Erri De Luca e la Bibbia, civiltà delle "prime persone"
Lo scrittore dà risalto a 78 figure scelte perché il loro nome appare per la prima volta. Un principio che ai “nuovi noi” impauriti dice che che uno più uno fa uno

Nel mondo biblico il nome di una persona è molto, dice quasi tutto: «Perché mi chiedi il nome?», dice Giacobbe al lottatore misterioso del torrente Yabbok - «E qui lo benedisse» (Gn 32,30). Nel libro dei Giudici leggiamo: «Manòach disse all’angelo del Signore: “Come ti chiami, perché ti rendiamo onore quando si sarà avverata la tua parola?”. L’angelo del Signore gli rispose: “Perché mi chiedi il mio nome? Esso è misterioso”» (Gdc 13,17-18). La Bibbia sapeva bene che pronunciare il nome di una persona significa, in molti casi, riconoscerne il mistero, la natura, quindi la vocazione e il suo destino. E anche noi, quando decidiamo di non riconoscere più e di dimenticare un collega, una moglie, un amico, la prima operazione che facciamo è evitare di pronunciare il suo nome - “quello lì, il tale, lui, egli, il tizio, il tuo amico”... Utilizziamo tutti i pronomi a nostra disposizione e ce ne inventiamo persino di nuovi pur di non pronunciare più quel nome, perché sappiamo che quel nome parla al cuore, e dice cosa che non vorremmo più sentire, e se lo dicessimo significherebbe riconoscere una intimità e una benevolenza che ormai non ci sono più. Ecco perché ogni riconciliazione con gli innominati inizia ricominciando a chiamarli per nome. Durante le guerra i nemici non si chiamano per nome, e le guerre finiscono quando si inizia, un benedetto giorno, a pronunciare il primo nome del nemico di ieri. Ci sono cristiani che sono stati riconosciuti come tali dalla sola pronuncia diversa del nome “Gesù”. E ce ne sono altri che non hanno perso la fede perché quando avevano dimenticato tutte le preghiere non hanno mai smesso di ripetere, fino alla fine, soltanto un unico nome: “Gesù”.
Erri De Luca ha scritto questo libro originale, con la sua prosa bella e inconfondibile, sulla traccia di nomi di alcuni personaggi biblici (dell’Antico Testamento, o, meglio, della Bibbia ebraica), quei nomi che entrano nella storia biblica e di tutti per la prima volta grazie alle persone che li portano. Le Prime Persone (Feltrinelli, pagine 122, euro 15,00): «Chi sono le Prime Persone? Quelle che hanno portato un nome inesistente prima di loro, inaugurando l’anagrafe». Brevi autobiografie fantastiche, perché le 76 voci di cui si compone il libro sono scritte in prima persona dai loro personaggi. Quindi solo «i principali» nomi primi, cioè i principali secondo Erri De Luca, che ha battezzato come principale qualche nome che altri scrittori biblici non avrebbero considerato “principale” (come la regina Vasti), e non ha inserito voci che altri autori avrebbero invece definito essenziali - Rut, Noemi e Boaz, o Giobbe come riconosce De Luca salvandolo nell’ultimo corner del libro.
Nomi primi, prime persone, nomi singolari: degli io. La Bibbia conosce l’umanesimo dell’io, è la civiltà della prima persona singolare. Dall’Adam fino a Cristo, ci dice che la salvezza arriva perché c’è rimasto un giusto che salva tutti. In alcuni momenti decisivi, la massa critica per grandi cambiamenti è uno. Noè, Abramo, Mosè, i profeti, Elia, Ester, Maria, Paolo: per quanto importante e bello sia il “noi”, la Bibbia ama soprattutto l’”io”. A ricordarci che il noi non salva nessuno se al suo cuore non c’è almeno un io che obbedisce a una voce e liberamente risponde. È questa la radice di quel principio personalista al centro dell’umanesimo occidentale, che oggi, nel fascino esercitato da “nuovi noi” (chiusi e impauriti), continua a ripeterci che nessun gruppo sociale supera in dignità la singola persona, al massimo la può uguagliare. Nel “calcolo della dignità” dei gruppi umani le regole dell’aritmetica non valgono. Il valore della dignità umana non si misura con la somma, perché il primo addendo ha già in sé stesso un valore infinito - qui “uno più uno” fa sempre e solo uno, e ci basta. Ieri e oggi sarà sempre un “io”, una persona prima, a salvare una famiglia, un’impresa, forse il mondo.
