martedì 5 dicembre 2017
«Proporre comandamenti, non come divieti, ma come la strada della felicità». A colloquio col vescovo Camisasca
Bambini, torniamo a educarli

Un vescovo nei panni di un bambino per spiegare i dieci comandamenti. L’ultimo libro di Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, fondatore della Fraternità missionaria San Carlo e scrittore, è Le dieci parole di Tullio. I 10 comandamenti raccontati da un bambino (ElectaJunior, pagine 78, euro 14,90).
Come è nata l’idea?
«Me l’ha chiesto l’editore, Mondadori, e volevano che fosse proprio un libro diretto ai bambini. Sembra che ci sia una grande domanda di libri che educano, infatti ne sto già scrivendo un secondo sulle Parabole. Ho cominciato a scrivere in terza persona, poi ho capito che non bastava, che dovevo calarmi nel protagonista. Il bambino Tullio è in parte ciò che io sono stato, e ciò che avrei voluto o potuto essere. Ma è anche uno di quei ragazzi che incontro ogni giorno nelle scuole e nelle parrocchie. I dieci comandamenti nel testo non sono esplicitati, ma si ritrovano nelle pieghe dell’esperienza quotidiana: in ogni momento della nostra giornata c’è la voce di Dio, occorre saperla scoprire. Poi ho pensato di accompagnare il testo con delle citazioni bibliche, che accompagnino il lettore come i sassolini di Pollicino».

Questo Tullio che legge i libri al nonno dunque somiglia al bambino che lei è stato. Ma non pensa che i ragazzi di oggi siano molto cambiati?
«È vero, e proprio per questo non ho voluto fare un libro irenico. Nel libro c’è il bambino che trema al litigio violento fra i genitori, e addirittura il papà che fa le valigie. Questa non è la mia esperienza, ma è un trauma che ritrovo in tanti. Se il papà se ne va, nella vita del figlio si crea un buco senza fine. Un giorno in un incontro pubblico un ragazzino ha alzato la mano e mi ha chiesto: 'Lei cosa ha da dirmi su questa mia tragedia, che mio papà e mia mamma non vivono più insieme? Io cosa posso fare, e chi devo scegliere?' Io ho risposto: tu non devi assolutamente scegliere, tutti e due ti amano. Ti è chiesto un passaggio di maturità molto difficile, e devi cercare qualcuno che ti aiuti. Il tema della divisone dei genitori è il più drammaticamente sentito fra i ragazzi che incontro».

Che idea si è fatto di questa generazione?
«Ho un giudizio molto positivo sui ragazzi di oggi. Li vedo, sì, disorientati e incapaci di prendere decisioni, soggiogati dal web e dai social network. Ma sono la prima generazione dopo il ’68 che non rifiuta il padre: anzi lo cerca, un padre che li guidi, e lo vorrebbe».

I dieci comandamenti sono qualcosa di ancora attuale per i ragazzi dell’era digitale?
«Io credo di sì. Quella voce interiore che ci parla non è una voce repressiva, cerco di spiegare, ma invece indica la strada per la felicità. “Non rubare” è prima di tutto una indicazione di felicità, perché il male fa male. Ai genitori però dico sempre che non ci si può limitare a vietare: occorre passare tempo con i figli e proporre loro qualcosa di più bello che stare davanti a uno schermo. Occorre fare proposte più attrattive della realtà virtuale. Quest’ultima, poi, deve essere un ampliamento del reale. Prima si va insieme a guardare le piante e gli animali veri, poi si può fare una ricerca sul web su ciò che si è visto».

I bambini oggi sono ancora disposti a credere in Dio?
«Crescendo si accodano al pensiero dominante, e la sensibilità religiosa spesso si spegne. Ma originariamente questa sensibilità c’è. Abbiamo dei bei figli, siamo noi adulti che spesso manchiamo».

La bellezza del creato, lei scrive, è il primo libro.
«Io sono cresciuto nella bellezza dei boschi e dei prati. Per me questi sono stati davvero il primo 'libro' in cui scorgere Dio. Sento fortemente la Laudato sì’, e infatti concludo con un richiamo in questo senso: andiamo insieme a ripulire i greti del fiume, riportiamoli alla loro bellezza».

Nel libro lei cita Agostino: i bambini non sono completamente buoni...
«Non sono un seguace di Rousseau, un partigiano dell’innocenza pura. Il cuore dell’uomo è fin dall’inizio un campo di battaglia, e prima di quanto pensino gli adulti percepiamo il male, fuori di noi e in noi. Non credo al bambino angelicato, il pensare i bambini come angeli è una visione menzognera. Il punto è, nonostante la percezione del male, imparare a riconoscere quella voce che c’è in tutti noi, fatti a immagine e somiglianza di Dio: cioè, educare ».

Che anche i bambini siano capaci del male è un’evidenza chiara guardando al fenomeno del bullismo.
«Il bullo è uno che ha un’identità personale debolissima e che si fa forte del gruppo per cercare di dimostrare di essere ciò che non è. È un poveraccio, è egli stesso una vittima. Questo cerco di spiegare ai ragazzi che incontro».

La sorpresa finale del libro: un indirizzo web.
«Sì, è un’idea per aprire un dialogo con i lettori. La pagina di Tullio, che risponderà a chi gli scrive». Un vescovo che parla di Dio con i ragazzi, sul web. Esperimento inedito. Chissà cosa ne verrà.

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