mercoledì 12 agosto 2015
«Mafia, mafia, mafia… Basta parlare di mafia. Non ne posso più. Parliamo di riscatto, di bellezza, di futuro». Letizia Battaglia è la più grande fotografa italiana. La fotografa “anti-mafia” che ha raccontato la mafia come forse nessuno ha fatto, costringendo tutti a guardarla negli occhi e ad affrontarla: i primi morti ammazzati; la cronaca di una stagione infernale che ha insanguinato Palermo fra gli anni Settanta e Novanta, come fotoreporter dello storico quotidiano L’Ora, fucina di grandi penne. È sua la foto del giudice Cesare Terranova, esanime, dentro l’auto (1979). È sua la foto del presidente della Regione Siciliana, Piersanti Mattarella freddato, sotto casa, in via della Libertà, nel 1980. Sono sue le foto di tanti uomini, sconosciuti all’opinione pubblica, uccisi in una accecante guerra fra clan. Quartiere Al.jpg «Le morti per mano di mafia mi hanno segnato molto», ammette la Battaglia, 80 anni, energica palermitana andata e tornata da Palermo. Fuggita una volta per Milano, a 37 anni, con le sue figlie (Cinzia, Shobha e Patrizia), per riprendersi la propria vita. «Agli inizi la fotografia era un lavoro, un normale lavoro che mi riscattava da una vita di dipendenza economica. Finalmente riuscivo a guadagnarmi il pane che mangiavo. Avevo pochissime conoscenze tecniche della macchina fotografica, negli anni l’ho usata quasi d’istinto, sbagliando spesso aperture di diaframma e tempi. Poi, pian piano è diventata qualcosa di più: un modo per esprimermi, per non essere sola, per mettere dentro di me quello che vedevo e per tirare fuori quello che avevo dentro. Grazie alla fotografia, finalmente la mia vita aveva un senso costruttivo, era nelle mie mani, e non in balìa di quello che mi succedeva». Nel documentare il dolore di Palermo, in realtà la Battaglia documentava anche se stessa, esprimendo le emozioni più intime. «L’ho vissuta come acqua dentro la quale mi sono immersa, mi sono lavata e purificata. L’ho vissuta come salvezza e verità». Una “liberazione”. Così ha voluto che anche le foto dell’orrore «si riscattassero», diventassero fotografie di vita. «Ho sognato spesso di bruciare i miei negativi di cronaca nera degli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Per disgusto, per disperazione. Per annullare dalla mia vita lo schifo che aveva vissuto Palermo, che vive ancora la mia Palermo. Foto di morti ammazzati, di miseria, di boss, di povertà. Un giorno, nel 2004, stavo guardando con rabbia e tristezza una grande foto di una madre e tre poveri figli, coricati perennemente a letto per ripararsi dal freddo e per la fame. Mi venne un guizzo: io queste foto che girano il mondo, potevo distruggerle. Potevo farle diventare altro. Una vita, un corpo, un sorriso, posti dinanzi alle foto di cronaca avrebbero spostato il punctum ». Quelle foto di morte sono rinate con la gente viva. Il riscatto è stato possibile con la stessa fotografia. «Una catarsi in qualche modo cominciata negli anni delle stragi, quelle drammatiche del 1992, quelle che hanno ucciso i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e le loro scorte. Era troppo. Di quelle stragi Letizia Battaglia non ha foto. Non ha voluto scattare foto. Avrebbe voluto fotografarli ancora in vita. La foto- simbolo di quel momento è allora quella scattata, qualche tempo dopo, a Rosaria Costa, vedova di Vito Schifani, uno degli agenti della scorta di Falcone: il suo volto, con gli occhi chiusi, spezzato fra l’ombra e la luce, di speranza. «Basta parlare di mafia. Perché voglio che andiamo avanti, che costruiamo un futuro per i ragazzi di Palermo e della Sicilia. Dobbiamo darglielo o no? Non possiamo aprire solo pub per i giovani e preoccuparci della movida... No, dobbiamo stimolare i nostri giovani alla bellezza, alla natura, all’arte. Dobbiamo lottare per non impoverire la nostra terra, ma rispettarla. Insegniamo a lottare per la giustizia. E per l’amore, quello vero, autentico». Palermo 1980.jpg