Reverse engineering sull'Immacolata concezione
Secondo l’astrofisico Piero Benvenuti il metodo scientifico aiuta a comprendere il mistero del peccato originale. Una riflessione che apre scenari inesplorati

Il reverse engineering è un procedimento che consiste nello scomporre e analizzare tutti i componenti di un manufatto integro e funzionante, con lo scopo di ricostruire a posteriori la sua progettazione. Normalmente si usa questa tecnica per riprodurre un manufatto con funzionalità simili o superiori, modificandolo opportunamente per aggirare eventuali divieti brevettuali. Al di là di questo scopo commerciale, il reverse engineering è anche un utile strumento didattico, che consente di acquisire informazioni su nuove soluzioni tecnologiche e di approfondire le conoscenze sui materiali impiegati e sulle loro proprietà. In questo senso, lo stesso procedimento può essere impiegato, metaforicamente, in ambito umanistico e vorrei qui proporlo per indagare la natura del peccato originale, ragionando a ritroso a partire dall’accettazione dei dogmi dell’Immacolata concezione e della nascita virginale di Gesù di Nazareth.
La motivazione di questa proposta, che potrebbe apparire futile e azzardata, va ricercata nella definizione del peccato originale e della sua trasmissione che dà il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Tutta la storia umana è segnata dalla colpa originale liberamente commessa dai nostri progenitori» (§390).
Una definizione divenuta ormai incomprensibile, non solo nel quadro dell’evoluzione della specie umana, ma ancor più se contestualizzata nella natura essenzialmente evolutiva di tutta la realtà che abbiamo appreso dalla moderna cosmologia. È veramente curioso come la teologia non abbia avuto nessun problema, seguendo le indicazioni del Concilio Vaticano II, nell’abbandonare l’interpretazione storico-letterale della Bibbia, in particolare del racconto della creazione di Genesi 1, per poi ricaderci platealmente nel riprendere il racconto della caduta di Genesi 3. È vero che il Catechismo non menziona Adamo ed Eva e l’astuto serpente tentatore, ma il riferimento storico ai nostri antenati implica esplicitamente un evento che avviene in un tempo determinato e che crea una netta separazione tra una umanità che vive in armonia con il Creatore e una che si ribella e trasmette la sua colpa, con modalità misteriose, a tutte le generazioni successive: «La trasmissione del peccato originale è un mistero che non possiamo comprendere appieno» (§404). Uno studente, con medie capacità critiche, che stia studiando le evidenze scientifiche dell’evoluzione umana, si chiederà chi siano questi nostri progenitori e dove si trovassero quando decisero volontariamente di ribellarsi: l’Homo erectus in Tanzania, o il Neanderthal in Europa, oppure l’Homo sapiens ormai diffuso su tutte le terre emerse? Al di là della provocazione, è evidente che il linguaggio usato genera un pasticcio inutile e inestricabile che ha come unico effetto quello di distogliere dal ragionare seriamente sulla natura del Peccato Originale e sulla sua attualità nella società in cui viviamo.
L’esercizio di reverse engineering qui proposto prende il via da un dato di fatto, che crediamo per fede, ovvero che la Madre di Gesù fosse immune dal peccato originale. Per scomporre e analizzare questa verità nei suoi elementi costitutivi, non possiamo far altro che riferirci al racconto evangelico, tenendo presente che esso riporta, sì, fatti storici, ma narrati e interpretati a posteriori, dopo aver raggiunto la consapevolezza della duplice natura, umana e divina, di Gesù. Questa annotazione è particolarmente rilevante per i passi relativi all’Annunciazione di Maria, al Natale e ai trent’anni che precedono la vita pubblica di Gesù. Di questo periodo, durante il quale Gesù matura la coscienza del suo rapporto filiale con il Padre che gli permetterà di annunciare la buona novella come Verbo incarnato, abbiamo solo pochi, ma significativi accenni. «Figlio, perché hai fatto questo? Ecco, tuo padre ed io, addolorati, ti cercavamo!», dice Maria al figlio dodicenne ritrovato nel Tempio, e la risposta di Gesù, insolitamente sprezzante, indica chiaramente la rinuncia che Maria deve compiere rispetto alle aspettative che tutte le mamme hanno nei confronti dei propri figli. Una rinuncia sicuramente sofferta, ma accolta volontariamente con piena consapevolezza: «Sua madre conservava tutte queste cose in cuor suo». È bello pensare che Maria, pur accettando di dover “perdere” il figlio destinato a una missione che travalicava il normale rapporto familiare, abbia partecipato, accoratamente e consapevolmente, alla graduale maturazione di Gesù. Lo testimonia l’episodio delle nozze di Cana, agli inizi della vita pubblica: anche in questo caso, nonostante la risposta ugualmente sprezzante — «Che vuoi da me, o donna?» —, Maria, con serena fermezza, dice ai servi: «Fate quello che vi dirà», ormai certa della natura divina del figlio. Maria quindi rinuncia volontariamente al desiderio egoistico di avere il figlio tutto per sé, accettando con slancio il disegno del Padre che le si manifesta sempre più chiaramente vivendo in famiglia con Gesù. Una rinuncia e un’accettazione consapevole e incondizionata che avviene nel kairós e che l’evangelista Luca riporta indietro nel kronos narrando l’episodio dell’Annunciazione. È solo allargando il contesto temporale che si comprende come Maria si sia resa immune dal Peccato Originale, primizia di tutta l’umanità che verrà salvata dal Figlio.
Il risultato di questo esercizio, che solo come tale deve essere letto, è il suggerimento di separare dalle costrizioni del kronos concetti trascendenti, come la creazione e il peccato originale, evitando il tranello di concepirli come “eventi” che avvengono in un luogo e in un tempo definiti. Così come Tommaso, con profetica intuizione, assegnava la Creazione alla categoria della relazione, la creatio continua che sostiene in ogni istante l’esistenza di ogni cosa, altrettanto potremmo pensare la caduta originale come il rifiuto della relazione tra Creatore e la creatura che ha acquistato coscienza di sé. Un rifiuto che non avviene quindi in un’epoca determinata e che acquisisce la piena connotazione di Peccato Originale in seguito alla Rivelazione che solo il Verbo incarnato in Gesù poteva offrirci, ovvero che il Creatore è Abbà, Padre, e ci ama in attesa di essere riamato (Giovanni, 1-12,13).
In questa prospettiva, sembra più coerente, nell’ambito del modello di evoluzione olistica di tutta la realtà che la moderna cosmologia ci presenta, considerare il peccato originale come una fase intrinseca del cammino evolutivo verso l’emergere della coscienza umana. Quando quest’ultima raggiunge la capacità di porsi domande su ciò che la circonda, può egoisticamente arrogarsi il diritto di decidere ciò che è bene e ciò che è male, precludendosi così la possibilità di entrare in simbiosi con la creazione e con il suo Creatore. E questo vale sia per i nostri progenitori che, ancor più, per l’uomo d’oggi: forse, in questo senso lato, va intesa la trasmissione del Peccato a tutta l’umanità.
Lasciando ora la parola ai teologi, mi sembra che questa conclusione non solo renda più comprensibile e attuale la realtà del peccato originale, ma celebri con maggiore consapevolezza i meriti di Maria, che, accettando volontariamente il suo ruolo di ancilla Domini, a pieno diritto continua ad essere proclamata beata di generazione in generazione.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






