«Troppa solitudine, andiamo a trovare i malati»

Don Angelelli traccia un bilancio del convegno nazionale di Pastorale della salute svoltosi a Falerna (Catanzaro): «La cura integrale della persona non può essere solo sanitaria. Dobbiamo partire dall'analisi dei bisogni»
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May 26, 2026
«Troppa solitudine, andiamo a trovare i malati»
Don Massimo Angelelli/Dalla pagina Facebook dell'Ufficio nazionale di Pastorale della salute della Cei
«Ci siamo resi con­to che la cura in­tegrale della per­sona non può essere solo sa­nitaria. Ecco perché abbia­mo insistito sulla dimensio­ne comunitaria della pasto­rale della salute». Don Mas­simo Angelelli, direttore dell’Ufficio Cei, chiarisce co­me il convegno nazionale sia un’evoluzione di quelli passati: «Con il precedente percorso sui cinque sensi abbiamo voluto coinvolge­re tutta la persona nell'idea stessa di cura. Poi, soprattut­to dopo il Covid, ci siamo re­si conto che la cura integra­le della persona non può es­sere soltanto sanitaria. E questo interpella la Chiesa e le comunità cristiane».
Che significato ha voluto dare a questo convegno?
Se partendo dal Vangelo dello “scoperchiare il tetto” riscopriamo che ci vuole un sistema di relazioni intorno alla cura significa che non ci può essere una delega al Servizio sanitario naziona­le, o ad altri. La comunità cristiana è interrogata e poi direttamente coinvolta, per­ché capace di rispondere a un’istanza alta e complessa come prendersi cura dei sofferenti. La Chiesa è stata sempre pioniera in questi scenari: quando la gente moriva per strada i santi della carità hanno inventa­to gli ospedali; quando Ma­dre Teresa di Calcutta ha messo piede in India ha ri­sposto a un bisogno. Anche noi dobbiamo partire dall’analisi dei bisogni, e in questo momento la ricerca scientifica dice che il primo sono le solitudini: dei bam­bini e degli adolescenti, dei grandi anziani. E la comuni­tà cristiana è chiamata a da­re risposte.
Cosa comporta il crescere delle solitudini?
Raccogliamo il frutto di scel­te sbagliate fatte nei decen­ni come società, anzitutto dal punto di vista della nata­lità: i bambini sono più soli, perché se ho tre o quattro fratelli o nessuno la mia vi­ta cambia. Poi sono stati messi in crisi i luoghi sociali: la scuola educa sempre meno i ragazzi a stare insieme, le par­rocchie sono meno centrali nella formazio­ne e come luo­go di aggrega­zione. Col tempo siamo sci­volati in un sistema di soli­tudini di cui ora vediamo gli esiti: violenza (da solo mi sento minacciato), isola­mento sociale o interazione solo con i social.
Cosa vuole suggerire il convegno nazionale?
Cerchiamo di proporre una Chiesa che sia in grado di ac­compagnare i soli alla cura. “Scoperchiare il tetto” signi­fica persone che si organiz­zano per portare il paraliti­co alla cura. Perché molti so­no soli e non ce la fanno, han­no bisogno di essere accom­pagnati. E do­po la Messa domenicale, i cristiani farebbero bene ad andare a trova­re qualcuno che è solo, per concretizza­re il comandamento del Si­gnore sul mio prossimo, su colui che è nel bisogno, mar­ginalizzato. E non solo le ca­tegorie più svantaggiate, an­che gli anziani sani ma soli.
Come proporre un recupe­ro della natalità?
Va spiegato ai trentenni per­ché fare tre figli: non per pa­gare le pensioni agli anziani di oggi ma perché generare figli ti cambia la vita, te la qualifica, ti dà la possibilità di gioire della loro crescita, di guardare al futuro e alle gioie che ti daranno loro e i nipoti, che non sono para­gonabili a nessuna soddisfazione professionale. Invece la società ha insegnato loro che devono comprare, esse­re contenti, soddisfatti, con un sacco di soldi da spende­re per soddisfare i loro desi­deri. Manca una visione prospettica del futuro, per­ché la vita è fatta di genera­tività, non di accumulo.
Ormai anche la scienza re­cupera i valori spirituali. Che cosa indica?
Lo smarrimento dei valori originali della cura, spesso ridotta a una risposta com­merciale a una domanda, ha provocato sofferenza negli stessi curanti, che spesso non trovano la ragione per cui devono svolgere un ser­vizio così oneroso come prendersi carico del dolore degli altri. Ma deprimere la dimensione spirituale a fa­vore di una visione forte­mente scientista ha come prima vittima la medicina stessa. Vedo però che il re­cupero della dimensione spirituale viene proprio dal personale che cura. Ho se­guito la stesura di una ven­tina di Codici deontologici delle professioni sanitarie, e nella massima parte di que­sti il primo articolo riguarda la definizione di persona, in­dicata come la totalità in cui si armonizzano più dimen­sioni: biologica, psichica, ambientale, relazionale, ma anche spirituale. Questo è un mondo sanitario che è al­la ricerca della logica origi­nale dell’idea di cura.

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