giovedì 2 aprile 2015
L’ultima intervista dell’autore del «Quinto evangelio», raccolta pochi mesi prima della morte avvenuta il 3 aprile 1990Il 3 aprile del 1990 moriva nella sua casa napoletana Mario Pomilio, massimo scrittore cristiano, voce che nella seconda metà del Novecento sovrasta e illumina tutte le letterature e le civiltà occidentali. Nei venticinque anni da allora trascorsi si sono avute preziose riedizioni delle opere, ristampe economiche, incursioni di approfondimento esegetico nei lacerti delle prose creative. D’imminente uscita sono annunciati Il quinto evangelio in edizione critica e un corpus di Scritti saggistici. Esemplare è il recente accresciuto volume di Scritti cristiani curato da Marco Beck. Il tempo lavora per Pomilio: smentisce e destituisce le riduttive riserve ideologiche, accredita l’eminente statura del narratore, addita la lezione etica della sua coscienza, staglia netto il ponte di certezze gittato sulla sponda del futuro. Non è azzardato affermare che mancando l’opera di Pomilio, alla cultura religiosa e laica del presente mancherebbe un apporto fondante, se non basilare. Frugando tra mie cose che giacciono nei bauli, lo scorso mese ritrovai la registrazione su nastro d’una nostra conversazione datata 22 agosto 1989. Mi sembrò un ammicco che dall’oltre invitava a ricordarlo nel venticinquesimo anniversario della morte. Fu l’ultima intervista da lui rilasciata. Il male lo ha ridotto e scavato. Nello sguardo amoroso, nell’espressione meditativa, nella patina d’una pallida abbronzatura, Pomilio rassomiglia al mahatma Gandhi in calzoncini da mare e camicia. È pomeriggio. Siamo a Baia Domizia, in giardino, sotto i pini della sua dimora estiva, e io sono qui di casa, non ospite ma persona di famiglia. Fra due giorni ripartirò per il Nord, sono venuto a salutarlo. Sappiamo entrambi che forse non ci rivedremo più, ma di questo non parliamo .Mi consegnerà, con l’affetto di sempre, un documento di addio.Parto da una constatazione. Abbiamo sotto gli occhi l’evidenza di come e quanto lo scrittore italiano debba oggi fare i conti con una pluralità di interferenze che vanno dal computer ai canali mediatici più vari. Da ciò deriva la perdita della libertà fantastica di inventare, inserire, dilatare. Soprattutto di accogliere gli scatti intimi che vengono nei momenti di felicità e che molte volte sono il substrato e la sostanza stessa del racconto.«Indubbiamente. Intanto pensiamo alle cose che dovrebbero finire, che sono finite un po’. Per esempio, il diario quotidiano dello scrittore. Questa è una cosa che scompare completamente. Nello stesso tempo, non so, la pagina appunto di ripiegamento intimo, la pagina breve, non si mette in funzione di un’apparecchiatura di quel genere. E nello stesso tempo io ho visto proprio da vicino qualche giovane che ormai sa articolare le sue cose soltanto in quella direzione. Anche con uno stretto rapporto tra il computer e quella che io chiamerei la letteratura orale, la letteratura da leggere ad alta voce, la letteratura per esempio che trova posto nella trasmissione radiofonica eccetera. Ho visto dell’esperienza anche interessante, ma è comunque una maniera di lavorare e quindi concepire profondamente diversa». Adesso passiamo a un tema legato a questo. L’Europa fatica a unirsi: temo che l’unità del continente non sarà mai autentica, sentita, radicata, se gli europei non matureranno una loro unità culturale. Tale unità io non la vedo. Potrà esserci nel futuro delle generazioni?«Innanzitutto io accentuerei in senso diciamo pessimistico questa tua osservazione, non solo per una serie di luoghi comuni scontati e giustissimi d’altra parte, compresa la diversità linguistica. Non solo, ripeto, per la varietà delle culture che in Europa connotano singolarmente ogni nazione, perché sono patrimonio cui sarà difficile rinunziare. Culturalmente l’Europa sarà quindi sempre frammentata. Questo non sarebbe un male, da un certo punto di vista, perché la storia della cultura europea è stata sempre una storia varia, un fenomeno che nasceva in un luogo e poi veniva rielaborato diversamente in un altro luogo: è stata come una zona di grandi scambi in cui culture autonome e originali direi