mercoledì 27 febbraio 2019
Parla lo scrittore francese di cui esce in Italia “Sogni di Mevlidò”. «Il mio “post-esotismo” non è fantascienza, ma una riflessione sulle catastrofi e gli abomini susseguitisi dal XX secolo a oggi»
Lo scrittore Antoine Volodine (Jean-Didier Wagneur)

Lo scrittore Antoine Volodine (Jean-Didier Wagneur)

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Ogni scrittore cerca di rappresentare il mondo e qualcuno, nel tentativo, riesce perfino a disegnarne di nuovi. Antoine Volodine si è spinto ancora più in là: ha inventato una nuova letteratura e l’ha popolata di autori e generi, dal “romånso” al canto delle “shaggås”. Il suo “post-esotismo” è un mondo a sé, appunto, che si ridefinisce e si conferma a ogni nuova pubblicazione. Un percorso di assoluta originalità, nel quale spiccano titoli come Angeli minori, uscito da L’Orma nel 2016, e il capolavoro riconosciuto Terminus Radioso, proposto da 66thand2nd nello stesso anno.

Da domani arriva nelle librerie italiane, edito ancora da 66thand2nd, Sogni di Mevlidò (traduzione di Anna D’Elia, pagine 412, euro 18,00), grazie al quale il lettore torna a inoltrarsi in questo universo immaginario popolato di scorie nucleari, visioni sciamaniche e ostinate memorie del regime sovietico.

Nato nel 1950 a Chalon-sur-Saône, Volodine si serve del francese senza rinnegare le origini russe e, conversando della propria opera, preferisce parlare al plurale, come se prendesse la parola anche a nome degli altri scrittori da lui immaginati: Lutz Bassmann, Manuela Draeger, Elli Kronauer, Infernus Iohannes… «Il post-esotismo – spiega – esiste da circa 35 anni nella veste di una letteratura straniera redatta in francese. Da sempre mescola una forma espressiva semplice e realistica a un contenuto fantastico, onirico e decisamente politico. Quale che sia l’autore e l’argomento delle nostre storie, rimane molto forte l’impronta di una riflessione sulle catastrofi susseguitesi dal XX secolo a oggi. La nostra vicenda personale di autori, narratori e personaggi è intimamente legata agli abomini e alle barbarie che l’umanità non è stata e non è in grado di evitare».

C’è un legame con la fantascienza?

«Il nostro è un racconto fantastico che si sviluppa su una base che i lettori e le lettrici possono riconoscere come propria. Niente a che vedere con la fantascienza o con altre costruzioni astratte: il punto di partenza è sempre costituito dalla coscienza storica collettiva e, insieme, dall’inconscio collettivo, in un complesso di conoscenze e immagini immediatamente condivise con il pubblico. I nostri libri trascinano in una dimensione che può essere definita “stranamente familiare”, come accade in sogno. Nelle prime pagine di Sogni di Mevlidò, per esempio, si assiste a una sessione di autocritica del tutto irreale, ma che finisce inequivocabilmente per rievocare certi episodi della Rivoluzione culturale maoista e le abiure fatte compilare sotto dettatura dalla polizia staliniana».

Per questo l’identità è messa tanto in discussione?

«Non è così per tutti? Mevlidò porta dentro di sé non solo i ricordi imprecisi e tragici di un’esistenza passata, ma anche le tracce di un altro passato, che riesce appena a intuire nell’incertezza del sogno. L’identità, per lui, è qualcosa di istantaneo, sempre insidiato dal fatalismo. Pur vivendo “qui e ora”, Mevlidò prova nostalgia per la vita anteriore, nella quale l’amore e la politica rimanevano ancora comprensibili. Come in ogni altra opera post-esotica, si potrebbe ipotizzare un elemento autobiografico, che però viene doppiamente filtrato dal sogno: prima attraverso la storia che il libro racconta e poi, a un livello ulteriore, attraverso gli interessi del narratore che firma il libro stesso».

Che spazio rimane, in tutto questo, per il libero arbitrio?

