Renzi-Obama alla Casa Bianca. L'asse Italia-Usa, senso e rischi di un'intesa


Vittorio E. Parsi sabato 22 ottobre 2016

​L’incontro alla Casa Bianca tra Barack Obama e Matteo Renzi testimonia l’abituale, ottimo stato delle relazioni tra Stati Uniti e Italia e allo stesso tempo certifica la relazione speciale tra il presidente americano uscente e il premier italiano. Cogliendo l’opportunità offertagli dall’ultima cena di Stato, a poche settimane dal voto che designerà il suo successore, Obama non ha certo lesinato i complimenti a Renzi. Anzi, ha persino voluto sostentare la perfetta sintonia personale tra lui e "Matteo" sui temi dell’accoglienza ai migranti, dell’importanza della crescita economica e delle riforme necessarie a velocizzare l’attività di governo per portarla in linea con i tempi che corrono.Più di così, Renzi non poteva sperare di ottenere, tanto più in una fase per lui assai delicata, tra un referendum costituzionale che potrebbe perdere e una manovra economica per il 2017 di cui, come al solito, non si conoscono i dettagli neppure dopo che essa è stata licenziata dal Consiglio dei ministri; ma sulla quale la Commissione europea già storce il naso per «l’euforia contabile» che sembra contraddistinguerla. E infatti, Renzi ha subito rassicurato «Barack» circa la piena e convinta adesione italiana alle operazioni militari sostenute dal Pentagono: dall’Iraq all’Afghanistan alla Libia. In fondo, all’Italia, è questo che l’America ha sempre chiesto, sin dalla Guerra del Golfo del 1990-91: fornire soldati e appoggio politico allo sforzo comune. E tutti i governi italiani che si sono succeduti nell’ultimo quarto di secolo hanno sempre e costantemente acconsentito alle richieste d’Oltreoceano, a prescindere dalle rispettive coloriture politiche.Al netto della particolare sintonia personale tra i due protagonisti della cena, questo è il dato costante che va tenuto presente perché esprime la continuità della nostra relazione transatlantica. Nei giorni scorsi, più di un osservatore ha suggerito l’idea che, ora che con la Brexit il Regno Unito è fuori dall’Unione, gli Stati Uniti siano alla ricerca di un altro "pivot" all’interno della Ue, un Paese sicuramente dal "rango" inferiore a quello britannico (che ancora dispone di un diritto di veto in sede Onu), ma proprio per questo più desideroso di poter vantare ed esibire una relazione speciale con l’America e comunque dalla lealtà atlantica ferrea. Ma quale utilità avrebbe per Washington un simile partner? Nell’ipotesi più benevolente esso potrebbe costituire una sorta di facilitatore delle relazioni, non sempre semplici, tra Washington e Bruxelles. In particolar modo, coccolare il più piccolo (e fragile) dei tre "grandi" dell’Unione, consentirebbe di evitare che la ritrovata e obbligatoria sintonia tra Parigi e Berlino possa anche solo implicitamente allentare l’allineamento tra Bruxelles e Washington.Sul tappeto c’è il dossier russo, su cui Renzi in altre sedi era stato molto critico, ma sul quale Francia e Germania hanno dimostrato nel vertice in "formato Normandia" di qualche giorno fa di essere disposte a seguire Washington. Ma c’è soprattutto il Ttip, il trattato commerciale transatlantico, nei cui confronti sia Berlino sia Parigi stanno frenando, mentre invece il governo italiano continua a mostrare granitiche certezze. L’ipotesi più maliziosa è che, proseguendo su questa china, l’Italia possa essere pensata come un "guastatore" all’interno della ex fortezza europea, in grado di intralciare l’azione egemonica tedesca, ovvero della seconda grande economia esportatrice al mondo dopo quella cinese.È un’ipotesi molto azzardata, che non tiene conto della storica entusiastica adesione dell’Italia al progetto europeo. E però difficile non constatare come Renzi stesso non abbia esitato un solo minuto a cogliere l’opportunità di attaccare l’Unione, la Commissione, la Germania e la signora Merkel già dal suolo americano, allo scopo di iniziare la schermaglia sulla sua legge di stabilità sull’onda del maxi endorsement di Obama. L’incontro alla Casa Bianca tra Barack Obama e Matteo Renzi testimonia l’abituale, ottimo stato delle relazioni tra Stati Uniti e Italia e allo stesso tempo certifica la relazione speciale tra il presidente americano uscente e il premier italiano. Cogliendo l’opportunità offertagli dall’ultima cena di Stato, a poche settimane dal voto che designerà il suo successore, Obama non ha certo lesinato i complimenti a Renzi. Anzi, ha persino voluto sostentare la perfetta sintonia personale tra lui e "Matteo" sui temi dell’accoglienza ai migranti, dell’importanza della crescita economica e delle riforme necessarie a velocizzare l’attività di governo per portarla in linea con i tempi che corrono.Più di così, Renzi non poteva sperare di ottenere, tanto più in una fase per lui assai delicata, tra un referendum costituzionale che potrebbe perdere e una manovra economica per il 2017 di cui, come al solito, non si conoscono i dettagli neppure dopo che essa è stata licenziata dal Consiglio dei ministri; ma sulla quale la Commissione europea già storce il naso per «l’euforia contabile» che sembra contraddistinguerla. E infatti, Renzi ha subito rassicurato «Barack» circa la piena e convinta adesione italiana alle operazioni militari sostenute dal Pentagono: dall’Iraq all’Afghanistan alla Libia. In fondo, all’Italia, è questo che l’America ha sempre chiesto, sin dalla Guerra del Golfo del 1990-91: fornire soldati e appoggio politico allo sforzo comune. E tutti i governi italiani che si sono succeduti nell’ultimo quarto di secolo hanno sempre e costantemente acconsentito alle richieste d’Oltreoceano, a prescindere dalle rispettive coloriture politiche.Al netto della particolare sintonia personale tra i due protagonisti della cena, questo è il dato costante che va tenuto presente perché esprime la continuità della nostra relazione transatlantica. Nei giorni scorsi, più di un osservatore ha suggerito l’idea che, ora che con la Brexit il Regno Unito è fuori dall’Unione, gli Stati Uniti siano alla ricerca di un altro "pivot" all’interno della Ue, un Paese sicuramente dal "rango" inferiore a quello britannico (che ancora dispone di un diritto di veto in sede Onu), ma proprio per questo più desideroso di poter vantare ed esibire una relazione speciale con l’America e comunque dalla lealtà atlantica ferrea. Ma quale utilità avrebbe per Washington un simile partner? Nell’ipotesi più benevolente esso potrebbe costituire una sorta di facilitatore delle relazioni, non sempre semplici, tra Washington e Bruxelles. In particolar modo, coccolare il più piccolo (e fragile) dei tre "grandi" dell’Unione, consentirebbe di evitare che la ritrovata e obbligatoria sintonia tra Parigi e Berlino possa anche solo implicitamente allentare l’allineamento tra Bruxelles e Washington.Sul tappeto c’è il dossier russo, su cui Renzi in altre sedi era stato molto critico, ma sul quale Francia e Germania hanno dimostrato nel vertice in "formato Normandia" di qualche giorno fa di essere disposte a seguire Washington. Ma c’è soprattutto il Ttip, il trattato commerciale transatlantico, nei cui confronti sia Berlino sia Parigi stanno frenando, mentre invece il governo italiano continua a mostrare granitiche certezze. L’ipotesi più maliziosa è che, proseguendo su questa china, l’Italia possa essere pensata come un "guastatore" all’interno della ex fortezza europea, in grado di intralciare l’azione egemonica tedesca, ovvero della seconda grande economia esportatrice al mondo dopo quella cinese.È un’ipotesi molto azzardata, che non tiene conto della storica entusiastica adesione dell’Italia al progetto europeo. E però difficile non constatare come Renzi stesso non abbia esitato un solo minuto a cogliere l’opportunità di attaccare l’Unione, la Commissione, la Germania e la signora Merkel già dal suolo americano, allo scopo di iniziare la schermaglia sulla sua legge di stabilità sull’onda del maxi endorsement di Obama. Un’inversione di 180 gradi rispetto al "quadretto di Ventotene", fortissimamente voluto e organizzato da Renzi stesso a Brexit ancora calda... Al di là delle considerazioni di stile, si tratta di un gioco pericoloso. Innanzitutto perché Obama è, politicamente parlando, un’anatra zoppa (il cui appoggio nei referendum oltre tutto non sempre porta bene, chiedere a David Cameron per avere ragguagli) e non è per nulla detto che Hillary Clinton (per tacere di Donald Trump) vorrà confermare la linea del suo predecessore, che peraltro in politica estera può esibire ben modesti successi.

 

Ma è pericoloso soprattutto perché, oggi e ancor più domani, la relazione con la Germania è ben più cruciale di quella con l’America per la solidità, il benessere e persino la sicurezza italiana. Giocare l’una contro l’altra dimostrerebbe una miopia estremamente grave. A partire dai dossier che più stanno a cuore al premier, immigrazione e flessibilità, sui quali tutto l’entusiastico appoggio di Washington non vale un’unghia della più piccola apertura da parte di Berlino.

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