Alle famiglie danesi non piacciono i nuovi congedi paritari
Nel Paese le coppie hanno 48 settimane a disposizione, 11 “obbligatorie” sia per i padri che per le madri. Un cambio culturale forte, ma con meno libertà di scelta

Si dice spesso che l’Italia "non è un Paese per madri", riferendosi agli ostacoli che rendono più faticoso che altrove, o meno agevolato nella parte che compete al pubblico, il percorso della maternità. A testimoniarlo sono tanti indicatori, dal tasso di fecondità tra i più bassi al mondo, ai dati sull’occupazione o le retribuzioni delle donne quando hanno figli. A voler essere onesti, non siamo nemmeno il Paese ideale per i padri, se ci si pone nella prospettiva di chi vorrebbe esserlo al meglio delle proprie possibilità e in un rapporto di coppia complice ed equilibrato. Per dire, le cifre sui congedi di paternità diffusi da Save the Children su dati Inps (su Avvenire ne ha scritto Elisa Campisi qui) raccontano di una grande fatica dei papà a conquistarsi il proprio spazio, anche perché le regole italiane non sono particolarmente generose, sebbene il governo Meloni sia già intervenuto per ampliare i giorni di permesso retribuito. Oggi chi diventa padre può contare su 10 giorni di congedo obbligatorio retribuiti al 100% dello stipendio, più altri 3 mesi facoltativi all’80%, mentre nei periodi restanti, fino a 7 mesi al massimo, si scende al 30% della retribuzione.
In Europa sono in tanti a fare meglio, e anche per questo dal centrosinistra è stata avanzata recentemente la proposta di estendere a 5 mesi anche il congedo di paternità obbligatorio, al 100% dello stipendio, parificandolo dunque con quello delle madri; proposta che è caduta per la mancanza di coperture economiche. Al di là del caso specifico, e del contesto italiano ancora abbastanza arretrato, la materia è delicata. Intervenire sui congedi, ad esempio, può aumentare il benessere dei genitori e delle famiglie, con molte ricadute in altri ambiti, economici e culturali, ma difficilmente avrà effetti diretti e immediati sulle nascite. Anche se, ovviamente, un contesto favorevole alle coppie con figli, quanto a disponibilità di tempo, è uno dei vari prerequisiti fondamentali per aiutare il desiderio di diventare genitori ad esprimersi liberamente.
Se la direzione dovrebbe essere chiara, a volte gli effetti di una riforma arrivano a superare le aspettative. In Danimarca, ad esempio, fino a quattro anni fa le coppie di genitori potevano disporre di 48 settimane di congedi post-parto, 2 settimane riservate ai padri e 46 alle madri, anche se 32 di queste erano liberamente “trasferibili” al papà. Dal 2022 il sistema è stato modificato portando a 11 settimane il periodo di congedo riservato ai padri, ben 9 in più, ma rendendo questo periodo non trasferibile alla madre. Se il padre non sta a casa, cioè, il tempo a disposizione viene perso. Anche la donna ora ha 11 mesi non trasferibili al partner, in un equilibrio perfettamente paritario. Di conseguenza, siccome le settimane totali sono rimaste 48, il periodo che i due genitori possono scegliere di ripartirsi come meglio ritengono è sceso da 32 a 26 settimane. Il caso danese può essere visto con invidia dalle coppie italiane, anche perché i congedi sono usufruiti praticamente al massimo della retribuzione, e raggiungere questo modello sembra un miraggio. L’effetto sulle famiglie della riforma ha in ogni caso prodotto una serie di risultati che meritano di essere conosciuti. A raccontarli è uno studio pubblicato lo scorso febbraio dal National Bureau of Economic Research, prestigioso istituto di ricerche statunitense con sede a Cambridge, nel Massachussetts (www.nber.org/papers/w34862).
Innanzitutto, nel primo anno del congedo il divario retributivo di genere si è ridotto del 34%, e il gap nelle ore lavorate del 33%. In tutto, dopo il congedo, la disparità tra i genitori danesi è scesa del 14%, soprattutto grazie al fatto che sono migliorati i guadagni delle madri. Un altro effetto è stato di tipo culturale, in senso chiaramente “progressista”, come emerso dalle opinioni espresse. Ad esempio, è risultata meno diffusa di prima la convinzione che la madre abbia un legame più forte rispetto al padre verso i figli, che sia indiscutibilmente meglio che le donne usufruiscano maggiormente dei congedi, che i bambini piccoli soffrano se la madre lavora a tempo pieno, o che l’allattamento al seno sia fondamentale. Secondo i ricercatori, più della metà della riduzione del divario salariale è dipeso proprio da questo cambiamento di mentalità. La riforma ha però avuto un effetto che non era previsto da chi l’ha pensata: i genitori oggi sono molto meno contenti di prima. La soddisfazione per le regole dei congedi in vigore, infatti, è crollata dal 90% al 50%. Come mai? Semplice: la mancanza di libertà di scelta, e il fatto che l’intervento è percepito da molti come eccessivamente “paternalista”. In tanti hanno infatti visto i periodi obbligatori come un’imposizione, dato che per estendere forzosamente il periodo riservato ai padri si è ridotto il tempo massimo del quale prima potevano beneficiare le madri che lo volevano. Un aspetto non di poco conto: diversi genitori hanno criticato la riduzione imposta del periodo disponibile per l’allattamento al seno e hanno detto di preferire in ogni caso che sia la madre a prendersi più tempo per stare con i figli quando sono piccoli.
Sarebbe un errore raccogliere questi spunti e catapultarli nel dibattito italiano, considerata la distanza che esiste tra Roma e Copenaghen in fatto di sostegni pubblici alla genitorialità e di congedi parentali. Un articolo scientifico pubblicato lo scorso anno sull'annuario dell'Istituto superiore di Sanità, analizzando i tanti ostacoli che limitano la diffusione dei congedi dei padri in Italia, spiega bene quanto invece il coinvolgimento paterno fin dai primi anni di vita del bambino favorisca il benessere cognitivo e relazionale dei figli. Ampliare questa possibilità, insomma, e favorire una cura della prole condivisa è doveroso e necessario. Le riforme che interessano la famiglia, però, dovrebbero essere in grado di fissare obiettivi di benessere, soddisfazione, e avanzamento civile, capaci di rispettare sempre la libertà delle scelte personali. E' un equilibrio delicato, una materia da maneggiare con cura. Se i padri hanno voglia di esserci (o di tornare in scena), il paternalismo del welfare potrebbe non essere l'approccio migliore.
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