«Noi, sacerdoti, vi raccontiamo le prove del ministero e la voce di Dio che ci parla»
Le testimonianze di due preti, attivi nelle loro parrocchie e presenti sui social e online, affrontano in modo diretto le fatiche di chi vive il servizio fondamentale dell'annuncio del Vangelo dentro la Chiesa. Ecco le loro voci

Non sono uomini perfetti, ma a loro è affidato un servizio fondamentale per la vita della Chiesa: amministrare i sacramenti, essere loro stessi segni, con la loro vita, della presenza di Dio nella storia, tra le vie, nelle case dove vivono donne e uomini bisognosi di speranza. Il ruolo dei sacerdoti oggi porta con sé complessità per alcuni versi inedite. Nodi davanti ai quali una buona formazione può aiutare – e la Chiesa italiana ne è ben consapevole avendo da poco messo mano alle linee guida dei percorsi per i futuri preti – ma non basta. Le notizie di sacerdoti che “lasciano la tonaca” di recente sono salite nuovamente alla ribalta, rischiando di oscurare il lavoro silenzioso e fedele di migliaia di consacrati, che affrontano i problemi con amorevole determinazione. Perché “essere prete” non è un compito che ha modelli inamidati e prestabiliti ma richiede il contributo personale. Anzi, richiede il contributo “collettivo”, perché se è vero che sono le guide a dare il sapore alla vita di comunità, è altrettanto vero che sono le stesse comunità a sostenere e dare colore alla vita di chi è chiamato a essere un “padre” in mezzo alla gente. Ben lo testimoniano le due voci che riportiamo. (M.L.)
Siamo legati da un grande dono: il Vangelo non è un like
«Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore»: parole che furono solennemente e pubblicamente pronunciate dal Vescovo all’ordinazione sacerdotale, tanti anni fa. Parole che riscaldano il cuore per il “fuoco” che contengono e per la maturata responsabilità che impongono a chi, da uomo libero e guarito dalle ferite, si mette in cammino seguendo Gesù Cristo, come discepolo, libero in Lui da ogni forma di “paralisi e schiavitù”. In questi mesi alcuni amici e fratelli nel sacerdozio hanno pubblicamente abbandonato, sospeso il ministero, chiesto di non svolgere più il sacerdozio ministeriale. Dispiace, è motivo di profonda tristezza, e chi ha una certa sensibilità si fa tante domande, pone tante questioni sul discernimento, sulla formazione, sulla fraternità, su una Chiesa bella ma ferita. Non posso non ricordare – anch’essi amici fraterni nel cammino di fede e sacerdotale – anche chi si è tolto la vita, e che non posso relegare a un ricordo del passato. Non dimentichiamo mai chi siamo: preti. Il Vangelo non è un like e la fraternità sacerdotale e comunitaria è tutto da costruire, sempre insieme. Siamo legati da un grande dono.
Ho 62 anni, sacerdote da 34, vivo con passione da parroco di periferia, e da un trentennio affronto la sfida di “abitare il web”, cercando di farlo con responsabilità, per offrire con la nostra identità cristiana e umana la via del Vangelo. Del resto, siamo preti per vocazione e per dono, non per una scelta di ripiego né per convenienza economica. La nostra missione non può mai essere vista come un lavoro qualsiasi, anche se, giustamente, riceviamo un sostegno economico dalle offerte della gente, quella gente che Gesù Cristo ha riscattato a caro prezzo con la Sua morte e risurrezione.
Negli anni ‘90 mi affacciai a Internet quando ancora erano pochi coloro che lo utilizzavano. Percepii subito la bellezza, ma anche il grande rischio: le nuove periferie digitali, in molti casi il naufragio e la perdita di sé e della propria identità. Per noi sacerdoti abitare a “casa” o nel web spesso non è la stessa cosa. Eppure mi sentivo in “missione”, con la mia identità cristiana e sacerdotale, attraverso l’associazione Meter. Da allora Internet è diventata per me una terra che devo abitare da missionario, un luogo in cui tuttora cerco di salvare i bambini dagli adescamenti e dagli abusi, insieme agli adulti vulnerabili. Mi sono dedicato anche ad alcuni sacerdoti che, ignari dei rischi o per una fragilità umana, possono trovarsi rapiti e condizionati dall’invasività del web. Quindici anni fa riflettei proprio qui, su Avvenire, sul fatto che Internet era già una terra di missione, un’occasione per annunciare con fedeltà al Vangelo un mistero d’amore per tutto il creato. Attraverso Internet la misericordia di Dio si è concretizzata nell’aiuto a giovani che volevano suicidarsi, a bambini che subivano violenza, in un ascolto reale e non solo virtuale.
Internet è stato un terreno fertile di opportunità per evangelizzare un nuovo uomo, ricco di umanità, in cerca di sé, e con un insaziabile desiderio di comunicare. Ma è stato anche il luogo dove si è manifestato il degrado umano: schizofrenia, oscurità, criminalità, violenza, pedopornografia, orrore. Eppure, come sacerdoti, dobbiamo essere presenti anche in questi luoghi, pur senza dimenticare che il virtuale non sostituirà mai la vita umana, nella sua integrità. Non sono mai sceso a compromessi, non ho mai ceduto la mia identità di cristiano e di prete, ho imparato a non naufragare e ad avere sempre una bussola: cammina, l’uomo, quando sa bene dove andare. Con lungimiranza, la Chiesa deve immergersi e ascoltare l’uomo che cerca Dio, anche in Internet, dove spesso si limita a “sopravvivere” nel silenzio assordante di voci inutili e inadeguate. Come sempre, la certezza è che Dio non ci ha dimenticati, anche nell’era di Internet. Lui non ci abbandona, come ci ha mostrato con la croce.
Credo che la risposta a questa nuova sfida sia una presenza vivace e creativa, testimoniando che il Vangelo continua ad annunciare, anche nei deserti virtuali l’amicizia di Dio con ogni persona. La mia dicono sia l’età della “decadenza”, anche se la vedo come età della maturità. Con affetto e stima, vorrei dire ai giovani sacerdoti, da “preistorico digitale”, che la nostra prossimità deve essere quella di far risplendere la gloria di Dio, come ci è stato consegnato da Gesù Cristo. Il web che abitiamo diventi luogo di incontro, di prossimità, di missione evangelizzatrice autentica, senza sotterfugi né strategie. La fede è un dono che cresce e si alimenta con l’ascolto della Parola. Non nasce da un miracolo, ma è il miracolo che nasce dalla fede. E il più grande miracolo è non abdicare mai alla vera essenza della fede stessa: l’Amore di Dio.
Fortunato Di Noto, sacerdote di Noto, fondatore di Meter
I nostri dubbi? Sono gli stessi che ebbero gli apostoli
I discepoli di Gesù conoscono bene la fatica della fedeltà, a cominciare dai dodici che diventano undici. Quando si nasce si lasciano gli ormeggi e si comincia a navigare in mare aperto. Guai a chi non lo fa! È stato proprio san Giovanni Paolo II a ripeterlo, in particolare ai giovani: “duc in altum”. Dunque “lasciare” è qualcosa che riguarda la vita. Si vive perché si lascia: da subito la vita ce lo ricorda con il pianto di ogni neonato che esce dalla pancia della mamma. Da subito accade questo e chi non lo fa tutti i giorni “vivacchia”, come ci ha detto san Pier Giorgio Frassati. Si lascia per trovare, abbandonando zavorre e ormeggi che altri, il più delle volte ci mettono addosso ma che anche noi, schiavi del ruolo, ci autoinfliggiamo.
