giovedì 21 dicembre 2023
Mentre tutti celebrano i 40 anni di "Vacanze di Natale" dei fratelli Vanzina, noi rendiamo omaggio a una perla della filmografia di Pupi Avati che racconta la genesi e il valore di "Regalo di Natale"
Una scena del film di Pupi Avati "Regalo di Natale",  pellicola del1986

Una scena del film di Pupi Avati "Regalo di Natale", pellicola del1986

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È quasi Natale, e Pupi Avati non smette di lavorare. «Si meraviglia che stia ancora lavorando? Già, forse a 85 anni dovrei cominciare a ragionare sul rapporto forze fisiche a disposizione rispetto alle mille idee che ho ancora in testa», dice sornione il più grande degli affabulatori del nostro cinema. Un artigiano della narrazione per immagini. Non a caso, un suo romanzo, L’orto americano (Solferino), è il soggetto del film omonimo che sta girando, protagonista: il giovane Filippo Scotti ( È stata la mano di Dio) che uscirà nelle sale nella primavera del 2024. «L’anno che verrà», cantava il suo amico e rivale di jazz Lucio Dalla, Pupi Avati sarà ancora protagonista. Ma lo è anche in questo Natale 2023, in cui, mentre da settimane tutti celebrano i 40 anni di Vacanze di Natale dei fratelli Vanzina, noi vogliamo omaggiare una perla della cinematografia avatiana, Regalo di Natale.

Non siamo in odore di anniversario, i 40 anni del suo film cadono nel 2026, ma Regalo di Natale non ha nulla a che vedere con il primo “cinepanettone”. Da poeta del nostalgico, come se lo spiega questo strano effetto nostalgia?

È un atteggiamento tipicamente italiano: si chiama fascino dei “fenomeni numerici”, che per molti sono sinonimo di grandezza. Ma i grandi numeri, di incassi e di spettatori come nel caso di Vacanze di Natale, non sempre hanno a che fare con la qualità di un prodotto. Poi va anche detto che questi fenomeni non accadono solo nel cinema...

Nella fenomenologia dei film di qualità e dalle atmosfere affascinanti rientra invece Regalo di Natale.

Con La casa dalle finestre che ridono e Gita scolastica fa parte dei tre titoli su cui si reggono le fondamenta della mia filmografia che è di 50 titoli. Ma tutti ricordano sempre gli stessi. Ed è strano, perché hanno una peculiarità che li accomuna e che va in controtendenza con i fenomeni di cui dicevamo: sono tre film realizzati a basso costo che nascono in condizioni emergenziali. Regalo di Natale riuscimmo a farlo produrre dopo una serie di insuccessi per i quali era quasi impossibile ottenere la fiducia per mettere mano a un nuovo progetto.

Ma come nasce la storia di una partita di poker tra amici nella notte di Natale?

Mi trovavo al Festival dell’Unità, a Firenze, mi avevano dedicato una personale, ma ero disperato per i flop dei due film precedenti, Impiegati e Festa di laurea… Scendo dal palco e si avvicina un signore, Giovanni Bruzzi, professione biscazziere, il quale mi chiede: «Mi scusi Avati, ma come mai non ha mai pensato a un film su una partita di poker?». Proposta bizzarra, ma ci pensai su un attimo e trovai l’idea abbagliante. Mi dissi, ma cosa c’è di più economico di un film in cui servono 4-5 giocatori al massimo seduti a un tavolo che giocano a poker in una stanza? Un “film da camera”. Bruzzi poi mi spiegò i trucchi del mestiere: «Organizzo queste partite soprattutto nelle città termali, a Chianciano, Montecatini o Salsomaggiore, lì ci vanno le persone più abbienti che per sfuggire alla noia che fanno? Giocano a carte tutto il giorno». Straordinario, mi aveva convinto: quella storia della partita a poker mi dava la possibilità di raccontare gli amici della mia giovinezza a Bologna.

Un sorta di bis dell’allegra brigata raccontata nella miniserie televisiva Jazz Band.

Sì, ma in Jazz Band racconto l’amicizia in modo consolatorio, solare, mentre con Regalo di Natale viene a galla il tradimento dell’amicizia, la parte in ombra delle relazioni amicali e questa suggestione mi rapì a tal punto che scrissi il copione di getto. Il gioco delle carte diventa il gioco psicologico che coinvolge cinque amici, che in realtà scoprono di non esserlo più, perché quel sentimento forte e sincero dell’amicizia vive solamente nel loro passato, in cui a un tratto qualcosa si è rotto...Storie che ho vissuto.

Cinque personaggi che trovano un autore, che gli fa trascorrere il Natale giocando d’azzardo, lontani dalle rispettive famiglie.

