venerdì 29 gennaio 2021
Il verdetto che vieta di selezionare i bambini per le loro condizioni fisiche e psichiche e impedisce di eliminare disabili e Down viene raccontata come una brutale negazione dei diritti delle donne
Manifestazione contro la sentenza anti-eugenetica a Poznan

Manifestazione contro la sentenza anti-eugenetica a Poznan

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In Italia c’è persino chi invoca l’Europa essendosi convinto che la Polonia ora «neghi l’aborto». Difficile dargli torto: se i media parlano di «bando quasi completo» è inevitabile che le reazioni siano di un simile tenore (in questo caso, un gruppo di parlamentari M5s, ma ieri non sono stati i soli). Le cose a Varsavia, però, non stanno così.
La sentenza pubblicata il 27 gennaio ma deliberata dal Tribunale costituzionale polacco il 22 ottobre 2020 cancella infatti solo uno dei tre motivi previsti dalla legge per accedere all’interruzione di gravidanza: l’elevata probabilità, emersa durante esami prenatali, che il feto soffra di anomalie genetiche, grave disabilità o malattia incurabile (ma nella prassi il 40% degli aborti era per sindrome di Down). In pratica, i 15 giudici polacchi con soli due voti dissenzienti hanno dichiarato illegittimo l’aborto selettivo per la disabilità del bambino. Un gesto di civiltà, che peraltro prende atto della crescente sensibilità contro ogni forma di discriminazione e diseguaglianza imposta a esseri umani menomati da limitazioni fisiche o cognitive. Questa evidenza è però stata subito rovesciata nella narrazione dei media e delle opposizioni al governo conservatore polacco nel "divieto di abortire", che tuttavia non tiene conto degli altri due motivi per l’aborto legale rimasti al loro posto: stupro, incesto, pedofilia; e soprattutto il pericolo per la salute della madre, ovvero la stessa fattispecie contenuta nella 194 italiana. Dov’è il «bando quasi completo»?

Nelle piazze polacche è tornata la contestazione, che pare riguardare il governo prima che la legge nella nuova conformazione anti-eugenetica. I cento giorni dalla sentenza alla sua pubblicazione, e le molte proteste andate in scena in autunno, sembrano però aver raffreddato l’opinione pubblica, se è vero – come testimoniano alcuni osservatori – che le presenze nelle manifestazioni di queste ore sono vistosamente diminuite. Forse perché intanto il fronte dei favorevoli al verdetto ha molto lavorato per ricordare, come afferma la Corte, che anche a un bambino non ancora nato va riconosciuta una dignità non riducibile né condizionabile dalla sua condizione. Questione di diritti.

È stato contestato assai duramente ai sostenitori dell’eticità della sentenza che sarebbero spietati contro le donne, "costrette" a far nascere figli malformati e indesiderati. Sorvolando sul destino di questi bambini "colpevoli" di non essere perfetti in una società – questa sì – spietata, va spiegato un aspetto che gli oppositori accaniti del divieto di aborto eugenetico tacciono scientemente: il Tribunale costituzionale infatti non intende imporre alla madre (e al padre) l’onere di crescere un bambino gravemente handicappato o malato terminale, ricordando con forza che sono principalmente le autorità pubbliche e l’intera società tenute a prendersi cura delle persone nelle condizioni più difficili. Pertanto – aggiungono i giudici – si dovranno introdurre disposizioni che forniscano assistenza alle famiglie che si fanno carico di bambini portatori di handicap.

E la Chiesa? Critiche feroci anche al suo indirizzo, perché imporrebbe un peso insostenibile alle donne senza muovere un dito. Altra bufala. Vediamo perché. La Chiesa polacca si fa carico di venire incontro alle molteplici esigenze e difficoltà delle famiglie nel Paese, in modo non dissimile da ciò che fa la Chiesa italiana. In Polonia organizzazioni ecclesiali gestiscono strutture per bambini e adolescenti in stato di povertà: 92 istituti per bambini abbandonati o in difficoltà, 27 case famiglia, 27 collegi, 378 istituzioni terapeutiche, 30 centri per accompagnare le famiglie ferite o marginali, 105 centri per il tempo libero dei più piccoli, 21 linee telefoniche di ascolto e aiuto e decine di borse di studio. Per i disabili sono attivi 16 centri diurni e 34 centri educativi curati da diocesi e istituzioni religiose, che gestiscono anche centri per la riabilitazione, laboratori per terapie tramite il lavoro e realtà che operano nella formazione professionale. Per noi italiani, aria di casa: non fa lo stesso anche la nostra Chiesa?

Oltre ai fatti, anche le parole, che documentano una presenza ecclesiale partecipe e impegnata accanto alle famiglie, all’infanzia e ai disabili. Il presidente del Consiglio per la Famiglia dell’episcopato polacco monsignor Wieslaw Smigiel ha dichiarato che «l’essenza del problema dell’aborto eugenetico sta nel rapporto con la cura della vita dal concepimento alla morte naturale e non nei divieti e nelle sanzioni. Una donna in stato di gravidanza deve innanzitutto ricevere il sostegno del padre del bambino e della famiglia, ma dovrebbe anche ricevere aiuto spirituale, psicologico, medico ed economico dalla società e dallo Stato. L’onere di prendersi cura di un bambino disabile non deve essere posto esclusivamente sulle spalle della sua famiglia: è l’intera società che deve assumersene la responsabilità».

I fatti, le parole, ma anche la preghiera. Dal 19 al 25 marzo 2021 l’Associazione per la Vita ha indetto una Settimana di preghiera in difesa della vita che inizierà nella memoria liturgica di san Giuseppe e si concluderà in occasione della Giornata della Santità della Vita, nell’anno che papa Francesco ha voluto dedicare al patrono della Chiesa. L’impegno spirituale che viene proposto consiste nella recita delle litanie a san Giuseppe e una preghiera di san Giovanni Paolo II tratta dall’enciclica «Evangelium vitae». «Ognuno di noi è uno dei 150 miliardi di combinazioni genetiche – si legge nell’introduzione dell’iniziativa –. Mai prima d’ora e mai dopo ci sarà nel mondo una persona come me o come te. La ricerca scientifica conferma che una persona vive dal momento del suo concepimento, già nel grembo materno acquisisce consapevolezza e sente il dolore in tenera età. Quindi per essere "per la vita" non devi essere un credente: è sufficiente essere onesti. La vita è un dono. Impagabile, anche se fragile. Il più bello, anche se a volte difficile da accettare».

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