lunedì 14 maggio 2012
C’è chi lo ha definito «il maestro Yoda della sociologia». Se Zygmunt Bauman ha qualcosa del personaggio di Guerre Stellari, oltre al volto simpaticamente incartapecorito, è la vitalità insospettata per i suoi 87 anni, tra conferenze in giro per il mondo e un’attività pubblicistica che non si arresta, dal suo romitaggio di Leeds in Inghilterra. E l’umanità del vecchio saggio, insieme allo sguardo lucido su un presente che, rispetto alla Polonia in cui è nato e si è formato a cavallo della guerra, sembra effettivamente fantascienza. Bauman sarà ospite del Festival biblico a Vicenza sabato 26 maggio alle 10,30 nel Palazzo delle Opere Sociali, con una lectio magistralis su «Decodificare il mondo in cui viviamo», portando un contributo laico sul tema della speranza in questa fase critica dell’Europa e non solo.Professore, quanto è profonda la crisi economica-finanziaria che stiamo vivendo? Si richiama ogni tanto la Grande depressione del 1929: quella colpì una società povera ma ricca di valori tradizionali di riferimento. Oggi la situazione sembra opposta: una società incomparabilmente più benestante rispetto agli anni prima della guerra, ma ben più povera in valori condivisi.«Ci sono stati due fatali allontanamenti che rendono differenti le due crisi: il divorzio tra potere e politica – con poteri emancipati dal controllo politico e una politica afflitta da un cronico deficit di potere – e una pervasiva privatizzazione di interessi e responsabilità, che ha dato come risultato una società sempre più atomizzata, un aggregato di individui alle prese con un compito improbo, quello di trovare soluzioni individuali a problemi generati a livello sociale. Una situazione che ricorda quando si viveva sotto la minaccia di un’incombente guerra nucleare e la gente era incoraggiata ad allestire, a seconda delle proprie risorse, rifugi familiari anti-nucleari… Quello che manca clamorosamente oggi da quel quadro di valori condivisi che lei cita è il valore della "buona società", da cui dipendono il benessere e la dignità di ogni singola vita. Siamo passati dall’atteggiamento del giardiniere a quello del cacciatore: il primo si manifesta nella cura del bene comune – migliorare la qualità della vita rendendo la società più umana –, il secondo nel tentativo di ognuno di ritagliarsi uno spazio relativamente sicuro nel mezzo di una società i cui guasti e la cui insicurezza sembrano senza speranza».Se la situazione economica peggiorasse, cosa dovremmo aspettarci: una rivolta sociale diffusa, con aspetti anche violenti, o una discesa lenta e apatica di intere fasce della popolazione nella povertà?«La sua capacità di previsione è buona quanto la mia: entrambi non siamo profeti in grado di anticipare il futuro e ciò che sarà determinato dai nostri comportamenti. Incapaci di predire con sicurezza la forma e gli esiti di quei comportamenti, dobbiamo essere almeno consci delle alternative che abbiamo di fronte. Dovrebbe essere chiaro a tutti che, di fronte al collasso della strategia che cercava di mantenere l’orgia dei consumi attraverso denaro non guadagnato, lo stile di vita presente – e anche il volerne misurare la qualità dal volume dei consumi e dall’intensità degli acquisti – non è sostenibile. Abbiamo bisogno di imparare a cercare delle fonti di felicità e di dignità altre rispetto a quelle che richiedono un ulteriore saccheggio delle risorse del pianeta. Il nostro modo di vivere, guidato dagli ideali dell’opulenza privata e del lucro ma dimentico del valore del mutuo aiuto, della cura reciproca, del bene comune e del contributo personale al benessere di tutti, non è la sola forma immaginabile di una gratificante e umana coabitazione… al contrario! Abbiamo dimenticato le qualità necessarie per impostare un’alternativa e abbiamo bisogno urgentemente di riappropriarcene, per quanto grande sia lo sforzo necessario».Nel caso di focolai di rivolta sociale: potrebbero essere incanalati in modo positivo, costruttivo? In altre parole, contro cosa o chi varrebbe veramente la pena ribellarsi e lottare?«Contro l’approccio consumistico al mondo e la conseguente autoreferenzialità delle nostre preoccupazioni; contro quegli aspetti della nostra vita in comune che ci condizionano, ci plasmano e fanno sì che ci radichiamo nelle nostre erronee e in ultimo autodistruttive pratiche, invece di focalizzarci su una doppia sfida: la riforma della società e di noi stessi…».Di fronte a una possibile nuova Grande depressione: se lei dovesse indicare delle risorse di speranza a cui la società occidentale può attingere, cosa direbbe? «Io direi di prendere nota, per esempio, dell’avvertimento lanciato da Tim Jackson nel suo libro di ormai due anni fa, Prosperità senza crescita, ovvero che i nostri consumi alimentati dal debito, incentivati con accanimento dai poteri dominanti, sono "ecologicamente distruttivi, socialmente dannosi ed economicamente insostenibili". Presterei ascolto alle considerazioni di Jeremy Leggett, secondo cui una prosperità durevole – ben diversa da una condannata al fallimento o al vero e proprio suicidio – necessita di essere cercata "al di fuori delle trappole dell’opulenza", e aggiungerei al di fuorIni del circolo vizioso dell’uso e abuso di merce ed energia: ovvero nelle relazioni, nella famiglia, nel vicinato, nella comunità, nella ricerca del significato della vita e in un’area recondita di "vocazioni al servizio di una società che funzioni e si concentri sul futuro". Anche se lo stesso Jackson ammette che porre in questione la crescita economica è considerato una cosa da "pazzi, idealisti e rivoluzionari". O valuterei bene il messaggio che lancia Elinor Ostrom, nel suo Governare i beni collettivi, secondo cui l’assunto che le persone siano naturalmente inclini ad agire per un profitto di breve termine non sta in piedi. Dai suoi studi sulle economie locali e di piccola scala, Ostrom trae una conclusione ben diversa: le persone che vivono in comunità tendono a prendere decisioni che non sono mosse dal puro profitto».Siamo ancora nel campo delle osservazioni critiche: in cosa avere fiducia, su cosa puntare?«È assolutamente tempo di chiedersi: quelle forme di vita in comune, che la maggior parte conosce ormai solo da studi etnografici sulle poche nicchie rimaste di una vita e di una civiltà ormai superate, sono da considerare per forza cose del passato? O non sta forse emergendo una visione alternativa della storia e del progresso? Tale da poter considerare la ricerca della felicità attraverso l’acquisto di beni non più come un avanzamento, per di più irreversibile, ma come una semplice deviazione del cammino sociale, intrinsecamente ed inevitabilmente temporanea? La giuria, come si suol dire, sta ancora deliberando, ma è davvero giunto il momento di un verdetto. Più a lungo la giuria si ritira, maggiore è la probabilità che sia costretta a uscire dalla camera di consiglio per mancanza di viveri... E, mi lasci aggiungere, noi siamo parte di questa giuria. È dal nostro verdetto che dipende il futuro, il futuro dell’umanità».
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