Anche i bambini del Paleolitico giocavano con il pongo

Studi su reperti provenienti dal Medio Oriente hanno riconosciuto i segni delle dita dei bambini su manufatti modellati in argilla di 15.000 anni fa
March 19, 2026
Anche i bambini del Paleolitico giocavano con il pongo
Tecniche di modellazione di perline di argilla natufiane ricostruite attraverso la sperimentazione / Laurent Davin
Molto prima della nascita della ceramica e dell’agricoltura, quando i primi insediamenti umani muovevano i loro passi nel Levante, l’argilla era già nelle mani dell’uomo. Non per costruire vasi o contenitori, ma per creare simboli, ornamenti, identità. E, come rivela oggi uno studio pubblicato su Science Advances, a modellarla non erano solo adulti: tra quei gesti antichissimi si riconoscono anche le impronte dei bambini.
La ricerca, guidata da Laurent Davin dell’Università Ebraica di Gerusalemme sotto la supervisione di Leore Grosman, ha portato alla luce i più antichi ornamenti in argilla mai identificati nell’Asia sud-occidentale. I reperti – 142 tra perline e pendenti – risalgono a circa 15.000 anni fa e sono stati realizzati da gruppi natufiani, comunità di cacciatori-raccoglitori che abitavano l’attuale Israele e che rappresentano uno dei primi esempi di sedentarizzazione nella storia umana. Prima di questa scoperta, per l’intero Paleolitico erano note appena cinque perline in argilla: un dato che rende evidente la portata eccezionale del ritrovamento.
Gli oggetti provengono da quattro siti archeologici – el-Wad, Nahal Oren, Hayonim ed Eynan-Mallaha – e coprono un arco temporale di oltre tremila anni. Piccole, modellate a mano in forme cilindriche, ellittiche o discoidali, molte di queste perline presentano tracce di ocra rossa applicata con una tecnica raffinata, una sorta di “rivestimento” superficiale noto come ingobbio. Secondo studi comparativi pubblicati su riviste internazionali di archeologia preistorica, si tratta del più antico utilizzo conosciuto al mondo di questa tecnica decorativa. La varietà e il numero degli ornamenti raccontano una storia diversa da quella ipotizzata finora: non esperimenti sporadici, ma una vera e propria tradizione.
Una perla di argilla a forma di farfalla risalente al periodo natufiano finale, proveniente da Eynan-Mallaha (Valle Superiore del Giordano), colorata di rosso con ocra e recante le impronte digitali del bambino (circa 10 anni) che la modellò 12.000 anni fa / Laurent Davin
Una perla di argilla a forma di farfalla risalente al periodo natufiano finale, proveniente da Eynan-Mallaha (Valle Superiore del Giordano), colorata di rosso con ocra e recante le impronte digitali del bambino (circa 10 anni) che la modellò 12.000 anni fa / Laurent Davin
Le forme non sono casuali. I ricercatori hanno identificato almeno diciannove tipologie differenti, molte delle quali richiamano elementi vegetali fondamentali per la vita dei natufiani: orzo selvatico, grano monococco, legumi. Le stesse piante che queste comunità raccoglievano e consumavano intensamente e che in seguito sarebbero state alla base della nascita dell’agricoltura nel Vicino Oriente, come documentato da numerosi studi paleo-botanici internazionali. Alcune perline conservano persino tracce di fibre vegetali, segno che venivano infilate e indossate. Un dettaglio raro, perché i materiali organici tendono a scomparire nel tempo. La natura, dunque, non era solo una risorsa alimentare, ma anche una fonte di simboli e significati.
Ma l’aspetto forse più sorprendente emerge dall’analisi delle superfici. Su circa cinquanta manufatti sono state identificate impronte digitali ben conservate. Grazie a tecniche utilizzate anche in ambito forense, i ricercatori sono riusciti a distinguere impronte appartenenti a individui di età diverse: adulti, adolescenti e bambini. È la prima volta che si riesce ad attribuire con tale precisione la produzione di ornamenti paleolitici ai loro creatori. Alcuni oggetti sembrano addirittura pensati per i più piccoli, come un minuscolo anello di appena un centimetro di diametro, altri lavorati solo dai più piccoli, forse per gioco o forse per imitazione dei più grandi. Indizi che suggeriscono come la lavorazione dell’argilla fosse un’attività condivisa, parte della vita quotidiana e probabilmente legata all’apprendimento e alla trasmissione culturale. Per decenni, la comunità scientifica ha ritenuto che l’uso simbolico dell’argilla fosse nato solo con il Neolitico, insieme all’agricoltura e ai primi villaggi strutturati. Ma queste nuove evidenze, insieme ad altri ritrovamenti recenti nel Levante, indicano uno scenario diverso: una “rivoluzione simbolica” già in atto tra comunità ancora basate su caccia e raccolta, ma ormai stabilmente insediate.
Come sottolinea Grosman, questi manufatti dimostrano che cambiamenti profondi – sociali e cognitivi – erano già in corso molto prima della rivoluzione agricola. E in quelle piccole perline, modellate anche da mani infantili, si intravede qualcosa di sorprendentemente moderno: il bisogno umano di raccontarsi attraverso gli oggetti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA