Cosa vuol fare Israele in Libano? C'è una sottile "linea gialla" che riguarda anche Hezbollah
di Luca Foschi
Il premier Netanyahu: «Non abbiamo ancora finito il lavoro». Il cessate il fuoco è fragile, come ha dimostrato oggi la morte di un casco blu francese finito in un'imboscata. I negoziati di Washington partiranno in salita, mentre gli esponenti del "partito di Dio" si dicono pronti a resistere

Dopo Gaza, anche in Libano la fluttuante “Linea gialla” tracciata da Israele potrebbe andare a delimitare lo spazio dove sicurezza, conquista e manipolazione diplomatica s’intrecciano e si confondono, ambigue nella certezza della guerra permanente, sostanza dell’ennesimo, fragile, sanguinoso cessate il fuoco da costringere fra virgolette. Secondo quanto riportato ieri dalla Cnn, le forze armate di Tel Aviv pianificano la creazione nel Libano meridionale di un’area, comprendente 55 villaggi, dove sarà precluso il ritorno ai residenti, e l’Idf sarà autorizzato «a continuare a distruggere le infrastrutture terroristiche». Un’indicazione più precisa su estensione e logica della nuova zona franca viene dalle dichiarazioni del ministro della Difesa Israel Katz: «Siamo in Libano nel mezzo di una guerra contro Hezbollah, con una stasi temporanea e un cessate il fuoco di 10 giorni. L’Idf mantiene e continuerà a mantenere tutte le aree che ha ripulito e catturato».
La Linea gialla coincide con il fiume Litani, dove ancora si nascondono, fiaccati ma invitti, i miliziani del "partito di Dio" e i loro imperscrutabili arsenali. La bonifica, sostiene Katz, avverrà per via diplomatica, grazie al disarmo operato dall’esercito libanese, o con un ritorno ai combattimenti. Un’apertura alla soluzione pacifica che suona inautentica, vista l’inapplicabilità della prima ipotesi, capace, se esasperata, di condurre a esiziali fratture nella società libanese. Attraverso Mahmud Qamati, uno dei suoi funzionari, Hezbollah ha espresso la propria distanza dai negoziati “storici” in corso a Washington fra Tel Aviv e Beirut, definiti «deboli, sconfitti e sottomessi». «La resistenza è quella che impone. Noi siamo la terra e siamo noi a prendere le decisioni», ha aggiunto Qamati.
Il ginepraio diplomatico si riverbera sul campo di battaglia. Diversi gli attacchi condotti dall’aviazione israeliana contro i guerriglieri di Hezbollah che avrebbero violato gli accordi di tregua all’interno del nuovo perimetro di sicurezza. A pagare gli assestamenti del “cessate il fuoco” è stato ieri Florian Montorio, sergente dell’esercito francese coinvolto nella missione Unifil, guardiana impotente di un’altra Linea, quella Blu, nata vent’anni fa in seguito alla “Guerra dei 34 giorni”. Montorio era impegnato in un’operazione di sminamento lungo una strada nel villaggio di Ghanduriyah quando un gruppo armato ha fatto fuoco, uccidendolo. Altri tre soldati sono rimasti feriti, due in modo grave. Secondo la prima ricostruzione, condotta da Unifil, i combattenti «non statali» apparterrebbero, «presumibilmente», ad Hezbollah, che ha poi prontamente negato ogni responsabilità. Per il "partito di Dio" i territori del Sud rappresentano il teatro di un’ascesa storica, dalla misera subalternità al ruolo egemonico nel Libano uscito dalla guerra civile. Irrinunciabile spazio identitario dal quale per ben due volte, fra 1982 e 2000 e poi nel 2006, ha respinto il ben più potente esercito israeliano.
Occupazioni, incursioni che hanno cercato il cambio di regime, la sicurezza, l’indebolimento strategico del nemico. Corsi e ricorsi storici che presentano ancora l’amara parzialità dei risultati conseguiti, concessa dalle dichiarazioni remissive del primo ministro Benjamin Netanyahu: «Lo dico onestamente, non abbiamo ancora finito il lavoro. Ci sono cose che abbiamo in mente di fare contro la minaccia dei rimanenti razzi di Hezbollah». Diminuito dagli imperativi (ma quanto fermi?) ordini trumpiani, costretto nel limbo della vittoria mutilata, Netanyahu cammina sul filo dell’ennesima Linea gialla, luogo fisico e semantico dove difesa e offesa s’intorbidano con efficacia nella ricerca affannosa di un successo elettorale.
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