«Troppa solitudine, andiamo a trovare i malati»
Don Angelelli traccia un bilancio del convegno nazionale di Pastorale della salute svoltosi a Falerna (Catanzaro): «La cura integrale della persona non può essere solo sanitaria. Dobbiamo partire dall'analisi dei bisogni»

«Ci siamo resi conto che la cura integrale della persona non può essere solo sanitaria. Ecco perché abbiamo insistito sulla dimensione comunitaria della pastorale della salute». Don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio Cei, chiarisce come il convegno nazionale sia un’evoluzione di quelli passati: «Con il precedente percorso sui cinque sensi abbiamo voluto coinvolgere tutta la persona nell'idea stessa di cura. Poi, soprattutto dopo il Covid, ci siamo resi conto che la cura integrale della persona non può essere soltanto sanitaria. E questo interpella la Chiesa e le comunità cristiane».
Che significato ha voluto dare a questo convegno?
Se partendo dal Vangelo dello “scoperchiare il tetto” riscopriamo che ci vuole un sistema di relazioni intorno alla cura significa che non ci può essere una delega al Servizio sanitario nazionale, o ad altri. La comunità cristiana è interrogata e poi direttamente coinvolta, perché capace di rispondere a un’istanza alta e complessa come prendersi cura dei sofferenti. La Chiesa è stata sempre pioniera in questi scenari: quando la gente moriva per strada i santi della carità hanno inventato gli ospedali; quando Madre Teresa di Calcutta ha messo piede in India ha risposto a un bisogno. Anche noi dobbiamo partire dall’analisi dei bisogni, e in questo momento la ricerca scientifica dice che il primo sono le solitudini: dei bambini e degli adolescenti, dei grandi anziani. E la comunità cristiana è chiamata a dare risposte.
Cosa comporta il crescere delle solitudini?
Raccogliamo il frutto di scelte sbagliate fatte nei decenni come società, anzitutto dal punto di vista della natalità: i bambini sono più soli, perché se ho tre o quattro fratelli o nessuno la mia vita cambia. Poi sono stati messi in crisi i luoghi sociali: la scuola educa sempre meno i ragazzi a stare insieme, le parrocchie sono meno centrali nella formazione e come luogo di aggregazione. Col tempo siamo scivolati in un sistema di solitudini di cui ora vediamo gli esiti: violenza (da solo mi sento minacciato), isolamento sociale o interazione solo con i social.
Cosa vuole suggerire il convegno nazionale?
Cerchiamo di proporre una Chiesa che sia in grado di accompagnare i soli alla cura. “Scoperchiare il tetto” significa persone che si organizzano per portare il paralitico alla cura. Perché molti sono soli e non ce la fanno, hanno bisogno di essere accompagnati. E dopo la Messa domenicale, i cristiani farebbero bene ad andare a trovare qualcuno che è solo, per concretizzare il comandamento del Signore sul mio prossimo, su colui che è nel bisogno, marginalizzato. E non solo le categorie più svantaggiate, anche gli anziani sani ma soli.
Come proporre un recupero della natalità?
Va spiegato ai trentenni perché fare tre figli: non per pagare le pensioni agli anziani di oggi ma perché generare figli ti cambia la vita, te la qualifica, ti dà la possibilità di gioire della loro crescita, di guardare al futuro e alle gioie che ti daranno loro e i nipoti, che non sono paragonabili a nessuna soddisfazione professionale. Invece la società ha insegnato loro che devono comprare, essere contenti, soddisfatti, con un sacco di soldi da spendere per soddisfare i loro desideri. Manca una visione prospettica del futuro, perché la vita è fatta di generatività, non di accumulo.
Ormai anche la scienza recupera i valori spirituali. Che cosa indica?
Lo smarrimento dei valori originali della cura, spesso ridotta a una risposta commerciale a una domanda, ha provocato sofferenza negli stessi curanti, che spesso non trovano la ragione per cui devono svolgere un servizio così oneroso come prendersi carico del dolore degli altri. Ma deprimere la dimensione spirituale a favore di una visione fortemente scientista ha come prima vittima la medicina stessa. Vedo però che il recupero della dimensione spirituale viene proprio dal personale che cura. Ho seguito la stesura di una ventina di Codici deontologici delle professioni sanitarie, e nella massima parte di questi il primo articolo riguarda la definizione di persona, indicata come la totalità in cui si armonizzano più dimensioni: biologica, psichica, ambientale, relazionale, ma anche spirituale. Questo è un mondo sanitario che è alla ricerca della logica originale dell’idea di cura.
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