Il messaggio politico
dell’artista che evita
di intervenire sempre

Il caso del cantante Francesco De Gregori che ha difeso la libertà di non esprimersi su fatti di attualità, e quello di Erri De Luca che non ha disertato il festival di Gerusalemme, come esempio di antidoto positivo contro la polarizzazione
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June 5, 2026
Il messaggio politico
dell’artista che evita
di intervenire sempre
Francesco De Gregori
La recente presa di posizione/astensione di Francesco De Gregori rispetto alle crisi in corso sta suscitando un’ampia polemica, che del resto rimette in gioco l’eterno tema del rapporto tra intellettuali o artisti e politica. Molti lo hanno accomunato a Erri De Luca, il quale negli stessi giorni si è espresso in senso filosionista nell’annunciare la partecipazione al festival internazionale degli scrittori di Gerusalemme, invece disertato – contro lo stragismo antipalestinese del governo Netanyahu – da altri letterati come il premio Nobel J.M. Coetzee. Che cosa ha detto il settantacinquenne cantautore di “Generale”, “La storia” e “Niente da capire”? «Provo sempre un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo, che quindi ha una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera così netta su questioni internazionali di guerra perché tutto ciò tutto che ci sta intorno va analizzato con estrema cura. Un proclama buttato giù da un palco o anche scritto in un appello mi lascia abbastanza indifferente... C’è bisogno che Springsteen dica che è contro l’amministrazione Trump? Non credo, ma è un ruolo che non mi sento di condividere. Io non faccio proclami, perché non sono superiore a nessuno per dire quale posizione assumere su Gaza o Israele». Una sorta di elogio dell’impolitico da parte del “Principe”, secondo il soprannome attribuito a De Gregori dall’amico Lucio Dalla, sebbene non sia da escludersi che tale opinione abbia un altro significato, paradossalmente politico.
Dimettersi dall'obbligo di intervenire sempre, astenersi dall'oracolare in virtù della notorietà, “depensarsi” come avrebbe detto Carmelo Bene che non smise di cercare di affrancarsi dal “logos”, può ben essere un antidoto positivo. Tanto più in un Paese come il nostro dove il dibattito pubblico è spesso surriscaldato da vacue polarizzazioni proprie dell’«economia della fama» di cui scrive il saggista messicano Gabriel Zaid (Jaca Book 2010). È la deriva del protagonismo realizzata negli ultimi decenni dalla televisione che ha tracimato nella vita quotidiana grazie ai social, dove Narciso si divide e impera, schizoide e impunito in un crogiolo spesso grottesco. «A suscitare l’attenzione è l’autore, mentre l’opera praticamente scompare», sostiene Zaid. Allora, chi valuta i libri, le canzoni o i film? Con quale metro, la filologia o la militanza? «Suonare il piffero della rivoluzione»? No, grazie – rispose lo scrittore comunista Elio Vittorini al segretario del Pci Palmiro Togliatti, che nel 1947 accusava la rivista “Il Politecnico” di eccessiva astrattezza, cioè di non essere sufficientemente schierata. Pare di capire che ottant’anni dopo siamo ancora appesi a quel piffero. Mentre trionfano i cuoricini su Instagram in un’euforia di palpiti reciproci tra autori, registi, cantanti politicamente corretti, s’intende. «E di vista / si perde il cuore / come dopo il sorpasso / l’altro nel retrovisore», poetava Franco Fortini.
Quando ci lamentiamo del populismo mediatico, dovremmo forse considerare che, per quanto a zig-zag, esso viene da lontano. Ha imparato a saltare le mediazioni nel cerchio di fuoco del gerarca fascista Starace, si è nutrito del perpetuo sollucherare la vita pubblica negli anni di Berlusconi mentre la sinistra si affidava al profeta o indovino barricadiero di turno, ha mandato a quel paese chiunque dissentisse nelle piazze dei grulli parlanti. All’abbandono finale si sono opposti in pochi e con vigore scemante: la scuola con le armi spuntate che aveva, taluni giornali per il poco che conta ormai la stampa, e ora – forse – un principe della nostra musica. Che poi se anche la sua fosse solo stanchezza senile, non sarebbe egualmente da rispettare?

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