si compenetravano. Vedi il caso tipico del Romanticismo. Ma la questione è diversa, secondo me. Siamo in un’epoca nella quale, culturalmente parlando e intesa in senso generalissimo, dalla letteratura agli strumenti espletivi più vari (il cinema, la televisione, la canzone, la musica e altre cose), tutto tende a essere sempre più dipendente dall’America. In altri termini, c’è una omologazione generale dell’Europa ma a specchio di una cultura diversa. Noi sappiamo benissimo che cos’è l’influsso che esercitano il modo d’essere e la cultura americana su di noi, per cui gli stessi fenomeni tu li vedi riprodursi dappertutto in lingue diverse. Ciò significa che l’unità della cultura europea ora si sta giocando fuori degli ambiti tradizionali. Questo è il grosso problema. La nostra Europa sarà sempre meno riconoscibile, a mio parere, come fattore autonomo».Sul versante dell’intellighenzia europea questo configura un abbandono o un vero e proprio tradimento. C’è la consapevolezza, la responsabilità di ciò che avviene intorno a noi di mese in mese, di anno in anno, oppure ci si lascia vivere così dentro quello che accade?«Credo che ci sia in qualche modo una forma di rinunzia o perlomeno – non la chiamerei neanche rassegnazione – di inconsapevole cedimento a situazioni di questo tipo. E in più c’è, se noi guardiamo (abbiamo parlato prima della letteratura italiana), un certo isterilimento della creatività europea. Mettiamoci nel campo del romanzo. Tu pensa che cosa ha potuto rappresentare la Francia. Di là adesso vengono sempre meno voci. Ho l’impressione che dall’Inghilterra stessa venga sempre meno, e che semmai noi ci alimentiamo (sarà un nostro torto) essenzialmente del romanzo americano. D’altronde bisogna riconoscere che il romanzo americano a vari livelli possiede certe qualità del “romanzesco” che la più raffinata ma anche meno vitale letteratura europea non possiede più. Quindi certi termini di attrattiva propri del romanzo americano noi non li abbiano, è come se avessimo perduto qualcosa del senso dell’immaginario letterario. E così in altri ambiti. In Italia si comprano a tonnellate film e film televisivi dall’America e ne mandiamo pochissimi dei nostri. Quando ne mandiamo qualcuno, diventa una bagarre l’esportazione: ricordo che si fece tanto chiasso per il Marco Polo, si spese tantissimo, sembrava un successo l’avere esportato, mentre noi la sera maciniamo proprio quella roba lì».Allora non avrebbe senso per un narratore italiano muoversi elettivamente verso climi temi e consonanze sovranazionali, visto quello che abbiamo dentro e fuori casa.«Guarda, c’è stato qualche esempio caratteristico. Non parlo di me, non parlo della mia generazione. Direi che certi connotati tipici della narrativa italiana sono facilmente circoscrivibili. Noi abbiamo avuto fenomeni che non hanno trovato riscontro altrove. Discutibili o no. Per esempio, con tutti i suoi limiti, il fenomeno del Neorealismo non ha avuto paralleli né in Germania né in Francia né in Inghilterra. Fenomeno d’arretratezza oppure d’avanguardia, fenomeno comunque d’autonomia culturale. Insomma, noi ci siamo mossi avendo una fisionomia letteraria abbastanza distinta, almeno fino ad alcuni anni fa. Oggi, davanti alle prove di qualche scrittore, si direbbe che addirittura certi libri scritti in lingua italiana sarebbero potuti benissimo essere scritti in lingua inglese. Non solo per la scrittura, ma anche per la tematica. Questo indica che tanti nuovi scrittori si sono formati molto più viaggiando, non conoscono frontiere, fanno parte della società del jet set, eccetera eccetera, e sono capaci di ambientare magari in California romanzi in lingua italiana. È un fenomeno così. Ma è un fenomeno che non so fino a qual punto culturalmente abbia veramente peso, o perlomeno anche se ha peso, non so fino a qual punto io me ne possa rallegrare».È una sorta di spaesamento che spiazza, che lascia perplessi. Tornando invece a noi: novità tue? «Ah, preferirei non parlarne. È troppo malinconica la cosa». Non ne parliamo. Chiudiamo qui. Grazie.Le spoglie di Pomilio riposano nel piccolo cimitero di Paterno, a qualche chilometro da Avezzano.
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