Con il presepe di Greccio san Francesco inventò
lo spazio
immersivo

Il primo presepe fu un dispositivo performativo che portò alla fusione di immagine e realtà. Un’esperienza all’origine della realtà virtuale, di cui indica la matrice mistica
December 8, 2025
Con il presepe di Greccio san Francesco inventò
lo spazio
immersivo
Giotto, "Il presepe di Greccio", Assisi, basilica superiore di San Francesco
Tra realtà e immagine c’è di norma una soglia, ad esempio una cornice, che distingue e delimita la rappresentazione dal suo modello. Ma cosa succede se questa viene meno, come negli ambienti immersivi e nella realtà virtuale? Andrea Pinotti, tra i principali studiosi di cultura visuale, definisce queste immagini “an-icone”, ossia immagini che negano se stesse per presentarsi a noi come se fossero la realtà di cui sono la rappresentazione. Il meccanismo di queste immagini da abitare si basa sul principio dell’embodiment e sulla “telepresenza”, ossia la sensazione di uscire dal corpo restando nel corpo. Bisogna osservare che entrambi sono fenomeni propri della mistica, vale a dire la possibilità di fare esperienza delle verità della fede attraverso i propri sensi. Queste immagini-non-immagini sono un dispositivo per generare un surrogato (secolare, ma non necessariamente) dell’esperienza mistica. In ogni caso, il punto è godere con il corpo di qualcosa che normalmente al corpo è escluso.
La storia tecnologica di questo fenomeno è lunga, ha nel cinema e nella fantasmagoria le tappe più vicine ma può essere fatta risalire alla funzione dei dipinti nella devotio moderna (che trabocca nella preghiera immaginativa ignaziana). Il suo remoto punto di origine può essere forse individuato in una data e in un luogo preciso: il Natale dell’anno 1223 a Greccio, quando Francesco “inventa” il presepe.
L’episodio è narrato nella Vita prima di Tommaso da Celano e poi ripreso più sinteticamente da Bonaventura nella Legenda maior, la biografia ufficiale del santo e fonte degli affreschi di Giotto ad Assisi.
Tommaso da Celano riporta che l’invenzione di Francesco risponde al suo desiderio di “vedere con gli occhi del corpo” il mistero della nascita del Salvatore. Il biografo ci mostra il frate con la mente e il cuore continuamente immersi nella meditazione delle parole del Vangelo, al punto di non poter pensare ad altro. È una sorta di ruminatio benedettina declinata su una pratica immaginativa dello spirito, che però a un certo punto a Francesco non basta più. Da uomo pratico, sente la necessità di passare dagli occhi spirituali a quelli fisici. La storia è nota. Possiamo considerare autentiche se non nella lettera almeno nel senso, le parole che Francesco rivolge a un cavaliere di Greccio di nome Giovanni: «Vorrei raffigurare il bambino nato in Betlemme e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si trovava per la mancanza di quanto occorre a un neonato; come fu adagiato in una greppia, e come tra il bove e l’asinello sul fieno si giaceva».
Francesco sembra apparecchiare una sacra rappresentazione, ma se così fosse non sarebbe una novità. Che sia qualcosa di realmente inedito lo dimostra indirettamente Bonaventura che nella sua Legenda maior si preoccupa di specificare che Francesco, “ne vero hoc novitati posset adscribi”, si rivolge direttamente al papa ottenendone l’autorizzazione. Allo stesso tempo quello a cui assistiamo non è il primo presepe vivente, almeno come lo intendiamo oggi. Non ci sono figuranti per Maria e Giuseppe, non ci sono pastori né re magi. Abbiamo solo un bue e un asino e il fieno. Ma soprattutto non c’è nemmeno Gesù Bambino: non è d’altronde necessario perché grazie alla messa celebrata sopra la mangiatoia, Cristo sarà davvero presente nel pane eucaristico.
“Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme”. Francesco “se ne sta davanti al presepio pieno di sospiri compunto di pietà e pervaso di gioia ineffabile”. Tutta l’esperienza mistica di Francesco è un processo di incorporazione, fondato su un desiderio di provare nella propria carne la Passione di Cristo che giungerà all’esito delle stigmate. È un fenomeno nuovo nella mistica, non solo cristiana, basata soprattutto sull’abbandono del corpo sentito come un fardello di materia. Quella di Francesco è invece una mistica per via empatica, che sul mistero dell’Incarnazione fa perno.
A Greccio, dunque, Francesco vive la Passione nella sua anticipazione: la povertà e la desolazione del Natale. L’efficacia del dispositivo della greppia è tale che non solo Francesco ne è rapito ma lo è anche tutta la popolazione, con il frate a svolgere la funzione di medium. L’evento si trasforma in un sogno lucido collettivo. Uno dei presenti, per Bonaventura è lo stesso Giovanni, arriva ad avere una “mirabilis visio” che neppure Francesco ha: “Vedeva nel presepio giacere un bambinello senza vita e accostarglisi il Santo e svegliarlo da quella specie di sonno profondo”. È evidentemente una metafora pasquale. Ma qui ci interessa il fatto che l’uomo comune arriva a vedere con gli occhi del corpo quello che Francesco non ha dichiarato di avere visto. È quanto Giotto, forzando la stessa fonte bonaventuriana e fissandolo nell’immaginario comune, registra nella basilica superiore di Assisi.
A Greccio non cade semplicemente la quarta parete. Francesco non dà forma a un palco e a una sceneggiatura ma crea uno spazio per una performance che avviene interamente all’interno della liturgia (il frate indossa la dalmatica del diacono, canta il Vangelo e predica) e in cui egli stesso è tanto attore quanto contemplatore. Anzi non potrebbe essere contemplatore se non fosse attore e non sarebbe vero attore se non vivesse il momento con attitudine contemplativa. Prima ancora che scintilla di una inesauribile tradizione, il presepe di Greccio appare come la prima formulazione esplicita del prototipo dello spazio immersivo, indicandone con chiarezza la matrice mistica.

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