Vita, natalità, legami familiari. Roccella: ritroviamo i punti fermi dell’«eccezione italiana»
di Giuseppe La Pietra
La ministra della Famiglia ospite del ciclo di incontri nella Cattedrale di Parma organizzati da Avvenire insieme alla Diocesi con il suo inserto settimanale “Vita Nuova”. Un dialogo sui fondamenti che garantiscono tenuta e futuro al Paese

Nelle serate di “Basilica Agorà”, promosse in Diocesi di Parma da Avvenire e Vita Nuova – inserto domenicale diocesano del quotidiano –, quando la Cattedrale si riempie e il brusio si affievolisce, si avverte sempre un passaggio di soglia: l’impressione che, per un momento, la città riesca a fermarsi e ad ascoltare ciò che conta davvero. È accaduto anche stavolta, mentre il vescovo monsignor Enrico Solmi salutava la ministra della Famiglia Eugenia Roccella ricordando, non senza ironia, che l’incontro “sfidava” i duetti di Sanremo e perfino la partita del Parma che si svolgeva alla stessa ora in città. Un modo per dire che parlare di famiglia, vita, comunità oggi significa misurarsi con un mondo distratto, dove le questioni profonde faticano a trovare spazio.
«Non siamo sordi», ha osservato il vescovo. Perché ci sono temi che attraversano le biografie di tutti: credenti e non, giovani e anziani, chi ha trovato nella famiglia un porto sicuro e chi porta ancora qualche ferita. È da qui che Francesco Ognibene, caporedattore di Avvenire, ha aperto la serata con un’introduzione in cui ha richiamato la necessità di un linguaggio condiviso, capace di superare contrapposizioni e semplificazioni. «Siamo assetati di essenziale», ha detto, riconoscendo come la frammentazione culturale renda più difficile guardare insieme alle cose che contano. L’intervento della ministra Roccella ha dato subito concretezza a questa tensione.

Presentata da Ognibene non solo come esponente di governo ma come donna attraversata da storie e mondi differenti – radici radicali, militanza femminista, impegno giornalistico e poi politico, a lungo editorialista proprio di Avvenire sui temi “eticamente sensibili” – la ministra ha subito affrontato il nodo centrale: la cosiddetta “eccezione italiana”. Quel patrimonio fatto di relazioni, cura, reti familiari, per anni punto di forza del nostro Paese, oggi appare indebolito. I dati demografici raccontano una crisi non solo di natalità ma di orizzonte: un futuro che fatica a prendere forma perché mancano i legami che lo rendono possibile.
Nel suo racconto non c’era nostalgia, ma lucidità. Roccella ha ricordato come la famiglia sia stata a lungo bersaglio di narrazioni che l’hanno descritta come luogo di costrizione, quasi un ostacolo alla libertà individuale. E invece, ha insistito, è proprio lì che si apprende la grammatica dell’umano: l’amore, la responsabilità, il perdono, la pazienza. Nessuna idealizzazione, nessun modello perfetto: solo la consapevolezza che non esiste alternativa credibile alla famiglia come primo spazio di relazione e di crescita.

L’incontro ha così restituito un’immagine nitida: parlare oggi di famiglia significa interrogarsi sul futuro del Paese, sulle energie che lo sostengono, sulle fragilità che rischiano di sfaldarlo.
Ripartire dalle parole emerse in Basilica significa affrontare il cuore della questione. Quando è stato chiesto dall’intervistatore alla ministra che cosa resti davvero della “eccezione italiana”, nel Duomo si è percepito un cambio di attenzione. Perché quella domanda non riguarda solo il passato, ma tocca la struttura viva del Paese. Roccella ha risposto con una franchezza che ha colpito tutti: esiste ancora qualcosa di quel tessuto familiare unico, ma oggi è più fragile, come una trama che il tempo ha assottigliato senza però cancellarla. L’eccezione italiana, ha ricordato, non è un mito nostalgico. È una realtà che per decenni si è potuta verificare nei dati: meno gravidanze precoci, meno aborti giovanili, una coesione sociale più solida, un sistema di piccole imprese nate proprio dentro i legami familiari. Ma questi indicatori, negli ultimi anni, hanno iniziato a cambiare. E non per caso.
Il quadro demografico mostra una riduzione drastica delle donne in età fertile, e con essa un calo delle nascite che non dipende solo da scelte personali, ma da condizioni culturali, economiche e sociali mutate. Roccella ha insistito su questo punto: non si può parlare di natalità senza parlare di narrazione pubblica. Per anni, ha spiegato, la famiglia è stata presentata come luogo di oppressione più che di relazione, come vincolo più che come risorsa. È un racconto che ha inciso, e che continua a pesare. Nel frattempo, si è affievolita la capacità del Paese di discutere seriamente di temi vitali: vita, morte, responsabilità, cura. Questioni che un tempo coinvolgevano tutti e che oggi sembrano aver perso spazio nel dibattito pubblico, schiacciate dalla superficialità dei confronti e dalle polarizzazioni. Eppure, ha aggiunto, proprio la crisi attuale dimostra quanto la famiglia resti centrale. Non come modello rigido ma come esperienza originaria dell’umano.

La ministra, raccontando il proprio percorso, dagli ambienti radicali alla riscoperta della tradizione cristiana, ha mostrato la complessità di una storia personale che ha imparato nella carne cosa significhi essere cresciuti dentro legami imperfetti ma fondativi. «Non esistono famiglie perfette – ha spiegato – ma esiste il fatto che da lì si impara ad amare, a scegliere, a perdonare». Per questo non c’è alternativa credibile al legame familiare come primo luogo della relazione.
Quando Ognibene ha riportato la discussione ai dati, Roccella ha ricordato che la crisi demografica non è un fenomeno che si ribalta in un anno. È il frutto di decenni, e richiede una “manovra da transatlantico”: lenta, complessa, ma possibile. Ha citato il lavoro delle politiche pubbliche, dall’assegno unico ai congedi, dagli interventi sui servizi agli aiuti strutturali alle famiglie numerose. Non misure spot, ma tentativi di ricostruire un ambiente favorevole alla generatività.
«La politica non può creare i figli – ha detto – ma può togliere ostacoli, rimuovere paure, sostenere scelte». Il punto decisivo è culturale. La ministra ha denunciato la perdita del «valore sociale della maternità», ridotta a questione privata anziché riconosciuta come bene comune. Una società che non vede più nel nuovo nato una promessa per tutti diventa inevitabilmente più povera. Da qui l’urgenza di un discorso pubblico capace di restituire dignità alla differenza uomo-donna, senza cancellarla né contrapporla, e di un lavoro politico che metta davvero al centro il bene delle famiglie.
L’incontro ha mostrato un’Italia a un bivio: rischiare un futuro impoverito oppure ritrovare la forza delle relazioni familiari. Ma per farlo deve riconoscere la verità dei dati, il peso della crisi e la forza delle relazioni che ancora tengono insieme il Paese. Servono consapevolezza e coraggio politico.
(Da Vita Nuova, inserto settimanale della Diocesi di Parma ogni domenica con Avvenire)
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