Regolamento e non legge: è la via piemontese al suicidio assistito. «Ma ogni morte è una sconfitta»
Sul percorso scelto dalla Regione Piemonte per dare corso alle richieste di fine volontaria interviene padre Carmine Arice, alla guida del Cottolengo. Che invita a scegliere di combattere il dolore e la solitudine senza cedere alla domanda di morte

«Quando qualcuno resta accanto a chi soffre e il dolore viene tenuto sotto controllo in modo adeguato, il desiderio di morire si ritira fino a scomparire. È la solitudine, prima ancora della malattia, a uccidere». Padre Carmine Arice, padre generale della Piccola Casa della Divina Provvidenza, interviene sul dibattito sul fine vita in Piemonte, dopo l’invio della circolare esplicativa da parte della Direzione Sanità della Regione alle aziende sanitarie.
Il 19 febbraio, in coda alla Conferenza dei capigruppo in Consiglio regionale, è previsto un primo confronto sul tema che potrebbe delineare tempi e modalità per iniziare un iter di discussione in Aula. Per quanto sia stato più volte ribadito sia da parte della Giunta sia da parte del presidente del Consiglio stesso che non c’è la volontà di arrivare a una legge regionale «comunque soggetta al vaglio della Corte Costituzionale, che – come dimostrato dal caso della legge approvata dalla Toscana – ne ha dichiarato la parziale illegittimità», si parla comunque di un più generico ulteriore regolamento o di direttive regionali conformi alla Consulta.
Eppure l’esperienza che prosegue da due anni anche nell’hospice di Chieri, proprio nella casa in cui morì san Giuseppe Benedetto Cottolengo nel 1842, dimostra che quando c’è «una presenza che accompagna, le persone rifioriscono». Riferendosi al primo caso di suicidio assistito in Piemonte di pochi giorni fa, padre Arice ribadisce che quando una persona chiede la morte «è una sconfitta per tutti», come già evidenziato dal presidente del Centro cattolico di bioetica della Diocesi di Torino: «Non siamo riusciti a far percepire – spiega il Padre generale – che la sua vita, pur nell’estrema fragilità, era qualcosa di importante. Serve un’umile riflessione da parte di tutti. D’altra parte, nella discussione pubblica, mi impressiona vedere l’insistenza sul fare in fretta su questo tema quando viene disattesa una richiesta di vicinanza verso tante persone che hanno bisogno e che vivono aspettando esami medici o rinunciando alle cure».
Con lo spirito del Cottolengo, è necessario chiedersi quali siano le sofferenze di questo tempo. «Sicuramente – continua padre Arice – c’è il dolore degli anziani non autosufficienti e il disagio mentale, soprattutto tra i giovani. E poi c’è la richiesta di cure palliative, le cui domande sono molto più alte di quelle del suicidio assistito. Il livello di cura è a macchia di leopardo su tutto il territorio nazionale, ma è comunque insoddisfacente. Noi riceviamo dal servizio pubblico 258 euro di diaria giornaliera per ciascun ospite dell’hospice, ma è una cifra che non riesce a coprire tutte le spese, che sono altissime. È per questo che molte strutture come le nostre in Italia stanno chiudendo, perché non sono sostenibili».
Arice richiama anche il piano giuridico e culturale: l’esercizio di qualsiasi diritto presuppone la vita, e il rischio è di arrivare a considerarla un bene disponibile, di cui disporre a piacimento: una deriva che emerge quando si distinguono esistenze “degne” e “non degne”. L’esperienza di altri Paesi viene indicata come monito: in Canada, dove i casi rappresentano circa il 5% delle morti annuali, e nei Paesi Bassi, l’accesso al suicidio assistito è cresciuto progressivamente: secondo Arice, l’introduzione della norma tende ad aumentare la domanda, coinvolgendo anche persone che inizialmente non l’avrebbero presa in considerazione.
Nel dibattito pubblico canadese si discute persino dei risparmi economici derivanti da queste pratiche, segno – osserva – di uno slittamento culturale. E nasce quindi l’invito a un confronto vigile e consapevole e alla tutela rigorosa dell’eventuale obiezione di coscienza per i medici ma anche per le strutture: «Imporre percorsi non condivisi a realtà convenzionate come la nostra sarebbe un paradosso e soprattutto una vera ingiustizia».
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