Quindi la fatica della fedeltà è legata al mistero della vita: diventa insostenibile, ti schiaccia, ti frantuma. Riprendendo a questo proposito il “duc in altum” ripenso a Paolo in catene e al suo approdo sull’isola di Creta e come la vita, che è Dio, da quel naufragio abbia permesso a quella Chiesa di nascere; ogni anno il 9 febbraio a Creta si celebra il disastro di un affondamento come ogni anno i cristiani celebrano il Venerdì Santo nell’unità del triduo Pasquale. Sì perché alla morte segue il riposo nel sepolcro e poi la mattina di Pasqua. Questa è la dinamica della fedeltà che la vita ci impone e che non dobbiamo fuggire anche solo volendone determinare i tempi e i modi. Mille anni per il Signore sono come il giorno di ieri che è passato. A questo pensiero affianco la necessità di una Chiesa che sta dentro la storia nella logica dell’incarnazione e quindi non esistono luoghi in cui la fedeltà debba essere solo ed esclusivamente protetta. Oggi esistono tanti naufragi, tanti Golgota, luoghi dell’amore fino alla fine, che non possiamo né dobbiamo fuggire. Certo la fedeltà va custodita nel proficuo dialogo con la grazia che la preghiera mantiene vivo. Ma guai a noi se entriamo nella logica pagana di luoghi abitati solo dal male. È l’amare fino alla fine che ci mette in crisi, è il Vangelo che ci spinge a vivere quel passaggio faticosissimo che dal “Dio mio Dio mio perché mi ha abbandonato” ci fa gridare “nelle tue mani affido il mio spirito”. Attenti a non interpretare male il centurione pagano che dice “non sono degno che tu entri nella mia casa”. Ma Gesù entra, osa, sfonda le porte, abbatte i muri, squarcia i veli di ogni tempio. Se non fosse così Gesù non sarebbe entrato da Zaccheo o non si sarebbe potuto far toccare dalla emorroissa o dai lebbrosi, non avrebbe guarito il giorno di sabato, né alla mensa dei potenti si sarebbe fatto baciare i piedi sotto il tavolo da una donna, né avrebbe dato appuntamento dopo la risurrezione nella promiscua Galilea... Per dirla con qualcosa che fa parte della mia vita: non avrebbe incontrato i giovani là dove vivono, gridano, fuggono, si annoiano, protestano.
Chi continua a scambiare la custodia di ciò che ognuno di noi è nella sua essenza con il creare ambienti dove la fanno da padrone metal detector, telecamere di sicurezza, dottrine religiose inflessibili, mostrerà sempre il fianco al desiderio che ogni uomo e donna ha di essere sempre più libero, sempre più vero. Qualunque scelta dove il “per sempre” fosse relegato solo ad aspetti esteriori o a un periodo della vita rischierebbe di dar origine a una vita a pezzi, a cassetti, frantumata, dove rialzarsi non è una risurrezione perché distrugge completamente ciò che avevamo scelto rendendo così del tutto inutile la vita di prima, fosse anche stata piena di errori o peccati. Ma è l’unica che abbiamo.
Per questo il nome di Dio è misericordioso e «l’architrave della chiesa è la misericordia». Purtroppo, in questi anni, sta emergendo forte la contrapposizione ideologica tra diversi modi di vedere il mondo, l’uomo, la vita stessa e si diffonde una cultura in cui invece di sentirci tutti cercatori che solo insieme possono trovare luce e pace, ci dividiamo considerando la diversità come un nemico e non come la sola opportunità che abbiamo per conoscere e offrire a tutti voglia di futuro e non rimpianti del passato; «Il bulbo della speranza, ora occulto sotto il suolo ingombro di macerie non muoia, in attesa di fiorire alla prima primavera»; la vita è così come la descriveva Mario Luzi. Chi è il prete oggi? Cosa fa il prete oggi? Non possiamo rispondere se non riconoscendo in chi accoglie la chiamata gli stessi dubbi, lo stesso entusiasmo, la stessa incredulità, la stessa paura, la stessa gioia che hanno sperimentato per tre anni e non in un seminario qualunque ma alla scuola stessa del Maestro, Pietro, Giacomo, Giovanni Andrea e tutti gli altri. È la storia che cambia, certo, non il prete, ma guai a chi lo protegge dalle sfide che la storia gli pone ogni giorno: interiormente ed esteriormente. Il mondo per ciascuno di noi comincia da un gesto d’amore e poi passiamo la nostra vita ad imparare ad amare. Questa è la vita e questo ci chiede di rimettere al primo posto nel momento della formazione e delle “scelte per sempre” non il “sempre” ma il “per” e niente ci farà più paura nella costruzione della vita nostra e di un mondo più giusto e fraterno.
Francesco Pierpaoli, sacerdote di Fano-Fossombrone-Cagli-Pergola
© RIPRODUZIONE RISERVATA






