mercoledì 10 agosto 2016
Atei, frutto del pensiero analitico?

Quando Augusto del Noce, nella magistrale opera Il problema dell’ateismo del 1965, propose una catalogazione delle varie espressioni del fenomeno ateo, difficilmente avrebbe potuto immaginare che sarebbe sorta anche quella forma che prende il nome di 'neuroateismo', ultima scoperta della scorribanda delle neuroscienze nel territorio dell’esperienza religiosa. Il primo interesse delle neuroscienze in questo ambito si diresse, una ventina di anni fa, sui correlati neurali della meditazione profonda, ovvero su ciò che accade nel cervello di un monaco buddista in un picco di autotrascendenza o in quello di una suora cristiana durante un itinerario di unio mystica. Una pietra miliare di questi studi è il libro di Andrew Newberg e Eugene d’Aquili, Dio nel cervello. 

 

La prova biologica della fede (2001), che ha dato il via alla cosiddetta 'neuroteologia'. Le ricerche in questa direzione si sono moltiplicate, raffinando l’indagine sulle differenti tecniche di meditazione e le riviste neuroscientifiche del primo decennio del 2000 sono ricche di titoli tipo Mappe cerebrali della meditazione; Flussi di sangue negli stati meditativi; La neurobiologia della meditazione passiva e attiva... L’investigazione non ha certo potuto dire nulla intorno all’esistenza di Dio, ma molto ha detto circa la potenza della «pura energia spirituale», per chiamarla così, nel modificare l’attività fisica del cervello. Successivamente l’attenzione si è rivolta sul contenuto della credenza, per verificare se fossero rilevabili differenze a livello sinaptico tra la fede dell’ateo e quella del credente. Studi di neuroimaging, come I correlati neurali della convinzione religiosa e atea (Sam Harris e altri, 2009), non hanno individuato dissomiglianze notevoli. L’attivazione cerebrale è risultata content-indipendent, il che vuol dire che credere all’immortalità dell’anima o nella nullificazione totale, nel Caso o nel Logos, non è determinato dalle configurazioni cerebrali, ma, evidentemente, da altri fattori. Per poter parlare appropriatamente di neuroateismo, tuttavia, occorre aspettare il 2012, quando compaiono due articoli della coppia di psicologi Ara Norenzayan e Will Gervais della British Columbia University: Il pensiero analitico promuove l’ateismo, pubblicato su 'Science' e Le origini dell’ateismo, in 'Trends in Cognitive Sciences'.

 

La tesi sostenuta dai due autori è piuttosto innovativa: l’esercizio privilegiato del pensiero analitico produce un’abitudine cognitiva e un corrispondente quadro neurologico che favorisce l’ateismo e addirittura indebolisce la fede dei credenti. Con 'pensiero analitico' s’intende il procedere calcolante, algoritmico, sillogistico tipico del problem solving e della rigorosa concatenazione logico-scientifica a cui si contrappone (secondo uno schema ormai consolidato che ha in Jerome Bruner uno dei capisaldi) il pensiero intuitivo, olistico e creativo. Lo studio su 'Science' riporta l’esito di quattro esperi- menti condotti su 650 americani di varia età, cultura, estrazione sociale. A essi, nella prima fase, è somministrato un questionario per misurare il livello personale di religiosità con domande come: «sento spesso la presenza del divino nella mia vita?», «prego prima di prendere decisioni importanti?», «credo in Dio ... in Satana … negli angeli?». Quindi i partecipanti sono suddivisi in due gruppi: il pri- mo viene sottoposto a una serie di test che richiede uno sforzo di pensiero analitico; il secondo, invece, prosegue con test 'neutri' di personalità.

 

Come terza e ultima fase, tutti quanti si confrontano nuovamente con il questionario della religiosità. Ebbene, la media della religiosità del gruppo sottoposto al training di pensiero analitico è risultata più bassa di circa il 10% rispetto ai risultati di partenza, mentre quella del gruppo di controllo è rimasta inalterata. Congiuntamente, gli autori hanno potuto appurare che i partecipanti dichiaratisi atei avevano ottenuto i punteggi più alti nei test analitici, per una doppia conferma incrociata: i 'cervelli atei' sono analitici; l’esercizio analitico promuove l’ateismo. Lo studio trova sostegno nell’omologa indagine di Gordon Pennycook e altri Lo stile cognitivo analitico predice la credenza religiosa e paranormale ('Cognition' 2012) che, forte di una netta conferma nella stessa direzione, si concede l’epigrafe pascaliana: «è il cuore che percepisce Dio, non la ragione».

 

In questo senso, Pennycook identifica la ragione con il solo pensiero analitico, dislocando nella zona 'cuore' tutto quanto riguarda l’intuizione; una scelta non molto in linea con la tendenza della psicologia cognitiva contemporanea che non compie classifiche di serie A e B tra intelligenza analitica e intelligenza intuitiva, empatica, narrativa, sociale ecc. Tali studi hanno suscitato un certo clamore. Alcuni critici hanno osservato che gli 'stress test' analitici potevano agire negativamente sulla religiosità solo in via temporanea. Pennycook ha risposto qualche mese fa con Atei e agnostici sono più analitici dei credenti (2016), cancellando l’obiezione con nuove evidenze e rilanciando con una statistica scioccante che pone gli atei circa venti punti più avanti dei credenti nella misurazione dell’intelligenza analitica. Ancor più recentemente, Anthony I.

 

Jack con Perché credi in Dio? avvalora la tesi. Se, però, il pensiero analitico promuove l’ateismo, è forse possibile che l’esercizio del complementare pensiero intuitivo sviluppi la fede? La domanda è sorta in non pochi scienziati del settore e l’intuizione si è rivelata per l’appunto positiva. Sottoporre soggetti non tanto a setting di quiz analitici quanto alla visione di rilassanti immagini di stupore e coinvolgimento cosmico, come aurore boreali, formazione di galassie, paesaggi incantevoli procura, sulla falsariga degli studi antagonisti, una condizione neurale che accresce il sentimento religioso. Confermano la tesi studi quali Amitai Shenav e altri, Intuizione divina (2011), Piercarlo Valdesolo e altri, Stupore, incertezza e agency (2013). Il nuovo sentiero di ricerca è suggestivo e i dati già generosamente raccolti sollecitano interpretazioni, interrogativi e addirittura orientamenti educativi.

 

Se infatti l’'allenamento' in uno specifico stile cognitivo influenza il soggetto su opzioni tanto profonde quanto la posizione religiosa e anche la condotta morale e sociale (come incipienti consimili studi lasciano intendere) diventa decisamente importante che l’educazione sia fondata su un concetto 'largo' di ragione che presenti la pari dignità di tutte le modalità di pensiero e tutte le coltivi integralmente. Solo così l’essere umano, fatte salve le propensioni peculiari, potrà costruire liberamente, in piena coscienza e, soprattutto, senza 'neurocondizionamenti', le scelte personali più importanti.

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