domenica 15 aprile 2018
Le prime elezioni repubblicane, lo scontro fra Dc e Pci e il desiderio di una nuova Italia nelle pagine dell’“Osservatore Romano” e della “Civiltà Cattolica”. Quale eredità? Lo studio di Matarazzo
18 aprile 1948: cosa insegna quel voto, oggi

Anticipiamo la prefazione di Anna Tonelli (ordinario di Storia Contemporanea all’università di Urbino) al volume “1948 Votiamo Dc” (in uscita per Il pozzo di Giacobbe, pagine 180, euro 20,00) di Giuseppe Matarazzo, giornalista di “Avvenire”. Una lettura dell’infuocata campagna elettorale per le prime elezioni repubblicane attraverso le pagine dell’“Osservatore Romano” e della “Civiltà Cattolica”, ospitata nella collana storica di nuovi studi sul cristianesimo, Oi Christianoi, diretta da Sergio Tanzarella. Nel libro anche una testimonianza inedita, del 2002, dell’ex presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro.

Gli anniversari sono determinanti per tenere vivo un ricordo che diventa strumento di conoscenza, alla condizione che non si incorra in una «bulimia commemorativa» che ha come inevitabile risultato una stanca retorica incapace di cogliere nuovi e possibili spunti di riflessione. Le elezioni del 1948, come dimostra questo studio, ripercorrono un nodo politico e storico fondamentale in grado di andare oltre la rievocazione per fornire possibili sollecitazioni, in riferimento anche e soprattutto al presente. L’«anno della svolta», è stato appropriatamente definito da un libro recente che si è soffermato sui sentimenti e le passioni degli italiani in questo «passaggio tumultuoso». Nell’odierna società dominata dai media e con la politica che comunica attraverso Facebook e Twitter, o comunque nella piazza della Rete, le prime elezioni politiche dell’Italia repubblica sembrano preistoria. Un mondo lontano e per certi versi incomprensibile, a volte destinato a suscitare sorrisi e bonarie alzate di spalle sul tempo che fu. Eppure quella contesa elettorale ha determinato non solo il ritorno all’opzione democratica da parte dei cittadini, ma si è rivelata l’incipit di una moderna ed efficace comunicazione politica. Basata su linguaggi, codici, immagini, parole che nulla hanno da invidiare ai molto più banali stili della macchina politica ed elettorale contemporanea. L’andare al voto per scegliere quale colore politico dare al proprio paese significava liquidare la tragica esperienza del ventennio fascista che aveva impedito la libertà di esprimersi e di contare. È in questa direzione che va ricercata la volontà dei partiti di provare a costruire le basi di una moderna cultura politica, che diventerà poi ricerca di egemonia, in grado di coniugare organizzazione e consenso. Le organizzazioni politiche che fino ad allora avevano operato nella clandestinità, si riaffacciano sulla scena pubblica sia per cercare un ruolo di governo nella nuova Italia repubblicana, sia per concorrere a superare le fratture determinate dal tramonto di un sistema politico totalitario. Si tratta della prima «campagna elettorale di massa» e, come tale, l’impegno e le risorse dovevano essere amplificati all’ennesima potenza.

In questa massiccia mobilitazione, sono coinvolti soprattutto i partiti di massa, a partire da Democrazia cristiana e Partito comunista (pur nell’alleanza con i socialisti nel Fronte Popolare), che nel dualismo politico, si muovono in un’azione metodica di «penetrazione » nel tessuto della nuova Italia: «contrapposti e nemici sul piano ideologico quanto complementari e reciprocamente condizionanti nel garantire un equilibrio al sistema politico». Due «modelli contro», ma accumunati dalla volontà di dare un nuovo volto alla democrazia. Una contrapposizione che diventa chiara nella campagna elettorale che si basa precipuamente sull’attacco al nemico: nei manifesti, nei comizi, sui giornali, nei dibattiti o negli interventi parlamentari. In questa rincorsa, la Democrazia cristiana è il partito più abile nell’utilizzo di tutti i mezzi e le organizzazioni, comprese le parrocchie, per raggiungere lo scopo della demonizzazione dell’avversario e, di conseguenza, conquistare il massimo consenso possibile. La mobilitazione investe capillarmente tutto il territorio, entra nelle sedi e nei circoli cattolici, organizza momenti di incontro e aggregazione, pubblica guide, giornali e libretti per orientare il proprio elettore. Dall’alto al basso, dall’opuscolo della parrocchia all’“Osservatore romano”, dall’omelia domenicale agli articoli più elaborati di “Civiltà Cattolica”, si costruisce la più potente macchina propagandistica mai approntata fino a questo momento.

Convincere l’elettore significa prospettare i mali della scelta del nemico social-comunista e, contemporaneamente, affrontare temi e argomenti che non interessano squisitamente la politica, ma una gamma molto vasta e varia di questioni che finiscono per riguardare una visione del mondo che coinvolge la vita quotidiana. Il voto democristiano è non solo l’ancora di salvezza contro il bolscevismo, ma pure un baluardo di difesa della famiglia, della ricostruzione, della pace. A tale scopo, diventa sempre più urgente l’esigenza di creare un apparato che dal centro si irradia alle periferie, per stabilire un rapporto diretto e immediato con i potenziali elettori e affrontare temi politici che riguardino da vicino il vissuto, le storie individuali e collettive. La Dc, pur in un’epoca in cui non si può parlare ancora di esperti di comunicazione, si preoccupa di formare gli elettori a partire dalle emozioni e dai sentimenti, più che dai programmi politici. Suscitare la paura verso il possibile avvento del comunismo fa più presa di ogni altro convincimento fondato su più elaborate strategie politiche. La politica entra nella vita degli italiani, con l’impegno a fornire le basi di un’etica in grado di incidere sulla «coscienza popolare italiana».

Per rendere esplicito il progetto, si sviluppano e scontrano le due principali culture, la cultura cattolica e la cultura social-comunista. Quelle che ormai storiograficamente sono state definite le “due chiese” si fronteggiano in una lotta senza esclusione di colpi fatta di slogan, riti e simboli di cui le elezioni del ’48 costituiscono un laboratorio pionieristico. Le invettive di Riccardo Lombardi, il “microfono di Dio”, insieme all’imperativo del «grande dovere» diffuso dalle colonne dell’“Osservatore Romano” alla vigilia del voto, acquistano un valore ancora più forte se messe a fianco e a confronto con la pubblicistica minore e gli interventi delle varie figure del mondo cattolico. Orientare il voto a favore della Dc vuol dire costruire le basi della nuova società, al fine di consolidare l’egemonia della cultura cattolica che ha un riflesso anche sulla fiducia di una classe dirigente impegnata nel difficile compito di offrire un’identità democratica al paese. Vengono irrise le immagini del nemico comunista che assume le sembianze di un diavolo o di un carro armato sovietico che schiaccia la democrazia, sia nei disegni che nelle metafore verbali, ma nello stesso tempo si insiste sulla necessità della vittoria della Dc come il partito che è diventato un riferimento ideale per la stabilità del paese e di tutti i cittadini. La modernità della campagna elettorale si condensa dunque in accenti posti di volta «contro» gli avversari e «a favore» di un partito che si candida a diventare il baricentro del sistema politico italiano.

A rileggere ora quella storia così importante per l’Italia repubblicana, definita a ragione da Pietro Scoppola come la «Repubblica dei partiti», scaturiscono inevitabili interrogativi su come sia cambiato il rapporto fra politica e società, fra governanti e governati, e soprattutto fra comunicazione e opinione pubblica. Quei partiti di massa che avevano dettato le ragioni di coesione e riconoscimento nel paese uscito dai lutti della guerra e dalle violenze fasciste, perdono il monopolio, provocando la depoliticizzazione della società con il declino del modello tradizionale partitico e delle culture politiche di appartenenza. A questo si aggiunge il vento dell’antipolitica che esautora di peso e significato i rappresentanti e i candidati alle elezioni che non si scelgono più per competenza e formazione, ma per cooptazione o abilità nel saper sfruttare le regole del marketing applicate alla politica. Per queste ragioni, conoscere la storia e ripercorrere una tappa decisiva come quella delle elezioni del ’48, analizzate attraverso l’attore democristiano che conquista le preferenze degli elettori, rappresenta non solo un doveroso lavoro scientifico, ma anche una forma di resistenza alla superficialità, all’approssimazione e all’antipartitismo. L’autore pone il problema dell’eredità del ’48, se e che cosa abbia lasciato nell’impegno politico dei cattolici (e non solo). La sua ricostruzione è già una risposta che contiene i valori, gli ideali e anche le speranze di un’esperienza politica che ha lasciato profondi segni nella storia del-l’Italia e degli italiani.

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