L’etica dell’obiezione non è un’opinione
Ci si oppone a un’idea per difendere una posizione, per mettere in difficoltà, per amore dell’opinione: il dissenso diventa così aggressivo. Ma solo avendo “riguardo” si può ottenere dibattito e dialogo vero

Obiettare è un gesto che appartiene alla struttura stessa dell’esperienza umana, poiché implica quella non-coincidenza con il discorso dell’altro senza la quale non vi sarebbe soggetto ma soltanto esecuzione. Tuttavia, il modo in cui l’obiezione si configura rivela sempre qualcosa del rapporto che intratteniamo con chi ci parla e, più in profondità, con la possibilità di essere trasformati da ciò che ascoltiamo. Il verbo stesso lo dice: obiettare viene da ob-icere, gettare qualcosa davanti a sé, interporre una distanza tra la propria posizione e l’affermazione altrui. In questa distanza si manifesta la libertà, ma anche la vulnerabilità di chi si espone; e proprio perché il gesto è così radicale, così prossimo al nucleo di ciò che ci rende persone, le sue degenerazioni risultano particolarmente rivelatrici.
L’epoca dei social network ha reso visibile una dinamica che probabilmente è sempre esistita, ma che oggi appare amplificata e quasi normalizzata: l’obiezione come controspinta immediata, come riflesso che non attende di aver riconosciuto ciò a cui si oppone. La teoria della reattanza di Jack Brehm offre una chiave interpretativa importante, mostrando come la percezione di una limitazione della propria autonomia generi una risposta proporzionalmente intensa; eppure, a osservare con attenzione le pratiche discorsive contemporanee, si comprende che non ogni dissenso nasce da una libertà effettivamente minacciata. In molti casi ciò che viene difeso non è una possibilità di scelta, ma una posizione simbolica, un’autorappresentazione, un ruolo che non tollera di essere messo in discussione. L’obiezione, allora, cessa di contestare un contenuto e diventa un dispositivo di autoconservazione identitaria. Distinguere le forme in cui questa degenerazione si produce non è un esercizio classificatorio, ma la condizione preliminare per comprendere quali interazioni possano ancora evolvere in dialogo e quali siano destinate a restare mere collisioni.
La forma più diffusa è forse quella che potremmo chiamare il «sì, ma» permanente, cifra retorica dominante dello spazio digitale. «Sì, ma i dati non sono completi»; «Sì, ma ci sono studi che dicono altro»; «Sì, ma non si può generalizzare». In apparenza, un atteggiamento critico; in realtà, una tecnica di sospensione indefinita. Non si entra nell’argomentazione dell’altro: la si neutralizza con una riserva generica che non mira a chiarire, ma a mantenere una distanza. Il «sì, ma» non è dialogico: è una clausola di salvaguardia che non costruisce un ponte, ma segna un confine.
A rendere questo gesto particolarmente insidioso è un errore epistemico che la formula stessa non lascia trasparire. Chi interviene in questo modo, infatti, presuppone il testo che ha davanti come un semplice oggetto disponibile, un insieme di enunciati da sottoporre a verifica o a sospensione, senza avvertire – o senza voler riconoscere – che esso è il risultato di un lavoro: un processo di ricerca, di selezione, di articolazione concettuale, di esposizione personale. Il testo viene trattato come un dato inerte, anziché come il frutto di uno sforzo che, prima ancora di essere discusso, meriterebbe di essere riconosciuto. I francesi dispongono di un termine preciso per indicare questo atteggiamento preliminare: égards, vale a dire il riguardo dovuto a chi ha investito tempo, competenza e responsabilità nel formulare un pensiero e nel consegnarlo allo spazio pubblico. Non si tratta di attenuare il dissenso né di introdurre una deferenza che paralizzi la critica, ma di comprendere che il riconoscimento dello sforzo altrui costituisce la condizione di possibilità di ogni confronto autentico: quando tale riconoscimento manca, ciò che viene messa in gioco non è più la verità di un argomento, bensì la difesa di una posizione, e il dialogo non si intensifica ma si impoverisce, perché perde quella soglia senza la quale ogni obiezione rischia di ridursi a semplice gesto oppositivo.
Vi è poi una seconda forma, più sofisticata e talvolta più aggressiva: l’obiezione performativa, quella che si incontra nei convegni, nei dibattiti pubblici, nelle sessioni di domande dopo una relazione. Qui non si interviene per comprendere meglio una tesi, ma per mettere in difficoltà chi l’ha esposta; la domanda non è un’apertura ma una prova di forza, un gesto di posizionamento simbolico che serve a mostrare competenza, a segnalare appartenenza, a marcare una superiorità. Il destinatario reale non è chi ha parlato, ma chi sta guardando. Il pensiero ha bisogno di attrito, certo; ma qui l’attrito non genera luce: genera scintille destinate a un pubblico.
Esiste tuttavia anche una forma opposta e specularmente insidiosa, che la tradizione platonica chiama filodossia: l’amore per l’opinione non in ragione della sua verità, ma in ragione di chi la esprime. Non si tratta qui di contraddire, ma di aderire senza esaminare: si accoglie l’intervento dell’altro con entusiasmo, si moltiplicano i cenni di approvazione, si rilanciano le sue parole con commenti elogiativi, ma non si entra nel merito. La filodossia è propria, in particolare, dei contesti in cui vige il culto della personalità– ambienti accademici, istituzionali, aziendali in cui l’assenso preventivo è la moneta corrente della sopravvivenza – ed è proprio essa a rivelare, come un sismografo, il livello di asservimento imposto ai subalterni o da questi volontariamente accettato. Tout va très bien, madame la marquise: annuire con trasporto, citare con devozione, applaudire con tempismo, stupirsi con metodo – e soprattutto mai, mai obiettare davvero. La filodossia non è negativa perché sia gentile: è negativa perché è servile. Non mette alla prova il pensiero: lo imbalsama.
Tre forme, dunque, e un unico esito: nel «sì, ma» la novità dell’altro viene respinta, nell’obiezione performativa viene attaccata, nella filodossia viene assorbita senza che nulla si trasformi. In nessuno dei tre casi si produce un vero evento dialogico, perché in ciascuno manca quel duplice riconoscimento senza il quale l’obiezione non può essere eticamente fondata: la legittimità dell’altro e la fallibilità di sé. Senza il primo, l’obiezione diventa aggressione; senza il secondo, dogmatismo. L’essere umano è al tempo stesso aperto e resistente: desidera comprendere, ma teme di perdere se stesso, e ogni dibattito riattiva questa tensione. Quando l’obiezione è preventiva, quando precede l’ascolto, non rivela autonomia: rivela il timore di essere modificati.
Ecco perché un’etica dell’obiezione non può limitarsi a regole procedurali – turni di parola, tempi di intervento, correttezza formale – ma deve interrogare la disposizione interiore. La differenza decisiva non sta nel fatto di obiettare, ma nel modo: se l’obiezione custodisce la domanda «che cosa mi sfugge di ciò che l’altro vede?», essa diventa esercizio di libertà condivisa; se custodisce soltanto l’affermazione implicita «io non posso essere toccato», si chiude in una sterile autoconferma.
La misura di una civiltà, in fondo, non si prende dalla qualità delle sue risposte, ma dalla qualità delle sue obiezioni – e la qualità di un’obiezione si riconosce da un segno inconfondibile: il silenzio che la precede. Quel breve silenzio in cui qualcuno, prima di prendere la parola, ha lasciato che la parola dell’altro lo raggiungesse davvero. Dove quel silenzio manca, si può ancora parlare, certo; ma si è già smesso di pensare insieme.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Temi






