C'è una babele che lega Medioevo e IA

Il meccanismo immaginifico alla base delle miniature del Libro di Kells è omologo a quello delle intelligenze artificiali: una estetica “isperica” che innesta fonti e linguaggi diversi
January 8, 2026
C'è una babele che lega Medioevo e IA
Un capolettera miniato del Libro di Kells / WikiCommons
Dei tanti strilloni che popolano il panem et circenses delle intelligenze artificiali elargito a masse colpevolmente ignare, non so quanti siano al corrente dell’esistenza del Leabhar Cheanannais, ossia il Libro di Kells. È un manoscritto ricco di miniature, realizzato da monaci irlandesi intorno all’anno 800 e per alcuni studiosi rappresenta a buon titolo l’epitome di quella che Umberto Eco chiamava estetica isperica, controcanto fisiologico destabilizzante e rivoluzionario di quella più classica, con le sue certezze simmetriche. Un compendio di meraviglie dissonanti, dalla vastità proteiforme e imprevedibile che, con le sue metamorfosi compresse, è stato fonte di ispirazione per il Joyce del Finnegans Wake.
Dimentichiamo per un momento le ovvietà delle speculazioni tra il tenore manualistico e il piglio profetico, fuorvianti e cannibalizzate dalla divulgazione selvaggia, destinate ad attecchire su una umanità che il mercato e i suoi ambasciatori considerano unicamente merce di scambio e riserva di facile consenso. L’autentica specificità rivoluzionaria dell’evento esteso che definiamo grossolanamente con il binomio intelligenza artificiale, riguarda le fondamenta del linguaggio, trama fenomenologica dei fatti che definiscono la realtà indipendentemente dal contesto.
Il Libro di Kells è un evento che, in prima battuta, può apparire il viaggio multimediale ante litteram di chimere a ruota libera, tali da indurre un ripensamento viscerale di ciò che classifichiamo esistente, metaforico, metalinguistico, metafisico, pragmatico, semiotico, simbolico. Andando appena più in profondità vi si scopre una apertura metodologica a logiche che assemblano un edificio cognitivo spiazzante e inedito, destrutturando alla radice il precedente fino a farlo scomparire. L’estetica del Libro di Kells sta a quella classica come l’intelligenza artificiale sta all’analogico. Una proporzione le cui incognite fluttuano in processi che celano una costante e ambigua ridefinizione.
La frammentazione e ricomposizione delle forme che il manoscritto miniato conservato al Trinity College di Dublino mette in scena come la esuberante superfetazione spontanea di ibridi bizzarri, ci permette di intravedere una vertigine di complessità spiraliformi che si ribellano al vincolo algoritmico delle pedanti perfezioni geometriche naturali avvolte nelle spire auree e soffocanti di Fibonacci.
Il procedimento della compenetrazione tra entità diverse non è altro che il versante metaforico visivo della continua trasformazione che interessa l’organismo più cangiante e imprendibile con cui abbiamo a che fare: il linguaggio. Il modo isperico va molto oltre la dimensione onirica e surreale della lingua latina innestata con termini dall’origine eterogenea, non di rado oscura (hispericum eulogium). È la reazione, insieme analitica e debordante, proiettata nel futuro ignoto come rimbalzo dei tempi di transizione, spesso incerti. Meccanismo che, se per un verso interessa tutta la storia, in alcuni periodi assume un carattere di urgenza che non è possibile ignorare. La contemporaneità dei congegni IA, come il Medioevo in fermento del Libro di Kells, è indiscutibilmente tra questi.
L’utente potrebbe rimanere sorpreso dall’accostamento transepocale di questa opera all’impatto onnicomprensivo che contraddistingue le intelligenze artificiali. Eppure, a uno sguardo minimamente attento, la prossimità è evidente. Oggi siamo sommersi da meccanismi che generano costantemente prodotti immaginifici in forma di immagini e video. Cosa sono, se non la evoluzione asimmetrica degli artifici utilizzati per concepire e realizzare le incredibili miniature della poetica isperica? Cosa sono gli applicativi generativi se non la omologia cosmogonica e aggiornato delle ibridazioni sublimate in forma artistica nell’arazzo esteso del Libro di Kells?
Una filogenesi già scritta, e che può apparire impercorribile, di labirinti i cui centri e liminari remoti si sovrappongono, si scambiano di ruolo, coincidono, si contaminano fino a contraddirsi e nuovamente rigenerarsi. Un luogo misterioso in cui non vi è porzione isolata o che somigli all’altra, di opposizioni che collaborano all’organismo totale. Il medesimo luogo procedurale che origina il congegno IA attraverso l’escamotage sintattico.
L’immagine del labirinto sembrerebbe restituirci piuttosto bene l’idea di questa architettura formale, ovvero sostanziale, estrosa e destabilizzante.
Non ne sono più così persuaso. Anche il labirinto è inadeguato a definire il rivoluzionario stratagemma linguistico della ricombinazione che non avviene in un percorso, sia pur frammentario e frammentato, intricato e divergente nelle sue volute e cambi di fronte. Non vi è percorso. Al suo posto aggregazioni e disgregazioni ininterrotte del tutto prive di direzione e senso, una congerie coesistente che pulsa senza definire le linee di una topografia giusta o sbagliata verso la ipotetica uscita.
Qualcuno obietterà che le alchimie per immagini non hanno molto a che fare con la “parola”, meccanismo fondante di ogni processo IA.
È un errore. Ogni versante estetico custodisce la lingua che in potenza è atta a trascriverlo con le sue dinamiche. Lingua specifica che non può essere se non intessuta del medesimo metodo, in questo caso ibridativo-isperico. Forse in ogni caso. Forse isperico è l’attributo di ogni babele, precursore della fatale intersezione organica che lega ogni immagine alla sua scrittura.
Oggi, attraverso la IA, si comunica spesso per immagini nel modo isperico aggiornato che più di qualche novello Torquemada smart identifica come stregoneria linguistica priva di senso, da recintare se non reprimere.
Le creazioni immaginifiche, di Kells e delle IA, producono entrambe conseguenze concrete. Con una differenza fondamentale. Se le rappresentazioni medievali contenuto nel libro incidevano sulla formazione mistico cognitiva di chi lo consultava, causando in seconda battuta conseguenze pragmatiche, quelle IA sono direttamente connesse alla operatività immediata o differita tramite applicativi e hardware di ogni tipo. La mediazione umana retrocede a un ruolo accessorio che definire essenziale non muta le cose: nel mondo che le IA vanno delineando, essenziale è perfettamente equivalente a inessenziale.
Il principio isperico che attraverso il dispositivo artigianale linguistico visivo (la miniatura) ha ispirato Joyce, in ambito IA infiltrerà, modificandolo radicalmente, il tessuto stesso della logica che abita la materia di cui si serve e da cui è costituita: la parola.
Assisteremo a una produzione poliedrica e a tratti disturbante di proposizioni insolite, sillogismi esplosi e ricomposti. Dipenderà da noi se farci imbrigliare dai ricatti manichei dei nuovi inquisitori o dalle sirene di chi aspira unicamente a trarne profitto, curiosamente alleati tra loro. Oppure lasciarci disorientare verso nuovi, temerari Libri di Kells, sorprendentemente contigui alla ipotesi del Verbo.

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