Bakari Sako: l’«adiaforizzazione» del nostro sistema di valori
Violenza, insicurezza e disumanizzazione nel caso del giovane maliano ucciso a Taranto: un delitto razzista e il fastidio dell’altro

Taranto, cinque giovanissimi (forse di più), un coltello, un giovane uomo di colore, in attesa di diventare padre, ridotto senza vita dai colpi infertigli al torace e all’addome. Il tutto nell’arco di quattro minuti, all’alba della giornata precedente a quella dedicata ai festeggiamenti del Santo Patrono Cataldo. Quando è arrivato non parlava la nostra lingua, non conosceva la cultura di questo territorio, non aveva legami con questa terra. Era arrivato per imprevedibili contingenze, in un luogo sino ad allora sconosciuto dopo un nubifragio di ritorno… dalla Terra Santa. Uno straniero.
No, non faccio riferimento al maliano Bakari Sako, vittima del vigliacco agguato nella notte tra l’8 e il 9 maggio, ma dell’irlandese Cataldo. Uno straniero che viene da lontano. Cerca e trova protezione a Taranto e, per la tradizione popolare, diviene “patrono dei forestieri”, patrocinatore dell’accoglienza.
Quando i miei genitori (forestieri) arrivarono a Taranto, alla fine degli anni ’60, in pieno boom economico, così come tantissime altre persone, furono accolti dal tessuto cittadino di quella che ancora si avviava a diventare la capitale dell’acciaio italiano. Hanno vissuto di commercio e di quella accoglienza che hanno quotidianamente garantito a chi ha continuato a venire a Taranto per lavoro (forestieri) o per quel periodo della vita giovanile (solitamente circa un mese) che, sino al 2005, prendeva il nome di servizio militare obbligatorio, anche detta naja (forestieri anche loro). Qualcosa deve essersi deteriorato nella cultura di una comunità di mare generosa e solidale se, peraltro proprio nella parte più antica della città, non è riuscita ad essere aperta e inclusiva. Qualcosa deve essersi deteriorato nel sistema dei valori o delle manifestazioni culturali riconosciuti o diffusi non solo a Taranto.
I dati diffusi dalla Direzione centrale della polizia criminale nel Report 2024 sulla criminalità minorile evidenziano che i minorenni indagati per possesso di armi bianche o oggetti come spranghe sono passati da circa 2.000 a 4.000 in sei anni. Il rapporto Espad del Cnr del 2024 stima che circa 85 mila adolescenti portino con sé un’arma bianca, nonostante, per nessuna possibile contingenza, la legge italiana consenta l’uso di strumenti offensivi per la difesa personale.
Se da una parte gli inquirenti interrogano i giovanissimi arrestati per l’omicidio in concorso di Bakari Sako alla ricerca di un movente, dall’altra tanti senzienti iperbolici della rete commentano sulle piattaforme social, parteggiando, a prescindere dalle oggettive responsabilità, con espressioni del tipo “vita mia!”, “per una presta libertà!” ( presta per: immediata), “core mio!”, “sono innocenti!”, ecc. ( ecc . per; chi scrive si vergogna anche solo di riportare affermazioni di questo tenore ).
Non riesco a interpretare questa condotta se non come il parossistico e acritico sovraccarico emotivo di chi detesta il soppesare, barattandolo con l’ engagement immediato. La ricerca non è orientata alla comprensione ma alla microdose di dopamina (spunte, emoticon e marcature digitali varie). Non importa per quale tipo di copione si presta la propria immagine, depauperata da qualsivoglia filtro, che non sia quello di realtà aumentata o beauty mode .
Siamo nel bel mezzo di una vera e propria adiaforizzazione di baumaniana memoria, da leggersi come la tendenza a esentare l’azione umana – con imprevedibili e gravi conseguenze sugli altri - dal giudizio e dalla morale, “avendo ormai anestetizzato la propria capacità di disporre di un metro per valutare quanto accade attorno a sé» (Z. Bauman, Una nuova condizione umana, Vita e Pensiero, Milano 2003). Nella disincarnazione della (pseudo) relazione con l’ Altro , questo finisce per essere un elemento di malessere, un intralcio, un fastidio dal quale non si riesce a liberarsi se non oggettivandone la (oggettiva) soppressione.
In un clima globale di aggressività, violenza, conflitti, nutriamo un forte senso di instabilità e ansia, finendo risucchiati nella ricerca di bersagli accidentali, resi tali dalla sola visibilità e vulnerabilità, più facilmente rinvenibili là dove alberga la fragilità esistenziale e sociale. Insicurezza, impulsività, paura che attanagliano il cittadino dell’ecosistema digitale, sono costantemente addebitate alla presunta minaccia esterna (lo straniero, il barbaro , l’altro da sé). Eppure le fortezze delle nostre esistenze autarchiche dovrebbero imparare almeno a scorgere anche quella che viene dall’interno.
Non è curando il sintomo (Internet) che si può ipotizzare di uscire dalla crisi, ma guardando alla malattia (vuoto di prossimità e di comunità). Prendersi cura del futuro, e non solo temerlo ansiogenamente, significa prendersi cura di quanto accade in questo istante. Non ci saranno frutti da raccogliere domani diversi dai semi impiantati oggi. Nessuno può dirsi immune, come nessuno può dirsi diverso, nella sua accezione più nobile e meno screditante, senza una base comune di diritti umani. L’odio razziale è il movente della morte di Bakari Sako, gli esecutori saranno individuati dalla Magistratura, la moltitudine degli inconsapevoli mandanti - chi più chi meno, chi sproloquiando sui social o tacendo – è composta da ognuno di noi.
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