L’ombra di Mosca sul voto in Armenia che guarda a ovest
Le elezioni sono un referendum sulla svolta impressa dal premier Pashinyan verso Ue e Usa. Il caso del “fly-to-vote”: russo-armeni pagati da Mosca per votare

Domenica si vota in Armenia in quello che, più che un rinnovo del parlamento, sembra un referendum sul destino del Paese. Il premier, Nikol Pashinyan, arriva con tutti i sondaggi a favore. Ma sull’esito del voto si allunga l’ombra di Mosca, con minacce e interventi di guerra ibrida che ieri hanno portato la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, a manifestare pubblicamente il suo appoggio alla piccola repubblica caucasica e a un premier che ha iniziato a fare quello che a molti fino a pochi anni fa sembrava impossibile: sottrarre Erevan all’influenza russa.
Il vero senso del voto è tutto qui. Gli armeni dovranno decidere se porre fine al decennale isolamento del Paese o se fare tornare tutto come prima. Le ultime rilevazioni danno il partito di Pashinyan, Contratto Sociale, attorno al 30%. Il suo rivale principale è Samvel Karapetyan, uomo d’affari legato a Mosca e alla testa del partito conservatore e filorusso Armenia Forte, che i sondaggi danno fra il 6 e l’11%. Sembrerebbe fatta, ma fino a domenica sera è meglio non parlare. Per più motivi. Il primo riguarda la possibile fallacia dei sondaggi, che non sarebbe una novità, e il fatto che il governo di Pashinyan non è certo esente da critiche. Il premier ha dato vita a un avvicinamento agli Stati Uniti e all’Ue, oltre a un nuovo posizionamento all’interno del Caucaso. Dopo la sconfitta definitive nel Nagorno-Karabakh, nel 2023, Nikol Pashinyan ha scelto una linea pragmatica per sottrarre l'Armenia all'isolamento. Ha accettato il riconoscimento reciproco dell'integrità territoriale con l'Azerbaigian, rinunciando di fatto a rivendicazioni sulla regione in territorio azero, ma a maggioranza armena, e ha avviato la delimitazione dei confini. Parallelamente ha promosso la normalizzazione dei rapporti con la Turchia, puntando alla riapertura delle frontiere e dei collegamenti commerciali regionali, rinunciando sostanzialmente al riconoscimento del genocidio da parte di Ankara. Un cambio di paradigma che ha diviso il Paese, e se molti hanno colto l’intento pragmatico a favore di un futuro più radioso, altri gli hanno contestato di aver accettato condizioni umilianti per il popolo armeno.
A questo aspetto, che rientra nella dialettica nazionale e nel rapporto di un leader con il proprio elettorato, va però aggiunta la manina del Cremlino. Mosca non vuole lasciare andare Erevan e nelle ultime settimane ha messo in moto un vasto ventaglio di operazioni di influenza del voto. In primo luogo, c’è il terrorismo psicologico sui social, dove si sono diffuse fake news secondo cui, se Pashinyan dovesse vincere le elezioni, allora l’Armenia potrebbe essere invasa dalla Russia come l’Ucraina. Non manca la delegittimazione dell’avversario, con il premier ritratto come corrotto, e che ha portato all’impoverimento del popolo armeno, e il suo principale contendente che invece rappresenta il cambiamento. Ma quello che preoccupa di più gli osservatori è il “fly-to-vote”. Secondo alcuni funzionari dell’intelligence occidentale intervistati da Reuters, a decine di migliaia di cittadini russo-armeni potrebbe essere pagato il volo verso il Paese d’origine, più un compenso, purché vadano a votare un candidato filorusso, con l’evidente intento di falsare il risultato delle urne.
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