Ecco alcune frasi di queste voci. «Il nome che mi ha dato mia madre è leggero come un sospiro: Hèvel. Forse lo pronunciò per un presentimento. Allevavo bestiame, pascolando su terra condivisa insieme a mio fratello agricoltore. Le nostre attività non si accordavano. Fu lì che mi colpì, all’aperto, in pieno giorno. Non mi difesi, era mio fratello maggiore... La morte umana era prima di me del tutto sconosciuta... Senza figli sono figlio, senza vecchiaia sono rimasto incompiuto». (Hèvel/Abele). Qui De Luca cita, senza citarla, la Sura 5 del Corano: «“Anche se userai la tua mano per uccidermi, io non userò la mia mano per ucciderti”. Sono queste le parole che, nella versione coranica del racconto, Abele rivolge a Caino quando intuisce che il fratello lo sta per colpire» (Corano, Sura 5,28).
Quindi Caino: «Mi tolse l’esclusiva del dono. L’ho ucciso per restare l’unico, senza concorrenti presso l’artefice... Da allora ogni assassino è un fratricida» (Kàin/Caino). Anche qui troviamo un parallelismo con l’interpretazione che di quel primo fratricidio dà Massimo Recalcati (La legge della parola, 2022). Anche per Recalcati quell’omicidio fu effetto del non essere, Caino, più l’unico dopo l’arrivo di Abele, ma per Recalcati l’unità minacciata era quella nei confronti di Eva, non di Elohim.
Ogni pagina del libro contiene almeno una perla, letteraria e/o sapienziale: «Mi accorgo che la voce viene da dentro, non da fuori, come succede nei sogni» (Shmuèl/Samuele), una bellissima definizione di cosa sia una vocazione, religiosa o laica.
Quindi molto bello è Giona: «Ma non esiste via di scampo alla voce». Dal naufragio si salva «nel beccheggio di una seconda placenta», dove qui De Luca fa riferimento implicito al termine che la Bibbia usa per quel grande pesce: dagà, che è parola femminile. Quella voce «mi braccava ancora», «la mia cronaca finiva con il silenzio di un profeta smentito». (Jonà/Giona).
Tra le Persone Prime incontriamo molti profeti, e non ci stupisce: i profeti biblici sono innovazione pure, l’inedito che irrompe nella storia: «Mise le sue parole dentro la mia bocca. Non dovevo neanche ricordarle, uscivano da sole... Compito più infelice non poteva esistere: esporsi come disfattista e traditore, mentre la città lottava per resistere». Alla fine, dopo quarant’anni di profezia non ascoltata, «restai tra le rovine di Gerusalemme finché fu trascinato profugo in Egitto, morendo in quell’esilio. Anche lì la divinità fu presso di me come promesso. Dalla distruzione del tempio anche lei è senza fissa dimora. Sta con chi è profugo, parla da un libro» (Irmiàu/Geremia).
Anche le donne sono ben presenti tra le pagine di De Luca: «È la sola festività, detta Purim, non prescritta dalla divinità, e sono stata io, una donna, a inaugurarla» (Ester). E infine Vasti, la regina ripudiata dal re assiro Assuero, per aver fatto, per dignità, il gran rifiuto: «Non volli espormi agli sguardi di uomini riscaldati dal vino». Quindi «fui deposta e tenuta in clausura perpetua. A chi mi chiede se lo rifarei, rispondo: per altre cento volte».
© RIPRODUZIONE RISERVATA






