«Venite a Lourdes: troverete la risposta su fede, fraternità e fine vita»
Il rettore del Santuario che sta per celebrare la sua festa – l’11 febbraio, non a caso data anche della Giornata mondiale del Malato – legge il dibattito sulla legge per l’aiuto a morire in discussione al Senato di Parigi (ma anche in altri Paesi, Italia inclusa) alla luce di quello che il santuario mariano sta diventando: un luogo dove si sperimenta accoglienza e consolazione. Quella vera

«La dignità è nella relazione, non in un farmaco somministrato per accelerare una morte solitaria, obbedendo eventualmente a un protocollo medico». Sulla base di un’esperienza nutrita ogni giorno da nuove testimonianze spesso sconvolgenti di malati e altre persone fragili, a ricordarlo è padre Michel Daubanes, rettore del Santuario di Lourdes, invitato quest’anno a Roma in occasione della presentazione del messaggio di Leone XIV per la Giornata mondiale del Malato, che sarà celebrata l’11 febbraio, ricorrenza proprio della Madonna di Lourdes. Il riferimento del sacerdote riguarda pure la riapertura in Francia del dibattito parlamentare sul fine vita, che potrebbe sfociare nell’introduzione dell’eutanasia dietro la nuova nozione di «aiuto a morire». La Chiesa francese ha preso posizione, denunciando il travisamento di valori come la dignità e la fraternità. «Il messaggio del Papa per la Giornata di quest’anno mi ha molto colpito, e sono sicuro che raggiungerà il cuore di tutti coloro che lavorano con me, perché riguarda il nocciolo di ciò che cerchiamo di vivere a Lourdes. Possiamo essere tutti dei buoni samaritani in questo mondo che ne ha tanto bisogno».

Il messaggio di Leone XIV insiste molto sulla relazione con il malato. Una dimensione che è al centro dell’accoglienza a Lourdes...
Oggi constatiamo a Lourdes anche un numero crescente di malattie, handicap e sofferenze che non sono visibili. Delle ferite psicologiche, morali, spirituali. Fin dalle Apparizioni, la vocazione del Santuario è di accogliere ogni persona, considerandola così com’è. La grazia di quest’accoglienza è il miracolo quotidiano del Santuario di Lourdes.
Per lei, accogliere fino in fondo significa pure andare a cercare i malati invisibili. Cosa intende?
Oltre ai pellegrinaggi organizzati e diocesani, abbiamo tanti pellegrini che vengono a titolo individuale e altri che, come riusciamo talvolta ad apprendere, sono impediti non avendo potuto integrarsi in nessun gruppo. A volte, ci sono pure timori legati a vincoli regolamentari sanitari nazionali. Stiamo cercando in ogni modo di togliere questi vincoli. Personalmente, viaggio molto a livello internazionale anche per ricordare che Lourdes è per tutti.
L’incontro con chi è malato, o ferito interiormente, nutre la nostra umanità?
Prendere coscienza con serietà dell’umanità in queste persone ci obbliga a essere autentici. Nella nostra società, nel nostro mondo, portiamo spesso delle maschere, interpretiamo dei ruoli. Ciò che colpisce nel Santuario di Lourdes, al momento del servizio dei malati, è il fatto di poter essere sé stessi. A Lourdes si può piangere, nel momento della sofferenza, o del lutto per un caro. Ciò è segno di un’umanità ferita alla ricerca di pace e di consolazione. Essere autentici, a Lourdes, è essenziale per avanzare in queste relazioni speciali.
Lourdes è dunque anche una scuola d’umanità?
Sì, una scuola di umanità cristiana, come ci viene chiesto dal Vangelo, anche attraverso la parabola del buon samaritano. Ma tutti, non solo i cristiani, possono trarre profitto dall’attenzione e dall’ascolto verso l’altro. In proposito, a Lourdes è toccante pure che non siano solo cattolici o cristiani a venire nel Santuario. Alcuni professano altre religioni, o non ne rivendicano alcuna.
Lei ha dichiarato che l’abbandono non è una forma di compassione. L’attuale bozza di legge sul fine vita in Francia può divenire la porta aperta all’abbandono dei più fragili?
La fraternità che ci riunisce come esseri umani è un punto essenziale. Per far riflettere su questa bozza di legge dobbiamo tornare al vero senso della fraternità che è una dimensione della nostra umanità. Oggi i promotori della legge pretendono che questa bozza sia una soluzione di fraternità. Ma occorre dire no, perché si tratta di una falsa concezione della fraternità. Non possiamo aderire.
È anche il messaggio di Lourdes a ricordarlo?
Sì, il fatto di poter crescere nella propria umanità solo se si accetta sempre la prossimità con l’altro. In tal modo, scopriamo di essere tutti figli amati da un Padre misericordioso, riconoscendoci dunque in tal modo come fratelli.
La bozza di legge traccia un cammino che allontana da quello del buon samaritano?
L’esperienza mi dice che le fasi terminali di una malattia cronica sono vissute molto meglio da chi ha la fortuna di essere circondato e accompagnato. Il vero dramma è morire da soli. In proposito, le cronache sono costellate di notizie di persone i cui corpi sono ritrovati solo diversi giorni, se non settimane, dopo la morte. Si tratta di segnali di inumanità in cui rischia di scivolare la nostra società.
Lourdes insegna dunque pure l’importanza del tessuto di relazioni per chi è fragile?
Una persona gravemente malata sarà certamente molto più serena se potrà contare sul sostegno umano di chi la circonda. Ma queste persone al suo fianco ricevono a loro volta il dono di poter crescere nella propria umanità, grazie a dei momenti davvero privilegiati. Tutti escono vincitori da questa scelta della prossimità.
Ci sono incontri che hanno cambiato il suo modo di comprendere la fragilità?
Potrei raccontare tante storie che prenderebbero ore. Un incontro mi colpì molto quand’ero ancora un volontario adolescente a Lourdes. Si trattava di una donna che non aveva l’uso né dei quattro arti né della parola. Comunicava solo con gli occhi. Mi dissi che non avrei mai potuto avvicinarmi, talmente mi sembrava difficile, anzi, impossibile. Ero impressionato, provando al contempo un senso di colpa. Ma un giorno mi ritrovai da solo in una camera con lei. Mi dissi “ora o mai più, forza”. Quando mi avvicinai, ricevetti uno sguardo e un sorriso che mi dissero di colpo tutto: la sua gioia per il mio avvicinamento e al contempo la chiara coscienza che lei aveva acquisito della mia precedente distanza prolungata. Fu come un piccolo film con due attori. Un film il cui bel finale mi accompagnerà e mi darà forza per il resto della mia vita. Mi sono reso conto che quel giorno fu lo Spirito Santo a spingermi verso di lei.
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