termine i restanti quindici minuti della partita prima del fischio finale... Ma durante il viaggio di ritorno, quattro ore di treno fino a Roma, stavo malissimo...». Nella notte la corsa al pronto soccorso, referto: «Due costole rotte, protrusioni discali a livello cervicale, ecchimosi estese su tutto il corpo. Più di venti giorni di prognosi». E mentre pativa le pene dell’inferno, il suo “killer” Doglioli, appena 48 ore dopo la radiazione era in campo, birra in mano, a festeggiare assieme ai suoi compagni di squadra. La squalifica iniziale per lui era stata di tre anni, la massima pena disciplinare. Poi, per fortuna, la Procura Federale ha rivisto il caso e sentenziato: radiazione a vita. Fine parziale dell’incubo. «Sono tornata ad arbitrare dopo tre mesi, ma da assistente e poi giudice di linea a livello internazionale, in Irlanda nel Sei Nazioni femminile», dice con una punta d’orgoglio mista ad amarezza. Tanta solidarietà per l’accaduto dal rugby oltre i confini nazionali. Tiepide scuse e molta indifferenza dal movimento italiano, e nessun supporto psicologico offerto alla ragazza, prima che all’arbitro.

Eppure uno dei tre cardini del rugby non è forse il “sostegno”? Ma dalla Federazione ha avuto adeguato conforto? «No comment», ribatte secca la Benvenuti che per “premio” ha ricevuto un inspiegabile declassamento. Crollato anche il secondo cardine, “avanzamento”. L’ex pupilla della Federazione dopo il fattaccio viene spedita ad arbitrare sui campi di serie B, i peggiori, i più ostici. Ma Maria Beatrice non molla, «la passione e la fede in Dio mi hanno illuminato nei momenti bui che ho passato dopo l’incidente». Rimessa la divisa, da sola prosegue il suo cammino, a testa alta, e si guadagna la stima sui campi europei e quelli esotici degli Emirati Arabi. E poi arriva la convocazione alle Olimpiadi di Rio 2016 per la prima volta dello spettacolare rugby a 7. «Da Fiumicino sono stata l’unica della spedizione italiana a volare in Brasile ». Dirige la finale del 5°-6° posto femminile (Francia-Usa) ma viene praticamente tenuta “celata” agli occhi degli inviati italiani a Rio, compreso il sottoscritto. Terzo cardine: “comunicazione”, colpito e affondato. «Eppure io c’ero...», rivendica Maria Beatrice che ha ritrovato lo smalto dei giorni migliori e non si sente più una mosca bianca.

«Nei campi italiani ma anche internazionali in questi ultimi anni sta crescendo sempre di più la presenza di arbitri donne, e questo è già un bel traguardo. Un bellissimo esempio è la presenza di arbitri e giocatrici donne nel torneo di rugby a 7 che andrò a fare a fine novembre a Dubai. Anche negli Emirati Arabi, nonostante la presenza di particolari leggi religiose e norme culturali, le donne scendono in campo con il burqa ma sono rispettate ». Il «rispetto» «che devi guadagnartelo» è uno dei tasti sui cui batte forte. Con la sua tenacia ha aperto un fronte e fatto proseliti anche in famiglia. «Mia sorella, Maria Clotilde, a sedici anni ha deciso di seguire le mie orme. Io dico sempre che fare l’arbitro è quasi una “vocazione” perciò il messaggio che ho trasmesso a lei, e che cerco di fare arrivare a tutti ogni volta che scendo in campo, è che essere donna e fare il nostro mestiere è possibile solo se si è disposti a mettersi in gioco, andando oltre le false apparenze e restando sempre umili». Ma nonostante sia rimasta sempre con i piedi per terra, Maria Beatrice e le altre donne dello sport sono costrette a lottare contro il pregiudizio e il sessismo imperante. «Siamo nel XXI secolo eppure sì, ancora esistono distinzioni di genere nel nostro Paese.

Lo sport, specie le discipline fisiche e di contatto, a loro volta ne sono “affette”, in quanto piccole comunità che riproducono quella che è la nostra realtà quotidiana. Un esempio lampante è quello della Nazionale femminile di rugby: negli ultimi quattro anni ha ottenuto risultati che quella maschile finora non ha mai raggiunto, eppure rimane sempre lì, relegata in un angolo, quasi invisibile, senza sostegni economici, né sponsorizzazioni e, a differenza di quello che accade all’estero, alla continua ricerca di supporto da parte della Federazione... Sono donne che dedicano la loro vita ad una maglia, che prendono giorni di ferie dal lavoro per giocare una Coppa del Mondo, perché il rugby non gli permette di avere un contratto da professionista. Ma come me, continuano ad andare avanti, nonostante tutto e tutti». Maria Beatrice non si ferma un attimo. Vola da un parte all’altra del mondo per arbitrare ma senza saltare un esame universitario o un corso di perfezionamento. «Sono laureata in Scienze Motorie - 110e lode - e una tesi di master internazionale in lingua inglese in fase evolutiva. La ricerca in campo genetico la Medicina sportiva sono due ambiti che mi affascinano molto, magari potrei continuare a studiare anche all’estero, perché no...».

In giro per il mondo intanto porta la sua esperienza di direttore di gara unita alla testimonianza di donna a tutto campo. E lo fa nelle scuole, nelle associazioni e i Festival sportivi come quello di Macerata - “Overtime” - dove di recente ha commosso la platea, incantata dalla grinta e dal coraggio di questa piccola grande donna che vuole crescere con «il rugby che rimane uno sport fantastico e uno strumento di integrazione e di inclusione incredibile. Quando si va in campo si è tutti uguali, donne, uomini, rossi, alti, bassi, bianchi, di colore... Questo è il mio mondo e qui voglio continuare la mia partita, fino all’ultima meta».

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