Non si vede ma c’è: ora l’«inquinamento digitale» va affrontato
di Giampaolo Ghilardi
Nel suo nuovo documento il Centro Studi Scienza & Vita mette a fuoco uno dei fenomeni più caratteristici (e meno considerati) della nostra epoca iper-tecnologica. E con “S&V Focus Plus” lancia una serie di pagine tematiche su Avvenire

Il 18 aprile è uscita su “Avvenire” la prima pagina di “S&V Focus Plus”, il nuovo appuntamento periodico del Centro Studi Scienza & Vita su Avvenire: uno spazio di approfondimento sui grandi temi al crocevia tra scienza, etica e società. Il battesimo di questa iniziativa è affidato al primo documento di studio di Scienza & Vita, dedicato all’inquinamento digitale, un fenomeno attuale che interpella stili di vita, consapevolezza e responsabilità collettiva. A questa prima pagina di Focus Plus, firmata da alcuni consiglieri di Scienza & Vita, seguirà un confronto con altri autorevoli studiosi. Per capire cos’è l’inquinamento digitale, è online sul sito di Scienza & Vita un breve cartoon video: www.scienzaevita.org/inquinamento-digitale/ (Beatrice Rosati)
C’è un inquinamento che non si vede, non si respira e non lascia tracce evidenti nell’aria o nell’acqua. Eppure, incide profondamente sulla nostra vita: è l’inquinamento digitale, un fenomeno silenzioso ma pervasivo che accompagna la trasformazione tecnologica del nostro tempo.
A questo tema è dedicato il documento del Centro Studi Scienza & Vita (www.scienzaevita.org/inquinamento-digitale/), che propone una road map per orientarsi in un contesto complesso, dove tecnica, cultura ed etica si intrecciano. Non si tratta di un’analisi allarmistica, ma di un invito a prendere coscienza del fatto che quello digitale non è uno spazio neutro. È un ambiente che abitiamo e che, a sua volta, modella il nostro modo di vivere, di pensare e di relazionarci.
La prima forma di questo inquinamento riguarda ciò che usiamo ogni giorno: i dispositivi. L’obsolescenza programmata, oggi sempre più legata al software, accorcia programmaticamente la vita degli strumenti e alimenta un ciclo continuo di consumo. Dietro la promessa di innovazione si nasconde spesso una logica di sostituzione rapida che produce scarti, sprechi e nuove disuguaglianze. Non tutti riescono a stare al passo, e chi resta indietro rischia una forma di esclusione silenziosa.
C’è poi un’infrastruttura invisibile che sostiene il mondo digitale: i data center. Luoghi lontani dai nostri occhi, ma energivori, che consumano enormi quantità di energia per far funzionare servizi apparentemente “leggeri” come il cloud. Qui emerge un paradosso: la tecnologia che promette efficienza e sostenibilità contribuisce, allo stesso tempo, ad aumentare la pressione sulle risorse del pianeta. La blue technology (questo il nome delle tecnologie digitali) oggi è molto poco green.
Ma l’inquinamento digitale non è solo materiale. È anche ciò che attraversa i nostri occhi e la nostra mente. L’ambiente online è saturo di immagini, messaggi, stimoli continui. Un “bombardamento visivo” che riduce lo spazio dell’attenzione e favorisce reazioni immediate, spesso emotive. Si affievolisce così la capacità di riflettere, di sostare, di comprendere in profondità. In gioco non è solo la qualità della comunicazione, ma la dignità della persona, esposta a dinamiche che tendono a orientarne comportamenti e desideri.
Ancora più sottile è il sovraccarico informativo. Mai come oggi abbiamo avuto accesso a così tanti dati. Eppure, questa abbondanza non coincide con una maggiore conoscenza. Anzi, spesso genera smarrimento, fatica mentale, difficoltà a distinguere il vero dal falso. L’“infodemia” non è solo un problema comunicativo, ma una questione antropologica: riguarda il nostro rapporto con la verità. Torna in mente l’adagio di Van der Rohe: meno è meglio (less is more).
In filigrana, il documento richiama una categoria cara a papa Francesco, che nell’Evangelii gaudium denuncia una «cultura dello scarto» che «colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura». Una logica che non riguarda soltanto i rifiuti materiali, ma anche le relazioni, le informazioni, perfino le persone. Anche nel digitale può insinuarsi questa dinamica: tutto tende a essere consumato e abbandonato, mentre chi non tiene il passo rischia di essere lasciato indietro.
Per questo la riflessione non si ferma alla denuncia. Indica una strada: quella di una vera ecologia digitale. Un approccio capace di mettere al centro la persona, di promuovere tecnologie sostenibili e di educare a un uso più consapevole degli strumenti.
Resta però una domanda, che non può essere delegata né alla tecnica né al mercato: quale forma di umanità stiamo costruendo dentro questo ambiente che ogni giorno abitiamo? Forse è proprio qui, nella qualità del nostro sguardo e delle nostre scelte quotidiane, che si decide se il digitale diventerà uno spazio di dispersione e di scarto, oppure un luogo capace di custodire e far crescere ciò che rende autenticamente umano il nostro vivere.
Giampaolo Ghilardi è filosofo all'Università Campus Biomedico di Roma
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