Quello di Letizia Battaglia non è solo un auspicio, o un monito. È una sfida e un grande progetto a cui lavora da anni: la Scuola internazionale di fotografia, ai Cantieri alla Zisa. «In Sicilia sono nati e cresciuti grandi fotografi, di Sicilia si sono nutriti tanti fotografi anche non siciliani. È una terra d’elezione, la Sicilia, per la fotografia. C’è una tradizione. Voglio che Palermo diventi un luogo di formazione e di confronto per giovani, donne, uomini e anziani che amano la fotografia e hanno bisogno di scambiare visioni e fotografie con altre persone. Un centro internazionale e un archivio, per conservare la memoria di Palermo con le foto donate dai palermitani e dai grandi nomi della fotografia che hanno fotografato Palermo, da Koudelka a Salgado». Un grande sogno che diventerà presto realtà. Grazie alla cocciutaggine di questa donna con tante vite e capace di molte “battaglie”: «Se non finiscono i lavori a marzo del prossimo anno, faccio una rivoluzione », dice senza troppa ironia. Fotografa dal grande impegno civile, ha fatto anche politica attiva: tra la fine degli anni 80 e i primi anni 90 è stata consigliere comunale con i Verdi, assessore con la giunta guidata da Leoluca Orlando e poi deputata all’Assemblea Regionale Siciliana per una legislatura con la Rete (dal 1991). Una parentesi, quest’ultima, nel cuore del potere e del fallimento dell’autonomia siciliana, che ricorda con «orrore»: «Sentivo l’impotenza nel mio agire rispetto a un sistema impenetrabile». A distanza di anni, ripassando il suo album andarmene da Palermo. Via e per sempre. Le mie foto oggi, avrebbero avuto un significato diverso. Sarebbero state delle foto e basta, invece di ossessione sterile». Come si è salvata? Come salvarsi? L’esempio e la testimonianza degli Invincibili. «Dodici foto di personaggi che sono stati il supporto della mia vita, i miei Maestri »: da Gesù (io sono atea, ma è una bellissima presenza nella storia) a Che Guevara. E ancora Pasolini, la Venere di Tiziano e Rosa Parks…». La via dell’arte, della letteratura. «C’è una poesia di Ezra Pound – incontrato una volta nella sua piccola casa di Venezia – che mi accompagna. Ed è un monito che rivolgo sempre ai giovani che con occhi lucidi di stupore, emozione e ansia di imparare mi chiedono consigli: “Strappa la vanità, ti dico strappala… Ma avere fatto in luogo di non avere fatto questa non è vanità”». Sul comodino della sua casa, fra il carcere dell’Ucciardone e via della Libertà, tiene l’Ulisse di Joyce con il monologo di Mol-ly, una donna sdraiata sul letto che ripensa alle mascalzonate che ha subito. Così Letizia Battaglia rafforza la sua visione al femminile. Non a caso le sue icone, anche fotografiche, sono donne: Diane Arbus, Mary Ellen Mark o Francesca Woodman. Entrando nella sua abitazione, la prima immagine che colpisce è la bambina con il pallone al quartiere La Cala. Uno dei suoi scatti più famosi. Ed è l’immagine di una bambina la foto che la Battaglia consegna come “visione” del futuro, mentre accarezza il suo inseparabile cane, Pippo, e si affaccia dal balconcino per scrutare l’orizzonte e osservare il passeggio. «Sono una donna vecchia. Spesso mi dico che è bellissimo essere vecchi. Nonostante il corpo malandato, nonostante la mancanza di carezze, nonostante il breve futuro. È bello poter dire finalmente quello che si pensa, consapevole di quello che avviene intorno a noi e nel mondo, con spirito di accettazione e nello stesso tempo severamente. La vecchiaia è la vera potenza. La vecchiaia che non ha paura e che si ritrae dall’inutilità». Ma il mondo è dei giovani, «con tanti anni davanti». «Sono sempre i bambini che mi emozionano – continua –. Il mio sogno di quando avevo dieci anni è lo stesso delle bambine di oggi e di qualunque quartiere e di qualunque città. Per questo fotograferei sempre e ancora bambine. E tutti dovremmo lottare, tutti, per realizzare il loro sogno».
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