«Tutti i personaggi sono liberi, sempre. Compiono scelte, prendono decisioni, si sforzano di padroneggiare il proprio destino. Nondimeno, ciascuno di loro subisce una manipolazione. Il protagonista, per esempio, è stato inviato sulla terra da un’insondabile organizzazione che lo obbliga a incarnarsi in “Mevlidò” dopo averlo fatto morire una prima volta. Oltre a dipendere dalle autorità che agiscono nel mondo reale, la sua esistenza trascorre sotto l’infusso di sogni che neppure la psicoanalisi è in grado di spiegare o contrastare. Mevlidò appartiene alla polizia, che a sua volta è manipolata da un’ideologia obsoleta e da oscuri dirigenti. Non si crede più nel futuro, non si crede più in niente. Nondimeno, ciascuno è libero di fare le proprie scelte. Anche Mevlidò sceglie liberamente, e dolorosamente, di seguire la sua sorte fino in fondo, fino a ricongiungersi con la donna che ama».

È un modo per descrivere la lotta contro il potere?

«Il romanzo si svolge in una pluralità di mondi paralleli, compreso quello della morte. Il più simile al nostro si organizza attorno al quartiere noto come Pollaio Quattro: un mondo distrutto, come in molte finzioni post-esotiche, ma che è stato parzialmente ricostruito dopo una guerra terribile. Ci sono i rappresentanti di un potere istituzionale, corrotto e bersagliato dagli anarchici, e ci sono i ghetti dove si accalca una popolazione miserabile e folle. La missione di cui Mevlidò è incaricato riguarda più la sopravvivenza dell’umanità che il compimento della rivoluzione, ma lui stesso lo ha dimenticato, conservandone qualche cognizione solo nei sogni. Eppure a farsi carico della rivoluzione, di cui altrimenti sopravvivono unicamente le tracce ideologiche, sono proprio i ricordi impossibili di Mevlidò, insieme con i deliri surrealisti delle vecchie bolsceviche di Pollaio Quattro e della giovane, seducente terrorista Sonia Wolguelane».

Nonostante tutto, anche questo libro racconta una grande storia d’amore...

«In molti romanzi post-esotici, in effetti, l’amore è il motore che spinge il personaggio principale a non demordere, ad andare avanti, a sfidare difficoltà e fatiche sempre maggiori. Mevlidò, in particolare, è guidato da due forze che assumono valore magico: l’ideologia e l’amore. La prima è inizialmente di tipo marxista e rivoluzionario, ma con il tempo degenera in una specie di bizzarra superstizione. L’amore, invece, si manifesta in Mevlidò come fedeltà totale: è per ritrovare la donna amata che il protagonista avanza tra i ricordi fino a riattraversare la morte. La separazione è un’esperienza insopportabile, tremenda, ma non si esaurisce nel lutto. Porta a non perseverare, al contrario, a non rinunciare, a procedere senza sosta per cercare di raggiungere l’essere amato. I personaggi postesotici, per quanto esausti, in agonia, ormai morti, continuano a vivere nel presente con una forte tensione amorosa, in una sorta di amour fou messo a dura prova dal destino. Nel fuoco, nell’oscurità, nella morte, nell’esistenza più indesiderabile, i nostri eroi vivono per ritrovare la creatura amata».

Il post-esotico si segnala anche per essenzialità dello stile: da dove nasce questa scelta?

«Mi servo del francese come di uno strumento che consente di raccontare storie, creare immagine, trasportare chi legge nei sogni dei personaggi. Non miro alla “bella pagina”, ma a un’efficacia simile a quella della letteratura popolare. L’obiettivo è di accompagnare il pubblico in mondi inconsueti, le cui coordinate sono fornite dal sogno e dalla confusione mentale del narratore. Il francese mi permette di farlo, ma per me non è più che uno strumento. Non ne faccio una bandiera, a differenza di altri. Il post-esotismo può trovare espressione in qualsiasi lingua, non escluso l’italiano. Spesso noi, scrittori post-esotici, affermiamo di adoperare il francese come se fosse una lingua straniera. In questo senso, quella dei nostri romanzi è a tutti gli effetti una lingua di traduzione».

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