mercoledì 24 marzo 2021
Nel giorno della memoria delle vittime della dittatura argentina il club di Buenos Aires è vicino alle mamme che hanno continuato a pagare la quota sociale dei loro figli che non sono più tornati
ulio Ricardo Villa, ex del Racing Avellaneda negli anni ’70 con la maglia dell’Argentina, oggi a 68 anni fa l’allenatore

ulio Ricardo Villa, ex del Racing Avellaneda negli anni ’70 con la maglia dell’Argentina, oggi a 68 anni fa l’allenatore - Archivio Generale della Nazione

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«Il desaparecido è un’incognita. Se comparisse, avrebbe un trattamento X, e se l’apparizione si convertisse in certezza della sua morte, avrebbe un trattamento Z. Mentre rimane desaparecido non può avere nessun trattamento speciale, è un’incognita, è uno scomparso, non c’è... Nè morto né vivo, è desaparecido ». La scena è nota, e costituisce tutt’oggi la definizione forse più esatta e agghiacciante di un soggetto collettivo diventato sinonimo di un’epoca e di un continente: il 13 dicembre del 1979 il generale Jorge Rafael Videla risponde piccato a un cronista del Clarin che lo incalza sulla «salvaguardia dei diritti umani» invocata da Giovanni Paolo II davanti ai vescovi argentini in visita a Roma. Il discorso del Papa aveva seguito la visita della Commissione Interamericana dei Diritti Umani a Buenos Aires, coincisa con la vittoria dell’Argentina ai Mondiali Giovanili 1979 a Tokio, il primo mondiale di Diego Armando Maradona. Dal microfono di Radio Rivadavia il gordo José Maria Muñoz invitava gli argentini a invadere le strade e tirare papelitos: «los argentinos somos derechos y humanos», lo slogan forgiato ad hoc dall’agenzia statunitense Burston & Masteller, le cui calcomanie erano elaborate proprio dagli schiavi desaparecidos della Escuela de Mecanica de la Armada, nel cuore del quartiere di Nuñez, a due passi dallo stadio Monumental del River Plate. Tra le anime perdute in quell’inferno di corridoi e sottotetti c’è anche quella di Alberto Krug, militante di Montoneros sequestrado il 2 dicembre del 1976: «potrebbe essere finito in una fossa comune o essere stato lanciato nel Rio de la Plata con i voli della morte. Senza un corpo da seppellire, la desaparición è un delitto che si perpetua nel tempo, giorno dopo giorno», ci dice al telefono suo fratello Carlos, alla vigilia del 45° anniversario del golpe del 1976. Non è un giorno qualunque: ci parla dallo stadio Juan Domingo Perón di Avellaneda, la casa del Racing di Avellaneda, dove fin da bambino andava con suo padre e suo fratello a vedere le partite casalinghe dell’Academia.

Il club ha da poco annunciato la decisione di riconoscere la condizione di soci a tutti quei tifosi del Racing desaparecidos durante l’ultima dittatura civico militare: nel caso della famiglia Krug, la mamma di Carlos e Alberto, Rosa Moltedo, ha continuato a pagare la quota sociale del figlio sparito nel nulla, nell’ingenua ma tenace speranza di vederlo tornare. «Nel 1976 il Cilindro (lo stadio del Racing) era il centro dei nostri contatti familiari: mio fratello, all’epoca già Montonero, aveva lasciato il lavoro ed era entrato in clandestinità. Io andavo allo stadio con nostro padre e ci incontravamo in tribuna. Alberto, seppur ricercato, in qualche modo si arrangiava per entrare, e a fine partita ci separavamo di nuovo » ricorda Carlos. «Nostro padre, distrutto dal dolore, muore nel 1980, e nostra madre continua a pagare l’abbonamento di Alberto fino all’81. Non voleva convincersi della sua morte. Solo dopo la scomparsa di mio padre comincia a partecipare ai girotondi delle Madri di Plaza di Mayo». É in quella piazza di fronte alla Casa Rosada che Rosa condivide la sua esperienza con Tati Almeida, la prima tra le Madri ad avere l’occasione di confrontarsi faccia a faccia con uno dei campioni del mondo del 1978, Julio Ricardo Villa (in foto), passato dal Racing di Avellaneda al Tottenham insieme ad Osvaldo Ardiles all’indomani del Mundial. Lo storico incontro, avvenuto nel 2000 in un caffé di Buenos Aires, si ripeterà nel 2008 nello stadio Monumental, 30 anni dopo la finale vinta con l’Olanda, insieme ai compagni di nazionale Leopoldo Jacinto Luque, scomparso lo scorso 15 febbraio, e René Houseman, morto nel marzo 2018. Per anni, gli unici di quella Selección ad abbracciare pubblicamente le Pazze con i fazzoletti in testa. Momenti rari in cui il calcio è sceso in piazza per portare la sua solidarietà alle madri che non hanno visto più tornare i propri figli, giustiziati ingiustamente dalla dittatura.

La storia del figlio di Tati Almeida, Alejandro, sequestrato nel 1975 dalla Triple A (Alianza Anticomunista Argentina), è la prima degli 11 ritratti che compongono il libro I Desaparecidos del Racing, di Julian Scher, addetto stampa dell’Academia, figlio del sociologo Ariel e fratello di Ezequiel, collaboratore di Jorge Sampaoli durante il suo periodo sulla panchina albiceleste. «Sono 11. O 30.000. O entrambe le cose. In fin dei conti è lo stesso, 11 e 30.000 sono un simbolo della stessa cosa» scrive Julian nell’introduzione, alludendo al conteggio dei desaparecidos che qualcuno ancora cerca di negare, come se in gioco ci fosse solo un numero, e non un concetto, la definitiva e perenne presenza di un’assenza, quel soggetto collettivo così bien spiegato da Videla. Nell’undici titolare schierato da Scher allora, ci sono Jacobo Chester, impiegato dell’Ospedale Posadas, fotografo spesso a bordo campo nel Cilindro, sequestrato il 26 novembre 1976 e ritrovato con i piedi e le mani legate sulle rive del Rio de la Plata, o il poeta Ricardo Santoro, la cui auto presentazione, comparsa sulle pagine della rivista Rescate nell’ottobre del 1973, è degna della Classe Operaia di Elio Petri: «sangue gruppo A, fattore RH negativo, 34 anni, una figlia, 12 ore al giorno alla ricerca assurda, castrante, inumana, di un salario che non basta. Due lavori. Vivo in una stanza. Figlio di operai, ho coscienza di classe. Mi rifiuto di essere un travestito del sistema, questa marcia macchina sociale che fa sì che un uomo smetta di essere un uomo, obbligandolo ad avere una sveglia nel culo, un infarto nel cuore (sic), una schedina del totocalcio in testa e un lucchetto alla bocca».

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