venerdì 1 marzo 2019
Perché le forze progressiste, eredi della tradizione comunista, si sono perse per strada il popolo, "regalandolo" ad altri? L'implacabile analisi di Mario Tronti. Che "parla" anche ai cattolici...
Giuseppe Pellizza da Volpedo, "Il Quarto Stato" (1901). Milano, Museo del Novecento

Giuseppe Pellizza da Volpedo, "Il Quarto Stato" (1901). Milano, Museo del Novecento

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«Quando c’è il blocco dei fatti, non c’è che da ripartire dalle idee». È maestro di realismo Mario Tronti, tra i padri nobili della sinistra italiana e caposcuola riconosciuto dell’operaismo, affrontando la crisi senza precedenti delle forze progressiste – consenso, riconoscibilità, progetto –, schiacciate da movimentismi di assai diversa estrazione, dilaniate dalle faide, e soprattutto private del patrimonio dal quale sembravano inseparabili: il popolo. Nel libro-intervista appena edito da Nutrimenti (Il popolo perduto. Per una critica della sinistra, 144 pagine, 14 euro) l’87enne intellettuale con una lunga militanza nel Pci affonda il suo affilato bisturi dentro lo smarrimento di una porzione nevralgica dello scenario politico italiano, mettendone a nudo cause profonde e recenti mentre ne smaschera ipocrisie, ritardi e abbagli. Sollecitato dalle partecipi domande di Andrea Bianchi, direttore dell’Ufficio studi del Pd al Senato, Tronti propone un’acuta analisi di un’esperienza politica che per lui coincide con la sua stessa vita, inoltrandosi con dolente familiarità nel male oscuro che ha orbato il nostro sistema politico di un contrappeso determinante lasciando alla libera acquisizione altrui un estesissimo bacino elettorale nel quale hanno pescato a piene mani forze politiche di matrice non certo affine. Com’è potuto succedere?

Mario Tronti

Mario Tronti


La domanda percorre come una fitta pagine di formidabile lucidità, attraversate dallo sguardo di un intellettuale di estrazione marxista – non esente da nostalgie – che entra senza anestesia dentro la crisi di rappresentatività della classe politica «democratico-progressista». Non ci sono imputati, nessun conto da regolare: solo l’affresco di una disfatta culturale che dovrebbe insegnare ad ascoltare la società e farsi carico delle ferite che – non capite da molti, usate da altri, malintese dai più, senza differenze di schieramento – attendono qualcuno che se ne curi. E se sotto la lente di Tronti c’è solo una sinistra scopertasi senza più popolo, l’esangue presenza politica dei cattolici – quelli riconoscibili come tali, e ben oltre l’identità di questo o quel partito – rende utili anche oltre l’area del progressismo le categorie del filosofo che per il suo avvicinamento al pensiero di papa Benedetto fece parte dei cosiddetti «marxisti ratzingeriani» insieme a Giuseppe Vacca, Pietro Barcellona e Paolo Sorbi. Una sintonia che si avverte – ad esempio – quando Tronti per definire i cambiamenti in atto nelle viscere della società ricorre alla categoria di «emergenza antropologica», un «pericolo» che «la sinistra non ha messo a fuoco», diventando una «cosa vaga, incolore e insapore», colpevole di non aver visto negli ultimi decenni e in modo acutissimo dopo la crisi globale del 2008, nient’affatto esaurita, che «non sono diminuite le diseguaglianze, sono solo cambiate». Né ci si è accorti di una «proletarizzazione del ceto medio mai vista» e della conseguente «plebeizzazione dell’opinione pubblica che esprimeva una radicalizzazione del disagio sociale, trasformato in sofferenza umana negli strati bassi e medio-bassi della popolazione».


Per far capire la portata di questa svista Tronti spiega che «la fine del capitalismo a centralità dell’industria è stata presentata e interpretata come l’avvento di un mondo nuovo, carico di inedite opportunità per tutti, tecnologicamente affascinante, socialmente liberatorio». Nei fatti si è rivelata una «fake news» bella e buona, che «progressisti europei e democratici americani» si sono «bevuti con allegria» come un «allettante frizzantino, fino a rimanerne un po’ sbronzi». Intanto nelle vene della società veniva «iniettato ad arte» il «virus dell’antipolitica», figlio della «demonizzazione della cosiddetta Prima Repubblica», per Tronti «vero peccato originale», un fenomeno che è ormai «un’epidemia resistente a ogni vaccino» con il dilagare incontrollato di un «moralismo diventato, inevitabilmente, giustizialismo».
Oggi «chi fa più fatica ad assumere» la «presa d’atto» di un «disorientamento politico di popolo che non si era mai visto» sono «le forze che si chiamano progressiste» (si potrebbe qui ampliare: radicate tra la gente per vocazione, natura e storia): «Guardatele – ironizza Tronti –, siccome si reputano la naturale rappresentanza delle istanze popolari, quando il popolo volta loro le spalle rimangono come incredule, non capiscono, non si capacitano e farfugliano le loro giustificazioni: non ci siamo fatti comprendere, abbiamo comunicato male, non siamo stati sul territorio, e così via, consolandosi...». Mentre infatti si credeva che «il soggetto politico vero fosse ormai il governo al posto del partito» la gente ha finito per vedere la sinistra politica «come un corpo separato, chiuso, sordo, estraneo». Con l’ulteriore aggravante, persino paradossale, che mentre il «popolo» perdeva i contatti con la sua ormai ex rappresentanza politica, la sinistra si innamorava dei «diritti civili», per Tronti «una cosa seria», ma «a livello di popolo si è percepito che quella fosse l’unica identità di quelle sinistre». Una «melassa di buoni sentimenti che giravano a vuoto e non acchiappavano niente della nuova dura realtà che picchiava sulle condizioni di vita». Intanto «milioni di persone sofferenti, disagiate, abbandonate e giustamente arrabbiate» hanno «voltato le spalle alla sinistra», ma hanno ancora «bisogno di un partito che si faccia carico di quella loro quotidiana condizione, per cambiarla dalle fondamenta e lo chiedono muti e soli, disperati e incattiviti».

La frattura tra élite politica e popolo è scolpita da Tronti con una battuta folgorante: «Non me la sento di stare con quelli che alle nove di sera entrano all’Auditorium contro quelli che alle sei di mattina escono di casa». Urge allora una nuova «cultura politica dei bisogni sociali», un «pensiero forte», perché giunti a questo punto «non basta un rammendo, va rifatto un abito».
Come se ne esce? Tronti ricorre ancora a Ratzinger (ma la citazione è anche molto bergogliana): «Mi ha molto colpito una cosa che disse una volta della sua Chiesa: che non doveva agire per proselitismo ma per attrazione». Non vale solo per la politica di sinistra, professore.

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