Per il Gutenberg 75 è davvero "Magnifica umanità"

Sull'inserto del venerdì di Avvenire un dibattito a partire da "Magnifica humanitas", l'enciclica di papa Leone XIV. Chi resta umano nel tempo degli algoritmi?
Google preferred source
June 11, 2026
Per il Gutenberg 75 è davvero "Magnifica umanità"
La copertina di Gutenberg n. 75, 12 giugno 2026
Il numero 75 di Gutenberg, in edicola con Avvenire venerdì 12 giugno, prende le mosse da Magnifica humanitas, l’enciclica di papa Leone XIV.
Ad aprire il dibattito è Vincenzo Ambriola, che legge l’enciclica attraverso la categoria della cultura dello scarto. Non sono più soltanto poveri, migranti, malati, esclusi a essere respinti ai margini, ma anche quei lavoratori e quei professionisti che la rivoluzione tecnologica rende sostituibili. L’intelligenza artificiale appare così come una nuova frontiera dell’invisibilità e della separazione, capace di insinuare la logica dello scarto dentro settori sociali che si pensavano al riparo.
Con Raul Gabriel il discorso si concentra sul cambiamento delle gerarchie del pensiero richiesto dal “cataclisma IA”. La sua lettura insiste su due punti: l’integrazione dei saperi, contro la frammentazione specialistica, e la necessità di “disarmare” l’intelligenza artificiale, cioè di sottrarla alla sola logica del profitto e del colonialismo cognitivo. L’enciclica, in questa prospettiva, viene letta come un testo capace di unire umanesimo continentale e pragmatismo anglosassone.
Il tema si sposta poi sul terreno giuridico e politico con l’intervista di Gianni Santamaria ad Aldo Schiavone. Per lo storico e giurista, Magnifica humanitas è un testo coraggioso perché denuncia il rischio che attori privati si impadroniscano di snodi decisivi della civiltà contemporanea, dai dati all’innovazione tecnologica. Da qui la necessità di ripensare l’umano, la legalità e la democrazia su scala mondiale, in un momento in cui i poteri da regolare appaiono più forti delle istituzioni chiamate a regolarli.
Su un versante vicino, ma più filosofico, si colloca l’intervista di Daniele Zappalà a Jean-Michel Besnier, che legge l’enciclica come un invito a resistere al fatalismo tecnologico. L’idea che il processo in corso sia inevitabile viene contestata in nome di una riaffermazione della dignità umana contro la pretesa che le macchine e il transumanesimo possano costituire una nuova trascendenza.
Il dialogo con l’arte contemporanea arriva nel contributo di Cristiana Perrella, che mette in relazione l’enciclica con la mostra "Mechanical Kurds" di Hito Steyerl, in corso al Macro di Roma. L'opera di Steyerl illumina ciò che il racconto trionfalistico del digitale tende a occultare: i corpi, il lavoro invisibile, l’energia, le infrastrutture materiali e le disuguaglianze che rendono possibile l’intelligenza artificiale. È una prospettiva laica, ma profondamente consonante con le domande sollevate da Leone XIV.
Con Cristina Pasqualini il numero affronta il tema degli stereotipi di genere incorporati nei chatbot. Le risposte dell’IA alle domande su uomini e donne mostrano infatti quanto i pregiudizi culturali continuino a essere assorbiti dai dati e restituiti come se fossero neutri. Il problema, allora, non riguarda soltanto gli algoritmi, ma la società che li produce e la qualità stessa della convivenza democratica.
Chiude il monografico Augusto Pessina, che torna direttamente al testo di Leone XIV per sottolinearne il nucleo più forte: la vera sfida non consiste nel moralizzare la macchina, ma nel custodire l’uomo. Contro transumanesimo e postumanesimo, l’enciclica insiste sul limite e sulla fragilità non come difetti da correggere, ma come elementi costitutivi dell’esistenza umana.
Ad accompagnare visivamente il numero è il lavoro di Virginia Zanetti, con opere tratte dalla serie I pilastri della Terra, mostra in corso fino all’11 luglio alla Collezione Paolo VI – arte contemporanea di Concesio (Brescia), curata da Giuliano Zanchi e Anna Bertulini Frigè.
Nella sezione Percorsi, il primo nucleo accosta il grande repertorio culturale del giardino, al centro di un volume di Vincenzo Cazzato, Maria Adriana Giusti e Franco Panzini, letto da Rosita Copioli, a un testo di Bernardo Gianni su "camminare il silenzio".
Il percorso intitolato "Maturità" si articola in tre contributi. Paolo Talanca legge il nuovo disco di Willie Peyote, Anatomia di uno schianto prolungato, come un passaggio di piena maturazione artistica, capace di restituire con lucidità le contraddizioni del presente senza rinunciare a una misura più personale e consapevole. Roberto Carnero presenta poi il romanzo di Antiniska Pozzi Tanto domani muori, come un viaggio nelle radici dell’infelicità della protagonista, tra famiglia, crescita e male di vivere. Completa il trittico Tommaso Giagni, che scrive di Gabriella Zalapì e del suo Ilaria o la conquista dell’indipendenza, storia di un rapimento paterno che diventa attraversamento forzato dell’infanzia, dello spaesamento e della formazione.
Chiude il numero la recensione di Giancarlo Papi alla retrospettiva di Joseph Kosuth alla Casa dei Tre Oci di Venezia, "The-exchange-value-of-language-has-fallen-to-zero": una riflessione sul linguaggio e sulla logica nella parola che si fa arte.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire