Dalla maternità alla matrescenza: vi racconto la rivoluzione di un figlio sul mio corpo
di Lucy Jones
Un estratto del volume della giornalista e scrittrice inglese Lucy Jones esplora gli effetti della maternità sul corpo femminile

Pubblichiamo alcune pagine dal volume “Matrescenza. Gravidanza, parto, maternità: essere donna, diventare madre” (Laterza, pagine 328, euro 20,00) in cui la scrittrice e giornalista inglese Lucy Jones esplora gli effetti della maternità sul corpo femminile, dal sistema endocrino alla psiche, durante i primi mesi di gravidanza: «Una rivoluzione trascurata dalla scienza, dalla medicina e dal dibattito corrente».
A otto settimane abbiamo fatto un’ecografia in una clinica privata di Londra. Ero in ansia, agitata. Speravamo di pagare ottanta sterline per comprare rassicurazioni. Stesa sulla carta velina che ricopriva un lettino di plastica fredda, guardavo l’infermiera passare la sonda sulla mia pancia. Sullo schermo appariva una specie di pulviscolo, come limatura di ferro o cristalli di ghiaccio, raggrumato in una forma quasi rettile. Poi uno sfarfallio: il battito. La sonographer esaminò anche gli adnexa, gli annessi dell’utero, parola che non avevo mai sentito prima, per verificare la presenza di fibromi. Tutto nella norma. Dopo aver visto quel piccolo corpo vivo sul monitor, potevo iniziare a pensare alla nuova pluralità. Misurava un centimetro e mezzo, stava prendendo dimora nel mio utero, che nel frattempo aveva raggiunto le dimensioni di una pallina da tennis, il doppio rispetto a due settimane prima. Mentre la bambina si formava ed espandeva lo spazio intorno a sé, io vivevo in uno stato di nausea costante. La vescica compressa mi svegliava di notte, spezzando i sogni. Restavo al buio per ore, tentando di afferrare il senso di ciò che stava accadendo e che sarebbe accaduto. Un essere vivente dentro di me, un essere vivente dentro di me.
Ero attraversata da ormoni che il mio corpo non aveva mai conosciuto, alcuni persino privi di nome. La scienza aveva ignorato così a lungo il corpo femminile, e ancor più quello gravido, che era difficile capire cosa mi stesse succedendo. Non sapevo che certi livelli ormonali fossero aumentati del duecento o trecento per cento. Non avevo mai provato una stanchezza simile: tornavo dal lavoro e sprofondavo in un sonno denso sul divano. Crescere un’altra persona non era cosa da poco. Chi l’avrebbe mai detto. Scrivevo che avevo l’impressione stesse modellando figure di pongo con le mie interiora. Si muoveva in modo indipendente. Ero io, ma non ero io. Ero due. Mi piaceva osservare la cupola della mia pancia e intravedere gli arti sotto la pelle. Accarezzavo il punto in cui sentivo una mano o un piede, premevo leggermente, le parlavo. Cercavo di ricordare l’utero di mia madre, di immaginare la vita là dentro: il battito, le bolle dello stomaco, l’acqua dolce e fienosa. Racchiusa, sospesa. Se non la sentivo, precipitavo in un’angoscia feroce. Bevevo una bibita zuccherata o mangiavo cioccolato, mi sdraiavo in attesa di un segnale. Di solito arrivava. Altrimenti andavo in ospedale per farmi monitorare, fissando i numeri rossi al LED: il mio battito, il suo, molto più veloce. Due cuori sotto la stessa pelle.
Era sconcertante condividere il corpo con qualcuno dotato di impulsi propri, di un futuro, di una vulnerabilità. Mi costringeva a fare i conti con la mia mancanza di controllo. I libri e le app che descrivevano settimana per settimana lo sviluppo del feto parlavano soprattutto di dimensioni paragonate a frutti — kiwi, banana, ananas — e tacevano quasi del tutto sugli sconvolgimenti emotivi ed esistenziali. Eppure la maggior parte delle gravidanze comporta ansia, insonnia, difficoltà di concentrazione, turbamento. Le newsletter si concentravano sui vestitini e sulla quantità di caffè consentita. Non una parola sulla destabilizzazione psicologica dell’essere abitati da un’altra persona. Travolta da quella stranezza, diventavo sempre più silenziosa. Nel mio gruppo di coetanei quasi nessuno aveva figli. Invitavo amici per una torta e una tazza di tè e restavo in disparte. Al baby shower mi sentivo dietro una lastra di vetro. Non riuscivo a spiegare cosa mi stesse accadendo. «Si sente vasta come il mondo; ma questa stessa ricchezza la annichilisce, ha l’impressione di non essere più niente», scrisse Simone de Beauvoir della gravidanza, con una precisione che mi colpì. Mi ricordava l’adolescenza: il disagio, l’incertezza, il corpo che cambia, il sangue rosso cremisi sulla carta bianca, la percezione di diventare altro. Allora i miei genitori erano emozionati; non capivo perché. Ora sì. Era la fine dell’infanzia. Nell’adolescenza, però, esistevano riti di passaggio, colonne sonore, film, mode, linguaggi. Eravamo insieme. La musica, l’alcol, le telefonate notturne, i vestiti, i concerti, la poesia ci aiutavano a consolidare la persona che stavamo diventando. Non era facile, ma era previsto. Nella gravidanza, nella matrescenza, mi sentivo sola.
A ventitré settimane non avevo più dubbi sul nostro stato plurale. Lei palpitava, io rispondevo con un sollievo quasi fisico. All’inizio avevo creduto di immaginare quei movimenti, come se la fantascienza si fosse infiltrata nel mio ventre. Poi divennero distinti: il graffio di un’unghia, la pressione di un piede, l’esplorazione di una mano, il voltarsi della testa. Il tempo cominciava a piegarsi. Dentro di me c’era il futuro. Scoprii che negli ovuli già presenti nel suo corpo c’erano parti dei miei potenziali nipoti. I miei futuri nipoti erano in qualche modo già in me, come una parte di me era stata nel corpo di mia nonna. Il liquido amniotico era stato fiumi e pioggia; il sangue era stato terra, stelle, licheni. Ogni atomo del suo corpo esisteva da quando la Terra si era formata miliardi di anni fa. Vivrà, spero, quando io sarò tornata polvere. Vivrà sulla Terra quando io non ci sarò più. Il tempo si piega.
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