Liberiamo l'arte dalla logica dello statalismo

Il dibattito sulla presenza del padiglione russo alla Biennale di Venezia si sta rivelando un'occasione persa: gli artisti non “rappresentano” gli Stati
March 10, 2026
Liberiamo l'arte dalla logica dello statalismo
Fonte La Biennale
Un’occasione persa? Il “dibattito” sulla presenza del padiglione russo alla Biennale di Venezia si sta rivelando purtroppo un’ennesima occasione persa. E allora provo, attingendo alle risorse del pensiero e non della contrapposizione, a vedere cosa ci potrebbe esser di buono in questo “dibattito” che dalla politica passa sull’arte e viceversa. Il vero coraggio, nella funzione di presidente della Biennale di Venezia, starebbe in altro. Non nel dire sì o no al padiglione della Russia. Il vero atto, nuovo, insurrezionale che mi sarei aspettato da chi dice di amare l’arte sarebbe stato un grido: finiamola finalmente con questa pantomima, gli artisti non “rappresentano” gli Stati e quindi smontiamo, cambiamo, riorganizziamo la Biennale. Finiamola con questa storia delle rappresentanze nazionali dell’arte. Gli Stati sono rappresentati da politici e diplomatici, e semmai da squadre che nello sport sono ( per fortuna) degli “eserciti” pacifici in competizione tra loro. Ma nell’arte questa coincidenza non ha senso. Gli artisti non esistono per fare competizioni tra Stati figuriamoci guerre. Non rappresentano in senso politico gli Stati. Non li rappresentano per niente. Rappresentano culture, estetiche, spiritualità, semmai. A volte si tratta di etnie trasversali a vari stati. Un artista di Pordenone forse ha più somiglianze e radici comuni aristiche con uno sloveno che con uno di Molfetta. Caravaggio lo chiamiamo italiano, ma l’Italia non c’era. E allora il presidente Buttafuoco, se davvero avesse avuto coraggio avrebbe usato questa tragica, ormai durevole occasione di guerra per “liberare” l’arte da una logica che non le appartiene, ovvero la politica e lo statalismo. Avrebbe potuto fare una Biennale davvero diversa, uscendo da gabbie storicistiche. Ma questo atto, per poter essere coerente e inattaccabile avrebbe dovuto esser compiuto da chi - istituzione o incarico - non è tale per determinazione dello Stato. Vero che la Fondazione Biennale è un ente “autonomo”, ma da dove gli vengono i denari e le nomine ? Difficile dunque che un istituzione di fatto statalista possa non rappresentare in modo “statalista” l’arte. E dunque, ecco, come fossimo in pieno Ottocento e primo Novecento, la retorica degli artisti di Stato. E le inevitabili polemiche che dalla politica per via della infausta idea della rappresentanza nazionale e statuale, scendono per l’ennesima volta in modo ingannevole sul mondo artistico. Come se lo Stato fosse ancora considerato - senza differenze tra destre e sinistre - il culmine e il fine del lavoro dello spirito umano, che nell’arte trova una sua forte espressione. Ma davvero è così ? Davvero la natura dello Stato è culmine e sintesi delle attività umane ? E dunque i differenti orientamenti degli Stati in qualche modo rappresenterebbero gli orientamenti degli artisti e quindi viceversa? Se fosse così meccanica la “rappresentanza” politica dell’artista, allora dovremmo, che ne so, chiedere a tutti gli aspiranti artisti cinesi che sono in Italia di fare un giuramento anti-dittatura di Xi Jin Ping ( e chi se ne frega se i loro parenti là in patria ci rimettono). Ma non lo facciamo, e non per amore della democrazia, ma perché costoro rimpinguano le casse dei nostri avviliti conservatori e accademie grazie a patti che nutrono i giovani cinesi e non gli artisti giovani italiani. E come lo studente di clarinetto non “rappresenta” il suo paese o il pensiero del suo presidente (e ciò vale anche per il clarinettista americano) così il pittore russo non “rappresenta” lo Stato russo o il pensiero del suo presidente. Idem per gli israeliani o per i cubani. Invece, la Biennale essendo statalista coi suoi padiglioni imbandierati rimane vittima della propria ottocentesca impostazione. E nel momento in cui la Biennale si dichiara “internazionale”, essendo la comunità internazionale convulsa nelle sue proprie crisi, diviene invece nazionalissima e dunque suscettibile di polemiche strutturali che avrebbero dovuto invitare a più coraggio. E così mentre il presidente passa per filo-russo (ma allora anche filo iraniano, filo cinese, filo quanti altri?) il ministro facendo il suo mestiere legittimamente difende la posizione politica del governo a riguardo di altri Stati. Ma è tutto sbagliato. E occorre più coraggio, occorre il coraggio di cambiare, ma davvero. Da tempo vado dicendo che il male della cultura italiana, dal cinema al teatro, è nel suo essere “statale” in quanto finanziata dagli organismi pubblici invece che direttamente dai cittadini (che sono la Repubblica). Anche questa ennesima evitabile polemica mostra la corda della concezione statalista della produzione culturale. Un conto è la conservazione di ciò che diviene patrimonio. Altro è il sostegno alla produzione culturale, che dovrebbe avvenire direttamente da parte dei cittadini grazie a leve fiscali (come avviene per il 5x1000). Se ci fosse davvero una cultura libera da nomine e burocrazie statali, allora sì se ne vedrebbero delle belle in questo Paese dove milioni di denaro pubblico vengono spese per cose di dubbio gusto e ai ragazzi che cercano di fare attività culturale si risponde “eh ma non ci sono i soldi...” Ancora una volta, caro ministro e caro presidente, avete un’occasione per cambiare. A costo di perdere “allure” e di dover cercare soldi in altro modo. In nome, davvero, della libertà dell’arte.

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