Nella foto di classe sono cinque relegati nell’angolo dei cattivi. Quella partita nella notte più sacra dell’anno è una dissacrazione che da cattolico utilizzo solo per ragioni cinematografiche. La Chiesa si risentì? No anzi, ebbi solo elogi e grandi riconoscimenti. Al Festival di Venezia però secondo me la Coppa Volpi, il premio per il migliore attore che diedero a Carlo Delle Piane poteva essere data a tutti gli altri quattro attori: Diego Abatantuono, Gianni Cavina, Alessandro Haber e George Eastman. È una magia quella che ognuno di loro è riuscito a ricreare sul set: dal gioco di mani sul tavolo, agli sguardi, quel film è un congegno perfetto.

Vero che il personaggio di Franco (quello in cui lei ha detto si rivede di più), doveva interpretarlo Lino Banfi?

Ero già d’accordo con Banfi, ma una settimana prima delle riprese mi chiama e mi informa che ha ricevuto un’offerta da Dino Risi alla quale non poteva rinunciare: doveva fare Il commissario Lo Gatto. E così mi abbandonò. Io allora comincio a sfogliare le pagine dell’annuario del cinema quando spunta la faccia di Diego Abatantuono: fisso la foto e mi dico, sì, è l’uomo giusto per interpretare Franco. Ma Diego in quel periodo, deluso dal cinema aveva smesso di fare l’attore e gestiva un night a Rimini. Lo rintraccio e lo convinco a rinunciare al suo slang del “terrunciello” che lo aveva reso famoso per fare Regalo di Natale. Quel ruolo è stato la sua fortuna, da quel momento la sua carriera è decollata nella giusta direzione.

Al tavolo da gioco comanda la menzogna e il cinismo, spirito questo che accomuna il suo film a un’altra grande commedia sul Natale, Parenti serpenti di Mario Monicelli.

Gianni Cavina ai figli strappa la frase: «a Natale è vero, è più bello stare senza papà». Mente ai figli e a se stesso, come fanno tutti gli altri quattro. Nessuno di loro ha un progetto chiaro in mente, tranne il sedicente avvocato Santella (Delle Piane), il “demonio”: l’uomo che si presenta come un ingenuo da spellare e invece spellerà tutti quanti… La differenza tra me e Monicelli, che ho conosciuto bene perché a Roma vivevamo nello stesso palazzo, è che per lui l’essere cinico era un atteggiamento naturale che rivendicava con fierezza. Io ho tanti dimanda ma non sono mai cinico. Il mio sguardo verso quei personaggi di Regalo di Natale infatti, è tenero: ho sempre avuto grande complicità con i perdenti, con gli sconfitti dalla vita.

Quei cinque “perdenti” poi si ritrovano nel sequel, la Rivincita di Natale.

Quel film non lo volevo fare, ma gli attori, dopo 17 anni, hanno insistito, mi hanno portato la sceneggiatura scritta da loro e a quel punto per non pregiudicare tutto l’ho riscritta. Ma non è stata la stessa cosa… Però, anche nella Rivincita di Natale accade una magia: psicologicamente era come se ci fossimo ritrovati il giorno dopo la fine di Regalo di Natale, i rapporti tra di noi erano rimasti gli stessi, non era cambiato niente.

Mentre parliamo, qui a due passi, al Teatro Comunale di Ferrara, va in scena Alessandro Haber che per i problemi di salute recita in carrozzina La coscienza di Zeno.

Alessandro è stata la sorpresa più bella in Regalo di Natale, perché ha tirato fuori un’interpretazione che al tempo nessuno di noi immaginava. Da quel momento anche per lui tutto è cambiato e oggi Haber è il miglior attore italiano. Come grandissimi sono stati Cavina, Delle Piane, Lino Capolicchio che ci hanno lasciati, ma insieme siamo cresciuti e migliorati in questo mestiere, e per questo vivranno sempre dentro di me.

Qual è il Natale che ricorda con più affetto e magari il più cinematografico che ha vissuto nella sua vita?

È stato un Natale in tempo di guerra, sfollato con la mia famiglia a Sasso Marconi. Vivevamo in una casa a poche centinaia di metri dal comando tedesco e stavamo celebrando la Vigilia, quando sentimmo bussare alla porta. Mia madre andò ad aprire e lanciò un urlaccio che spaventò tutti... Era un nostro cugino prigioniero che era riuscito a scappare da un campo di concentramento in Germania. Era in condizioni pietose, ridotto pelle e ossa dentro a dei vestiti laceri, ma finalmente libero. La sua apparizione rispondeva a dei tempi cinematografici perfetti: era partito per arrivare in tempo per fare Natale con i suoi parenti. Questa storia l’ho raccontata nella mia autobiografia, ma mai in un film. Un giorno chissà… Ricordarlo è già un regalo. Intanto, buon Natale a tutti.

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