Se l'insegnamento della Bibbia entra nelle università

di Annamaria Braccini, Milano
L’eredità del cardinale Carlo Maria Martini come modello di dialogo tra fede e sapere. Un percorso
di alta formazione
che non mira
a “far credere”, ma
a favorire la ricerca
e l’analisi critica
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July 22, 2026
Se l'insegnamento della Bibbia entra nelle università
/ Gabriele Pelizzari
Un progetto, o per meglio dire, il tentativo di rispondere a «un’istanza culturale ormai inderogabile, figlia della sostanziale e forzosa estraneità dei saperi biblici dal patrimonio di conoscenza che viene affidato all’umanista in formazione nelle Università in Italia». Sono queste le ragioni che hanno convinto Gabriele Pelizzari, professore associato di Letteratura cristiana antica e di Filologia ed esegesi del Nuovo Testamento presso l’Università degli Studi di Milano, ad avanzare quella che, appunto, definisce – allo stato attuale – il tentativo organico di favorire la posizione curriculare degli insegnamenti biblici strutturandone più organicamente la presenza nella formazione universitaria.
Da dove nasce questa istanza?
«Oggi, nel mondo, la “Parola” – per usare una categoria prototestamentaria – parla ancora al cuore di miliardi di credenti, e questo determina il profilo religioso di tale letteratura. Ciò di cui vorrei che la formazione universitaria si sentisse investita è un’altra prospettiva su questi documenti: poiché quello stesso repertorio di scritture è pur sempre la “pietra angolare” degli edifici storici delle idee (filosofici in primis, artistici, letterari, politici, folklorici) che connotano, certo anche contraddittoriamente, il profilo della nostra complessa contemporaneità, la sua conoscenza critica diventa decisiva per la comprensione della realtà. Sia per gli effetti che quei libri hanno determinato nella storia delle civiltà sia, ancora, per la vivacità che questi scritti denotano nel dibattito culturale anche odierno. Eppure, tutto questo spazio di conoscenza resta estraneo o gravemente sotto rappresentato nella formazione universitaria».
Di fronte a questa situazione che cosa bisogna proporre?
«Anzitutto si deve notare che promuovere questi insegnamenti a livello accademico, rafforzandone la didattica, concorre a una molteplicità di obiettivi. Il primo è ovviamente quello culturale: conoscere i contenuti di questi scritti e il peculiare “funzionamento letterario” offre decisivi strumenti di comprensione critica dell’umano, strumenti che sono, diciamo così, le “lenti” attraverso cui l’umanista può guardare alla realtà per svolgere, in essa, il suo compito. Un compito di conoscenza, ma anche di coscienza del valore e di elaborazione di futuro.
Vi è già stata qualche reazione positiva a questa proposta?
«Per quello che è un naturale confronto su tematiche che sono così importanti dal punto di vista culturale e nodali nella vita della Chiesa, vi sono stati contatti di alto profilo e caratterizzati, direi, da ottimi esiti. La Cei guarderebbe a questo incremento degli studi del tutto positivamente. Corre, tuttavia, l’obbligo di fare una precisazione, che è stata anche alla base dei dialoghi che sono già stati intrapresi. In quanto docente sono chiamato a custodire la natura e l’identità laica degli insegnamenti universitari in Italia, ma proprio qui, mi sembra, si può attivare, nel rispetto di ogni parte in causa, quella che è la possibilità di una sinergia profonda».
In che senso?
«Mi piace pensare che le Scritture possano essere un luogo ideale di incontro e di dialogo. Se certo la Parola mantiene una decisiva funzione religiosa ed esistenziale per quanti, l’ascoltano professando la propria fede in “Gesù, il Cristo”, l’incidenza e l’effetto culturale di questi testi e documenti è altrettanto importante e incisivo anche per la vita di chi non professa la fede cristiana. Proprio qui, allora, si inserisce l’utilità di un insegnamento universitario che non è volto a far credere in quella Parola – nessuno qui vuole convertire qualcun altro –, ma a conoscerne il funzionamento critico, letterario, gli esiti storici e artistici. E tutto questo lasciando a ciascuna parte il compito che le è proprio».
Si è già pensato a qualche possibile tema per l’integrazione didattica di questi saperi o a qualche ambito di approfondimento particolare?
«Certo. Se pensiamo all’episcopato ambrosiano, ma anche al suo impegno di studioso, di docente, di biblista, di insigne conoscitore della Scrittura, Carlo Maria Martini è la testimonianza di come si possa agire una diffusione, una disseminazione di conoscenza che va ben oltre la dimensione ecclesiale; mi piace dire che questa fu una delle grandi intuizioni di Carlo Maria Martini: accostare alla cattedra che guarda all’ambone le cattedre che guardano le classi. Esiste un profilo semplicemente nozionistico, ma c’è anche l’esigenza di conoscere il funzionamento critico di questi scritti, perché talora si pretende da questa straordinaria “poetica del divino”, redatta e raccolta tra il XIII secolo a.C. e il I d.C., una sorta di cronaca o di trattatistica teoretica, ingenerando, così, confusioni, facilitando manipolazioni e consentendo il fraintendimento di questa ricchissima eredità. Ripeto si tratta di conoscere i contenuti delle Scritture per arrivare a comprenderne il funzionamento critico».
Lei è stato allievo di un insigne studioso di Storia del Cristianesimo come il professor Remo Cacitti che era legato al cardinale. Sarebbe anche un modo per continuare una storia virtuosa di maestri e discepoli?
«Sì. Quando si studia in ambito umanistico si sa che l’oggetto ha in sé dei contenuti propri, ma determina anche una storia degli effetti. È su entrambi questi versanti che si deve rafforzare la formazione rispetto ai testi della Scrittura. Così ha sempre fatto il cardinale Martini».

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