A Perugia i giovani aiutano gli anziani. Grazie a un progetto di buon vicinato

Nel capoluogo umbro un consorzio gestisce un housing intergenerazionale: i protagonisti sono persone di età diverse, unite da un patto di reciproca assistenza. Intanto la politica, tramite il Cipa, lavora a norme ad hoc. Bellucci: «La rigenerazione urbana passa dalle nuove forme dell'abitare condiviso»
February 19, 2026
A Perugia i giovani aiutano gli anziani. Grazie a un progetto di buon vicinato
Il condominio solidale realizzato a Perugia, negli spazi di un ex tabacchificio, dove persone di età diverse si aiutano reciprocamente
Un ragazzo tetraplegico e un giovane con autismo che percorrono insieme le corsie di un supermercato: il primo, più esperto, consiglia cosa comprare; il secondo aiuta l’amico in carrozzina quando necessario e afferra i prodotti dagli scaffali. «Questa scena è solo uno dei risultati non programmati di quello che definisco un buon vicinato aumentato, dove i condomini, dopo essersi incontrati durante le attività negli spazi comuni, si scelgono anche spontaneamente e decidono di aiutarsi al di là di ogni contratto di reciprocità», spiega Roberto Leonardi, presidente del consorzio Abn che gestisce nel capoluogo umbro le Corti Perugine, un housing intergenerazionale abitato sia da persone con disabilità, anziani e famiglie immigrate arrivate dai corridoi umanitari, sia da studenti stranieri e giovani coppie che prestano 10 ore del loro tempo ogni settimana in cambio di uno sconto sul canone di affitto. Un’esperienza che si inserisce in un contesto nazionale in cui anche la politica cerca di favorire iniziative di housing sociale, partendo dall’esempio delle tante già diffuse, molte delle quali raccontate anche nelle pagine di Avvenire, come quella del villaggio di Novoli o di Spazio Blu a Roma.

L’housing intergenerazionale

È così che a Perugia, in un ex tabacchificio oggi c’è un condominio dove i vicini non sono degli estranei o addirittura una seccatura. Un laboratorio di convivenza tra generazioni che prova a tenere insieme due fragilità che raramente si incontrano: la solitudine degli anziani e la precarietà abitativa dei giovani. «Gli affitti sono quelli dell’housing sociale, rivolti a quella “classe grigia” che non ha accesso all’edilizia popolare ma non può sostenere neppure i prezzi del mercato», continua Leonardi. Un patto di reciprocità richiede da parte dei giovani ospiti un impegno strutturato: «Per esempio, un’anziana può chiedere se qualcuno può portarle la spesa o i farmaci, piccole riparazioni o l’accompagnamento per una visita. Un’app poi fa incontrare bisogni e disponibilità». L’idea è di rendere possibile l’autonomia dove altrimenti sembrerebbe impraticabile «con benefici sia per la persona che altrimenti finirebbe in un Rsa sia per lo Stato che così risparmia».

Chi cerca una nuova vita

È così che S., il ragazzo tetraplegico che adesso va anche al supermercato, è riuscito a uscire dalla struttura protetta per anziani in cui era ospitato e oggi è diventato uno dei volti di questo progetto. Ha iniziato a vivere al suo ritmo, un salto che S. ora sintetizza così: «Casa vuol dire libertà, vuol dire avere una cosa tua che ti sta a cuore. È tutto diverso». M. invece è una ottantenne che cammina con il deambulatore. Dove abitava prima si sentiva ormai troppo sola. Si è trasferita alle Corti con la consapevolezza che lì, quando per esempio non sarebbe riuscita neppure a portare fuori il cane, qualcuno l’avrebbe aiutata. Piano piano, racconta adesso, è tornata a vivere. Sul balcone ha un piccolo orto in cui coltiva insalata, pomodori, basilico, fragole. Nel condominio conosce tutti e non manca mai un’amica per improvvisare un burraco: «La sensazione che provo qui è il calore dell’abbraccio dei vicini. Lo stesso cambio di prospettiva vale per Ma., che invece è un ragazzo di poco più di vent’anni che ha un autismo ad alto funzionamento. La sua storia rientra nei percorsi di vita indipendente attivati nel complesso. Ha salutato la madre, è uscito di casa, ha deciso di provarci. Oggi racconta con orgoglio delle sue piccole conquiste quotidiane, come saper cucinare, scegliere cosa guardare in televisione, andare dal parrucchiere da solo, comprarsi un pigiama. Un’autonomia costruita in una rete protetta che ti allena alla vita: «Molti di questi percorsi sono possibili grazie al Terzo Settore o a persone che spontaneamente offrono quello che possono, come la signora che ha insegnato ai ragazzi a fare la pasta».

Cosa trovano i giovani

Tra gli abitanti c’è anche chi sta dall’altra parte, ossia giovani studenti. B. è arrivata dall’Africa per studio. Trovare casa in una città che non conosceva non era semplice. Poi l’ingresso alle Corti. «Ho capito cosa significa davvero lo scambio tra generazioni», racconta, sorpresa da come le differenze di età, di cultura e di storie invece di dividere possono arricchire. «La precedenza di accesso è data a giovani adulti fino a 36 anni, studenti fuori sede, lavoratori precari o i cosiddetti care leavers, ragazzi che escono dai percorsi di tutela, in affido o in comunità», dice Leonardi. Quando hanno scelto il progetto «non sapevano ancora che questo li avrebbe anche aiutati a integrarsi rapidamente nella comunità». Il loro supporto, continua, è stato più volte fondamentale. «Per esempio, quando è arrivata una famiglia palestinese con cinque figli, due con gravi problemi di salute, sono stati loro a montare i mobili, a fare da interpreti, ad accompagnarli negli uffici», conclude il presidente, specificando che spesso sono proprio i ragazzi a proporre e organizzare iniziative che accrescono la comunità.

Nell’Italia che invecchia

La cornice di questa esperienza di housing è quella di un Paese che invecchia, in cui 5,8 milioni di anziani vivono soli e appena l’8,5% può contare su un badante. Con l’andamento demografico trovare soluzioni diventa prioritario. Non a caso il tema è entrato anche nell’agenda politica. Il cohousing è indicato tra i pilastri della Riforma anziani, avviata con la Legge 33/2023 e con il successivo Decreto legislativo 29/2024: un percorso che ora sta arrivando a compimento con il testo per la valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico, che sta per essere presentato alla cabina di regia per poi essere definitivamente approvato e adottato dal Comitato interministeriale per le Politiche in favore della popolazione anziana. L’obiettivo è di presentarlo entro giugno 2026 così da dare agli enti locali e a tutti gli interessati uno strumento operativo concreto. «In seno al Cipa abbiamo istituito un tavolo di lavoro dedicato al cohousing, con l’obiettivo di elaborare Linee guida nazionali sul senior cohousing, sul cohousing intergenerazionale e sui condomini solidali – ci spiega la viceministra al Lavoro e alle Politiche sociali, Maria Teresa Bellucci –. L’obiettivo è promuovere una rigenerazione urbana attraverso nuove forme di abitare condiviso fondate su relazione, mutuo aiuto e partecipazione attiva. Le Linee guida valorizzano le buone pratiche già esistenti, definiscono un quadro di governance chiaro per gli enti locali e favoriscono la diffusione di questi modelli su tutto il territorio nazionale, nel rispetto delle specificità locali». Nel caso del cohousing intergenerazionale, «promuoviamo una vera e propria alleanza tra anziani e giovani fino ai 36 anni, in particolare studenti fuori sede, lavoratori precari o care leavers». Il testo, conclude Bellucci, «indica anche modalità di utilizzo del patrimonio immobiliare pubblico inutilizzato, favorendo la rigenerazione urbana senza nuovo consumo di suolo, e chiarisce che il cohousing non è una Rsa né una struttura sanitaria, ma una comunità abitativa fondata sull’autonomia e sulla responsabilità reciproca. In questo modo l’abitare diventa leva di coesione sociale e di alleanza tra generazioni».
Un momento di convivialità nell'housing intergenerazionale di Perugia
Un momento di convivialità nell'housing intergenerazionale di Perugia

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