Mistero, canto del mondo: è il nuovo Gutenberg oggi in edicola
Il festival di spiritualità Soul esplora l’idea di mistero in un tempo in cui la sensibilità umana fatica a spingersi oltre il tangibile, satura com’è di iperconsumo, immersione nel digitale e fiducia nell’onnipotenza della tecnica

Il festival di spiritualità Soul esplora le tante declinazioni che oggi assume l’idea di mistero in un tempo in cui la sensibilità umana fatica a spingersi oltre il tangibile, satura com’è di iperconsumo, immersione nel digitale e fiducia nell’onnipotenza della tecnica. Per invitarci invece a sostare davanti all’inaccessibile. Mistero, canto del mondo: è il nuovo numero di Gutenberg, in edicola con Avvenire venerdì 20 marzo 2026.
Il numero si apre con l’intervento dell'ebraista Yarona Pinhas, che attraversa il desiderio dell’Uno e la ricerca dell’unicità, mostrando come l’ebraismo orienti verso un’identità radicata nella memoria, nel tiqùn e nella teshuvà. La Torà scritta e orale, la luce nascosta dell’or haganùz e la voce profetica che ricorda la singolarità di ogni persona tracciano un cammino che si misura con la fragilità e con la tensione verso il divino. Jean‑Luc Marion affronta il tema dell’apparenza, interrogando il visibile come superficie priva di profondità e mostrando come la scienza moderna abbia ridotto il mondo all’oggetto cartesiano, modellizzabile e misurabile: la distinzione tra qualità e quantità viene così ripensata nella logica che schiaccia l’esperienza sulla sua rappresentazione, come nei quadri cubisti che dispiegano i piani senza coordinarli. Le pagine successive ospitano la riflessione di Pablo d’Ors, che propone una poetica della meditazione come arte dello spazio, del corpo e del cuore. La postura, l’attenzione ai gesti, il silenzio e la concentrazione diventano via per riscoprire la realtà, fino all’ascolto del cuore come ritmo biologico che si apre alla Parola e alla fiducia nell’amore custodito. Teresa Bartolomei indaga la trasformazione della fede in questione privata. A partire dalla noia descritta da Bernanos, l’analisi si interroga sulla deriva dell’immagine di Dio nella modernità, oscillante tra spettacolarizzazione e nostalgia, fino a mostrare come la relazione personale e comunitaria rimanga essenziale per evitare che la fede venga ridotta a consumo simbolico o a costruzione individuale. Chiude il monografico Silvano Petrosino, che affronta l’abuso del termine “altro” e la retorica dell’alterità, contrapponendo alla logica dell’appetito la dimensione del volto elaborata da Lévinas. L’alterità non assimilabile introduce l’imprevedibile nel tempo, trasformando il futuro in avvenire e aprendo alla possibilità di una relazione che accoglie l’enigma senza dissolverlo.

Apre la sezione Percorsi il tema Sport e fatica, con la recensione di Eugenio Giannetta al libro di Michael Crawley che unisce esperienza personale e ricerca sul campo per indagare il senso della resistenza tra culture e pratiche diverse, dalla corsa etnografica ai meccanismi contemporanei di performance e dati. Accanto, l’articolo di Jacopo Serrone racconta il fondista norvegese Johannes Høsflot Klæbo, la sua disciplina quotidiana e la costruzione di un modello atletico che fonde potenza, tecnica e visione competitiva. La sezione prosegue con il tema Povertà radicale, entro cui Antonio Musarra presenta il libro di Francesca Tasca dedicato alle figure di Valdo di Lione e Francesco d’Assisi, mostrando come le loro radicalità evangeliche trovino esiti differenti nel rapporto con l’istituzione e nella forma della loro sequela. In parallelo Angela Calvini racconta Franciscus di Simone Cristicchi, che restituisce la figura del santo come interrogativo vivo, alternando racconto, musica e poesia in una scena che attraversa la fragilità e la ricerca di senso. Chiude la sezione il tema Filosofia è relazione, con l’articolo di Giuseppe Bonvegna dedicato al pensiero di Édouard Glissant, che propone un nuovo umanesimo fondato sulla creolizzazione e su una visione poetica della relazione. Accanto, Maurizio Schoepflin introduce la rilettura di Ortega y Gasset, che nella “disumanizzazione dell’arte” riconosce un gesto capace di liberare la creazione dalla zavorra del realismo, aprendo uno spazio ludico e ironico che guarda al futuro.
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